venerdì
29 Maggio 2026
INTERVISTA

Disegnare “L’amica geniale”: «È una storia universale. Ferrante vuole libertà»

L’illustratrice “Premio Andersen” Mara Cerri presenta il suo lavoro, in scena all’Almagià con i Fanny & Alexander

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Seduta accanto alla sorella, con una scatola di caramelle sul tavolo e un foglio piegato in quattro a scandire le “inquadrature”, Mara Cerri scopre già da bambina l’illustrazione come strumento di narrazione. Nata a Pesaro nel 1978, dopo le superiori inizia a studiare cinema d’animazione in tecniche tradizionali a Urbino. Oggi è docente all’Isia di Urbino e i suoi lavori sono stati pubblicati per Einaudi, Mondadori, Coconino e riviste come Il Manifesto o Internazionale. Nel 2025 vince il premio Andersen, «per un rigoroso e colto percorso professionale che l’ha portata a essere una delle voci più profonde e appassionate della nostra illustrazione, […] Per una costante curiosità e desiderio di sperimentazione».

Tra i progetti più significativi spicca il lavoro dedicato a Elena Ferrante, sviluppato insieme alla drammaturga e attrice ravennate Chiara Lagani (Fanny & Alexander): due graphic novel e due recital ispirati a L’amica geniale, con l’obiettivo di completare la tetralogia. Il “volume 2”, Storia del nuovo cognome, debutterà in prima assoluta il 29 maggio alle 21, nell’ambito del Ravenna Festival, alle Artificerie Almagià di Ravenna, in collaborazione con Coconino Fest 2026. Cerri sarà inoltre protagonista del workshop “Disegnare L’amica geniale”, in programma il 30 e 31 maggio al Mar.

Foto Mara Cerri Foto Di Peppe Di Caro (1)Dai romanzi sono nati una serie tv, uno spettacolo teatrale, poi una graphic novel e un nuovo recital: qual è il segreto dell’Amica geniale, che lo rende così attuale e declinabile in tutte queste sfaccettature?
«Lo stesso rapporto tra Lenuccia e Lila è un gioco di specchi che si presta all’interpretazione attraverso linguaggi speculari, capaci di ampliare di volta in volta il pubblico di questa storia archetipica. Nonostante il forte radicamento geografico nel rione napoletano prima, a Pisa poi, la storia ha qualcosa di universale: ho lavorato insieme a Chiara (Lagani ndr) per portare il nostro lavoro negli istituti italiani di cultura all’estero: le reazioni e l’affetto di alcuni Paesi, come la Cina, sono state sorprendenti: ci siamo accorte di come la storia arrivi in ogni paese con modalità e tempi diversi, interpretata anche e soprattutto come un trattato di emancipazione femminile».

Durante il vostro lavoro vi siete interfacciate con Ferrante (o “i” Ferrante, a seconda delle ipotesi)?
«No, abbiamo sempre interagito con l’editore, suo tramite diretto. Tutti i volumi però hanno avuto l’approvazione ufficiale di Ferrante e, dopo il primo, abbiamo ricevuto una lettera molto calorosa. Per noi, il solo fatto di essere state scelte tra le tante proposte come autrici giuste per raccontare questa storia è un grande traguardo. Sia per me che per Chiara poi, il legame con Ferrante nasce a monte: io avevo già illustrato il suo libro per ragazzi La spiaggia di notte, mentre Chiara aveva già portato sul palco una solida tetralogia. Uno degli aspetti più belli del lavoro sui suoi testi è la grande libertà creativa che ci viene concessa: per Ferrante è fondamentale che una donna chiamata a lavorare su una sua storia possa farlo con piena autonomia e libertà di espressione artistica».

Come si traduce questa libertà nel vostro lavoro? Cosa è rimasto fedele al testo originale e cosa avete preferito reinventare?
«Abbiamo riportato con massima fedeltà gli episodi e il linguaggio con cui vengono narrati. Chiara ha fatto un lavoro eccezionale su questo. C’è stata principalmente una selezione a monte: per risolvere un libro in una graphic novel i tagli sono necessari. Per quanto riguarda i “tradimenti”, invece, non li chiamerei proprio così: sono stati più che altro adattamenti del romanzo al nostro linguaggio e alla nostra quotidianità, con l’influenza di alcune temperature emotive date dai nostri ricordi e dal nostro vissuto di amicizie al femminile. Ogni linguaggio poi porta con sé una forma di narrazione propria e, traducendo questa storia attraverso l’illustrazione, è normale che il focus si sposti “da una stanza all’altra”».

Cosa ha significato per lei un riconoscimento come il premio Andersen nel 2025?
«È stato davvero importante, non solo per il premio in sé, quanto per la motivazione, che ho trovato aderente in toto al mio modo di lavorare e non solo al rapporto con l’illustrazione per ragazzi. Sono abituata a frequentare linguaggi diversi da sempre, a cercare la magia negli incontri con altre persone che mi trasmettono idee e entusiasmo, tra cinema, animazione, teatro, illustrazione… Sono felice che il premio Andersen mi abbia riconosciuto tutto questo. Per me è importante fare breccia nel mondo dei ragazzi con un bottino conquistato altrove».

Qual è il ruolo della graphic novel nel panorama letterario di oggi? Può accompagnare i più giovani alla scoperta della letteratura o comunque di temi più complessi?
«Credo che oggi sia esattamente quello l’obiettivo, avvicinare i ragazzi non solo ai grandi romanzi della storia, ma anche a tematiche complesse che, in questo momento storico, sarebbe più difficile avvicinare attraverso altre forme. Non è vero che i ragazzi hanno smesso di leggere, hanno solo cambiato il tipo di “supporti” dove farlo. Il punto forte della graphic novel è nella sua naturale frammentazione, grandi immagini, pochi testi, in linea con media più utilizzati dalle nuove generazioni. C’è poi l’importanza del segno, fatta di competenze, stratificazioni e profondità».

Il workshop in programma per il Coconino Fest ragiona proprio sul “segno”, come si svolgerà?
«Si partirà dal racconto della mia esperienza con L’amica geniale, dove cercherò di motivare quelle scelte che mi hanno portato a disegnare determinate pagine, per arrivare a esplorare il segno di diversi autori: vorrei alla fine dell’incontro che i partecipanti applicassero le loro intuizioni grafiche su una storia già esistente, ragionando su come il segno possa incarnare o spostare completamente la narrazione».

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