sabato
25 Luglio 2026
teatro

La riviera romagnola secondo Matilde Vigna: «Noto una sensazione di fine»

L'autrice e attrice coinvolta nel festival Convergenze di Kepler-452 è in residenza artistica e sarà protagonista di un primo incontro il 28 luglio al Cisim di Lido Adriano

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«L’arte è intuizione del relativo, delle diverse possibili vedute sul mondo». Matilde Vigna, drammaturga e attrice, inizia a parlare così del nuovo festival di teatro documentario ideato dalla compagnia teatrale Kepler-452, che le ha commissionato un lavoro di esplorazione sulla riviera romagnola. Il concept del festival prevede che tre diversi artisti lavorino su tre diversi temi e geografie, affiancati da un esperto. Marco D’Agostin si occuperà dello spopolamento dell’Appennino emiliano con Andrea Chilloiro del collettivo Boschilla e Davide Enia della città di Bologna per l’infanzia insieme all’educatrice Agnese Doria, mentre Matilde Vigna sta lavorando sul turismo in riviera romagnola insieme al giornalista Alex Giuzio. Vigna sta facendo la sua residenza in questi giorni e farà una prima restituzione al pubblico il 28 luglio alle 21.30 al Cisim di Lido Adriano (ingresso gratuito). Lo spettacolo finale debutterà il 17 settembre all’Arena del Sole di Bologna.

Classe 1988, Vigna ha collaborato con Valter Malosti, Antonio Latella, Leonardo Lidi, Michele Di Mauro, Liv Ferracchiati e numerose compagnie indipendenti. Nel 2019 ha ricevuto il premio Ubu come miglior attrice under 35.

Come nasce il progetto su cui lavora adesso? Quali sono le necessità narrative a cui risponde?

«L’idea non è mia ma di Kepler-452, compagnia bolognese che deve il suo nome alla nana gialla distante 1800 anni luce dalla Terra, che ha ideato il nuovo festival “Convergenze”, dove artisti diversi si ritrovano dopo periodi di residenza accompagnati da esperti del luogo nelle terre designate per restituire al pubblico ciò che hanno raccolto, in un unico spettacolo. Nel mio caso Alex Giuzio mi sta conducendo per il litorale romagnolo. Quella al Cisim sarà una prima uscita pubblica, poi lo spettacolo debutterà a settembre a Bologna. Non ho ancora idea di cosa verrà fuori da tutto questo, c’è un insieme di vedute teatrali e lotte diverse, ma credo sia un’idea molto bella. In questo periodo sto lavorando anche con Marco Paolini sul cantiere ‘Atlante delle Rive’, dove esperti e arte si incontrano quotidianamente: con queste modalità si scoprono fatti e lenti diverse, si creano cose altrimenti impossibili».

E cosa sta trovando in questa terra e in questo mare durante le prime esplorazioni?

«Sarò forse troppo brusca, ma mi sembra tutto insostenibile. Questo luogo ricalca un immaginario, non può funzionare così. Fiabilandia, Italia in miniatura, Mirabilandia, discoteche, un posto votato al divertimento perpetuo mentre la morte ti guarda in faccia. Milano Marittima fu costruita nel 1912, Thomas Mann nel 1912 pubblica Morte a Venezia, von Aschenbach vede il mare e muore. Noto una sensazione di fine, di cemento che ha perso il senso per cui un tempo era stato versato: la colonia Varese, la via Baiona, Porto Verde. Penso alle mie vacanze da piccola, mia madre diceva “Io per queste due settimane non voglio più saperne niente”. Oggi noto o bambini coi nonni sotto l’ombrellone che magari hanno la casa lì o giovani emiliani, romagnoli e lombardi che vengono a divertirsi, a non volerne più sapere niente, ma ho ancora molte domande e un certo turbinio in testa a riguardo».

Lei è autrice e attrice, cosa l’ha portata verso l’arte drammatica? E che ruolo può avere questa sulla cosiddetta “vita reale”?

«Dopo la magistrale in Relazioni Internazionali ho capito che non potevo avere nulla a che fare con una scrivania. Ho cominciato quindi la scuola di formazione del Teatro Stabile di Torino. Prima ero più attrice, ora mi piace molto scrivere e interpretare i miei testi e cerco di ritagliarmi il tempo di fare anche cinema, che continua ad appassionarmi molto. Mestiere curioso: si parte volendo scrivere l’Odissea, si finisce a scrivere della maternità delle tue amiche. Si cerca sempre però di rendere il mondo, o quel che si può influenzare di quel mondo, un posto un poco migliore di prima».

La drammaturgia e la bellezza possono salvare gli uomini portandoli a dare un senso alle cose?

«Non ho idea di cosa potrà salvarci. L’arte porta occhi nuovi sui fatti e le cose, l’arte è intuizione del relativo, delle diverse possibili vedute sul mondo, ha un compito di proposta, cerca di portare all’attenzione di chi ascolta, legge o guarda idee che prima non c’erano. Credo ci sia una piccola spinta, che si sforza di essere integerrima, di dire il vero e di cambiare in meglio ciò che si trova davanti. Non penso possa essere una forza di salvezza ma un porto sicuro, un momento di scambio profondo tra genti diverse che produce qualcosa di grande valore».

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