lunedì
07 Settembre 2026
la recensione

Nel corpo della paura: “Echo Dance of Furies” di Dewey Dell

La coreografia di Agata e Teodora Castellucci possiede una forza narrativa profonda, quella di un movimento capace di risvegliare immagini sepolte

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Ci sono spettacoli che chiedono di essere decifrati e altri che agiscono prima ancora che lo spettatore abbia trovato le parole per interpretarli. Echo Dance of Furies dei Dewey Dell – visto nei giorni scorsi all’Almagià per il festival Variazioni per Ammutinamenti – appartiene decisamente alla seconda categoria. È una coreografia, quindi ovviamente non racconta una storia nel senso tradizionale, non affida il proprio sviluppo a personaggi o dialoghi, ma questo non toglie che possieda una forza narrativa profonda, quella di un movimento capace di risvegliare immagini sepolte, paure senza nome e memorie che sembrano precedere l’esperienza individuale. La creazione nasce da una riflessione sugli ex voto anatomici, antiche rappresentazioni di parti del corpo offerte come richiesta di guarigione o ringraziamento per una salvezza ricevuta. Mani, piedi, occhi, cuori, frammenti separati da un organismo invisibile, ma proprio per questo ancora più carichi di significato. In essi dolore e speranza, vulnerabilità e desiderio di sopravvivere rimangono inseparabili. Dewey Dell trasforma questa suggestione in materia coreografica, evitando però qualsiasi traduzione didascalica. Non illustrano gli ex voto, ne riattivano il valore simbolico. I corpi in scena appaiono così come presenze insieme umane e remote, attraversate da impulsi improvvisi, arresti, tremori e posture di difesa. Il movimento sembra nascere da una condizione di allerta permanente, come se ogni gesto fosse la risposta a un pericolo avvertito ma non ancora visibile. È il territorio del panico nella sua accezione più antica: non la paura provocata da una minaccia riconoscibile, ma un turbamento senza oggetto, contro il quale non è possibile combattere né fuggire. La coreografia di Agata e Teodora Castellucci lavora su questa soglia con grande precisione. Nonostante sia costruito interamente sul movimento, lo spettacolo ti entra dentro perché non si rivolge soltanto alla tua capacità di comprendere, ma a qualcosa di più istintivo. Le figure, le contrazioni e le brusche variazioni del ritmo fanno affiorare simboli ancestrali e archetipici, come la creatura braccata, il corpo ferito, il rito di protezione, la metamorfosi. A tratti non è più chiaro se si stia assistendo a una danza, a una cerimonia o all’apparizione di esseri provenienti da un tempo precedente alla storia. La scena e il disegno luminoso di Vito Matera non svolgono poi una semplice funzione ambientale, ma delimitano un luogo mentale, uno spazio nel quale l’immagine può emergere con nettezza e subito dopo tornare enigmatica.

E fondamentale – come sempre – è la musica originale di Demetrio Castellucci. Definirla colonna sonora sarebbe oltremodo riduttivo, perché il suono non accompagna la coreografia dall’esterno, ma partecipa direttamente alla sua costruzione. Pulsazioni, stratificazioni e improvvise fratture acustiche determinano la temperatura emotiva della scena, anticipano o contraddicono i gesti, producono attesa e allarme. Musica e movimento sembrano generarsi reciprocamente, come se appartenessero a un unico sistema nervoso. Il suono diventa dunque un autentico elemento drammaturgico, non commenta ciò che accade, ma lo fa accadere. Il titolo del lavoro richiama un passaggio del Didone ed Enea di Henry Purcell e inserisce lo spettacolo in una ricerca più ampia di Dewey Dell intorno all’abbandono. Ma le “furie” evocate non assumono mai una fisionomia precisa. Sono forse forze esteriori, forse paure interne, forse l’eco lontana di tutto ciò da cui l’essere umano ha cercato di proteggersi attraverso miti, riti e immagini. Echo Dance of Furies dura appena mezz’ora, ma lascia una traccia molto più lunga. La sua forza sta nell’offrire a noi l’entrare in ciò che mette in movimento. Materializza immagini potenti, le imprime nello sguardo e permette loro di continuare ad agire anche dopo la fine. È una danza della paura, certamente, ma anche del tentativo ostinato di salvarsi, un gesto antico quanto l’essere umano, e proprio per questo ancora capace di parlarci senza parole.

P.S.: qualcuno in sala potrà aver percepito a tratti in lontananza un lieve suono di tromba – quella di Miles Davis, nella fattispecie – provenire da un cellulare che un idiota ha lasciato inavvertitamente acceso. Ecco, quell’idiota ha un nome e un cognome: Alessandro Fogli. Che dio mi perdoni.

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