Un approccio diverso da parte dei giovani, crollo delle nascite, politica migratoria, stipendi italiani troppo leggeri: sono queste – secondo il punto di vista di Legacoop Romagna – le ragioni principali che stanno determinando le difficoltà delle imprese nel reperimento di lavoratori. Ne parliamo con Simona Benedetti, responsabile del centro studi dell’associazione di categoria del mondo cooperativo.
C’è un momento che segna l’inizio di quello che in gergo viene chiamato anche con il termine inglese mismatch, cioè la mancata corrispondenza fra domanda e offerta di lavoro?
«Il punto di svolta, dal nostro osservatorio, è stato il periodo post-Covid. Da allora la difficoltà a reperire personale è al primo posto tra le criticità per un’impresa associata su due».
È un problema che si manifesta di più nella ricerca di profili alti o anche in posizioni più basilari?
«La difficoltà esiste per tutti i tipi di mansioni, ma in particolare per quelle più qualificate. I settori più colpiti sono la cooperazione sociale e i servizi alla persona, dove si registra una carenza gravissima di personale formato. Seguono le costruzioni e l’agroalimentare, dove la mancanza di personale si innesta sulle già gravi difficoltà causate dalle crisi geopolitiche e logistiche internazionali».
Le cause?
«Ne cito alcune: un nuovo approccio culturale al lavoro da parte dei giovani, il crollo delle nascite, una politica migratoria sbagliata nel tempo e particolarmente da questo governo, ma anche il divario salariale, per cui l’Italia sconta un gap retributivo che la pone agli ultimi posti in Europa. Per alcuni settori come il socio-sanitario la concorrenza del settore pubblico si fa sentire in modo più forte anche per questo».
La cosiddetta “fuga dei cervelli” è un tema che incide?
«Il fenomeno dell’emigrazione giovanile all’estero ha avuto un effetto profondo non solo sul lavoro, ma su tutto il tessuto sociale. Ricordo che tra il 2011 e il 2024, secondo dati Cnel, circa 630mila ragazzi tra i 18 e i 34 anni hanno lasciato l’Italia, con picchi che hanno sfiorato le centomila partenze annue nel biennio 2022-2023. L’inverno demografico che stiamo vivendo si spiega anche con questo esodo a cui nessuna politica nazionale ha saputo rispondere».
Per “metterci una pezza” può intervenire solo lo Stato o possono fare qualcosa anche le imprese?
«Su alcuni problemi, come l’immigrazione, possono agire solo le istituzioni. Le cooperative, però, non sono certo rimaste ferme: hanno deciso di investire sulla loro identità valoriale e sulla peculiarità di un modello di impresa che coinvolge tutte le generazioni. Ad esempio la maggiore inclusione femminile, secondo noi, è una delle chiavi per attirare i giovani. Tra le tantissime iniziative mi piace ricordare il bando per lauree Stem intitolato ad Arianna Marchi, che offre dieci borse di studio per studentesse in materie scientifiche, tecnologiche e ingegneristiche, e la certificazione della parità di genere che riguarda ormai numerose cooperative».
Nel mismatch può incidere un mancato aggiornamento di chi già lavora e che quindi si ritrova non più al passo con le esigenze del mutato mercato del lavoro?
«Lavorare in cooperativa comporta un aggiornamento continuo: essere pronti ad accogliere nuove metodologie e a sperimentare tutte le tecnologie che offre il mercato. Questo comporta un impegno in termini economici e culturali che le cooperative hanno colto da tempo. Garantire percorsi di formazione chiari e continui è oggi considerato dalle nostre imprese uno strumento imprescindibile per continuare a crescere».
Foto: Fabio Blaco



