«L’estate è uno dei momenti più difficili per chi è detenuto o lavora nelle carceri: le alte temperature aggravano condizioni già estremamente complesse ed è per questo importante esserci, entrare negli istituti, verificare direttamente la situazione e ascoltare chi ogni giorno vive il carcere e chi vi lavora» è da questa convinzione che nasce “Bisogna aver visto”, l’iniziativa nazionale del Partito Democratico che promuove le visite di parlamentari e consiglieri regionali nei penitenziari del paese. A Ravenna, sono stati la deputata del Pd Ouidad Bakkali e i consiglieri regionali Eleonora Proni e Niccolò Bosi a visitare la casa circondariale cittadina, nella giornata dello scorso venerdì 31 luglio.
Nel corso della visita Bakkali, Proni e Bosi hanno incontrato la direzione, la polizia penitenziaria e il personale educativo e sanitario dell’istituto. «Abbiamo trovato una realtà nella quale tutte le componenti sono impegnate, pur nelle difficoltà, a fare il massimo possibile per garantire condizioni dignitose alla popolazione detenuta e per dare concreta attuazione alla funzione rieducativa della pena prevista dalla nostra costituzione – commentano i democratici -. È un lavoro che va riconosciuto e sostenuto». Particolare attenzione è stata dedicata alla gestione delle ondate di calore: «Abbiamo potuto verificare gli interventi realizzati per climatizzare gli spazi comuni, i luoghi dedicati allo studio, alla lettura, alle attività ricreative e all’attività fisica. Nelle stanze sono inoltre presenti ventilatori messi a disposizione dall’istituto. Non significa che il problema del caldo in carcere possa considerarsi risolto, ma abbiamo riscontrato un impegno concreto per mitigarne gli effetti».
Un secondo tema centrale della visita è stato quello della salute mentale e, in particolare, della prevenzione dei suicidi. «Abbiamo approfondito l’applicazione del nuovo Piano regionale per la prevenzione del rischio suicidario, frutto anche del lavoro della Regione Emilia-Romagna – spiegano dalla delegazione -. Un modello fondato sulla collaborazione tra personale sanitario e penitenziario, sulla valutazione del rischio fin dall’ingresso in istituto, sulla presa in carico individuale e sulla continuità dei percorsi».
Restano però due criticità strutturali sulle quali è indispensabile una risposta nazionale: il sovraffollamento e la carenza di personale. A Ravenna la capienza regolamentare è di 49 posti, mentre le persone detenute sono oltre 80. A questo si aggiunge una dotazione della Polizia penitenziaria inferiore a quella prevista. Per Bakkali, Proni e Bosi «continuare a rispondere aumentando reati e pene non risolve il problema. Occorre uscire da una logica panpenalistica che negli anni ha ampliato il ricorso al carcere senza investire abbastanza sulla prevenzione, sulle misure alternative, sul personale, sui percorsi educativi e sul reinserimento. La sicurezza non si costruisce soltanto dentro le mura di un carcere: si costruisce soprattutto impedendo che chi ne esce torni a entrarci».
Proprio il reinserimento rappresenta uno dei messaggi più importanti raccolti durante la visita. «La pena, secondo la nostra Costituzione, deve tendere alla rieducazione – continuano dal partito -. Ma questo principio rischia di fermarsi davanti al cancello del carcere se, una volta terminata la pena, una persona si ritrova senza un lavoro, senza una rete sociale e spesso senza strumenti sufficienti per ricostruire la propria vita. Il reinserimento non è buonismo: è una politica di sicurezza e di prevenzione della recidiva. Su questo serve uno sforzo dell’intera comunità, delle istituzioni, del sistema economico, del terzo settore e delle imprese».
A Ravenna esistono già esperienze importanti sulle quali continuare a investire, a partire dal recente protocollo che coinvolge gli istituti penitenziari di Ravenna, Forlì e Rimini e prevede, tra il 2026 e il 2028, percorsi di formazione professionale e opportunità di inserimento lavorativo nella grande distribuzione. A questo si affiancano progetti dedicati alla salute, allo sport, alle relazioni e all’inclusione delle persone detenute.
«Usciamo dalla Casa circondariale di Ravenna con la consapevolezza di aver visto un istituto che, nonostante le difficoltà strutturali, regge grazie all’impegno quotidiano delle persone che vi lavorano e all’attenzione alla dignità delle persone detenute – concludono Bakkali, Proni e Bosi -. Ma proprio per questo è necessario che la politica faccia la propria parte: chi lavora nelle carceri non può essere lasciato solo a compensare, con professionalità e dedizione, problemi che richiedono risposte strutturali e nazionali».
Il carcere di Ravenna



