Una normale lezione accademica di Diritto dei beni culturali, universitari chini sul banco a prendere appunti, prof che spiega con voce chiara. E poi, Quatremère de Quincy che si alza in piedi sventolando un boa di piume, Canova che gli risponde e Pio VII che sentenzia. Il teatro entra in ateneo, grazie all’intuizione della dottoressa Federica Botti che, con la collaborazione del collettivo il Circolo degli Scrittori lancerà il progetto che unisce performance dal vivo e insegnamento.
L’appuntamento, aperto non solo agli studenti, ma alla cittadinanza, è giovedì 22 ottobre alle 15.30, nell’aula Magna Tumedei di Palazzo Corradini. «Il teatro è un veicolo potente per i concetti complessi – spiega Deda Fiorini, sceneggiatrice e regista della pièce -. Anzi, verrebbe da dire che più un concetto è complesso, meglio si presta a essere trasmesso attraverso il teatro. E più fantasia e livelli di astrazione si interpongono tra l’oggetto dell’insegnamento e la sua rappresentazione, meglio passa il concetto». Così Fiorini, insieme a Martin Snidaro, ha studiato dispense e materiali forniti dalla professoressa Botti, estrapolandone un copione «che punta a fare interrogare gli studenti, piuttosto che a fornire risposte». In scena, nei panni di alcuni dei personaggi che hanno lasciato un segno nella storia dell’arte, quattro attori del collettivo: Viviella Costantino, Simone Mazzotti, Matteo Marchionno (di appena 16 anni) e Lorenzo Mariani.
«L’idea è quella di riscoprire il ruolo dell’attore come cantastorie, ponendo questioni etiche legate al diritto dei beni culturali ma che si rispecchiano nell’attualità di oggi – spiegano dal collettivo -, l’opera d’arte è di chi la produce, di chi la commissiona, o di tutti? Il confine di un’opera è la sua cornice, o il contesto in cui è calata? Le cose appartengono al luogo dove sono nate, o a chi se le prende? Ed è facile davanti a questa domanda, spostare il pensiero su territori contesi, come quello palestinese».
Attualmente, il progetto non coinvolge l’intero Ateneo, ma resta circoscritto al Dipartimento di Beni culturali, che lo patrocina. L’idea è però quella di creare una “best practice”, un modello virtuoso da replicare in altri contesti universitari e culturali. «L’ambizione è quella di dimostrare che l’arte non è soltanto una forma di espressione, ma può diventare anche uno strumento straordinario per comunicare la conoscenza, avvicinare i giovani al patrimonio culturale e rendere comprensibili anche gli argomenti più complessi – spiega la professoressa Botti -, diversi colleghi si sono mostrati interessati al format, che è replicabile all’interno di qualsiasi dipartimento e disciplina accademica».


