giovedì
07 Maggio 2026
l'intervista

Il sassofonista divulgatore di vini artigianali che crea connubi tra bottiglie e musiche

«Ho scelto Dylan, Coltrane e Reich perché ognuno ha qualcosa di radicale e autoctono»

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Venerdì 8 maggio (ore 20) al Lupo di Lido di Savio si terrà Gli outsider del calice, una serata dedicata a quattro vini artigianali rappresentativi del proprio territorio, una cena conviviale con degustazione di bottiglie lontane dai riflettori guidata dal sassofonista e divulgatore di vini sammarinese Michele Selva, che per ogni assaggio ha preparato una colonna sonora ad hoc pensata per le caratteristiche dei vini. Pro- prio con lui abbiamo fatto una chiacchierata.
Selva, com’è nata la passione per il vino, in particolare per quello artigianale?
«L’artigianalità è la base comune di ogni mio intento divulgativo/estetico/godereccio, mi piace “giocare” con vini che abbiano un’etica naturale, una sorta di “fair play” costante nei confronti della natura e di tutti i processi di lavorazione del vino. La mia passione c’è praticamente da sempre, per quanto sotterranea; poi, come molti, a un certo punto ho fatto il corso triennale di Ais e ho ottenuto il diploma da sommelier. A seguire ho fondato a San Marino un’associazione con un gruppo di amici sommelier – anche se poi siamo tutti usciti da Ais e dai paradigmi ufficiali, diciamo così –, con la quale abbiamo organizzato vari percorsi d’avvicinamento al vino e incontri coi produttori, e questo prosegue tuttora, per quanto mi riguarda, con corsi, video di presentazioni di vini, degustazioni guidate. Dunque tutto è partito da un’ufficialità tecnica, da una base che però si può anche mettere da parte. Ti faccio un paragone con la musica: studiare l’armonia è fondamentale, perché ti aiuta a comprendere meglio quello che stai facendo, poi però, quando ti avvicini empaticamente a una musica, non è che ti metti lì a fare analisi armoniche. Insomma, le basi tecniche non sono certo indispensabili per il godimento né del vino né della musica. C’è una citazione, parafrasata, da Charlie Parker, che mi piace: quando gli chiedevano della sua tecnica prodigiosa lui rispondeva che certamente bisogna studiare e studiare e provare, ma quando poi si va a suonare bisogna dimenticarsi tutto».
Negli ultimi 15-20 anni c’è stata una grande crescita di attenzione e apprezzamento per i vini artigianali, ora sempre più facili da reperire. La gente ha cominciato a capirne la bellezza o è cresciuta la qualità?
«Intuitivamente l’avvicinamento è prima di tutto dovuto a uno sdoganamento di certi vini legati spesso a un sentimento sincero di lavoro pulito. Si è diffusa una sorta di poetica che è andata per fortuna crescendo. Poi c’è sicuramente anche una componente più modaiola, che porta con sé anche un po’ di feticismo nei confronti di questi aspetti di naturalità e artigianalità, cosa che comunque aiuta a far migliorare il prodotto. Culturalmente, anche a seguito della croce e delizia dei social, c’è stata una riscoperta di certe filosofie enologiche e di certi vini di nicchia. Penso ad esempio ai macerati friulani, apripista di metodi di vinificazione non ortodossi, che hanno portato sicuramente a un proliferare di vini una volta difficili da trovare, ma anche a un approccio acritico verso di essi, seguendo un po’ una sorta di onda superficiale. Comunque, tutto sommato, quello che si sta facendo sui vini artigianali per me è positivo».
Come sarà la serata Gli outsider del calice al Lupo? Come hai scelto la colonna sonora per i vini protagonisti?
«La serata è dedicata a quei vitigni che chiamo i “corsari dell’enologia”, partendo dalla macro-distinzione tra i vitigni internazionali, che sono quelli più trasversali, che troviamo un po’ in tutto il mondo. Poi ci sono i tantissimi vitigni autoctoni, quelli legati al terroir, che spesso non riescono a vivere oltre la collina sulla quale sono cresciuti. Tra questi molti sono ormai mainstream, tipo il nebbiolo o l’albana, e altri, spesso riscoperti recentemente, che giocano un po’ in secondo piano, ma che stanno vivendo una specie di nuovo rinascimento. Alcuni sono stati inseriti nel registro dei vini regionali solo una ventina d’anni fa. Dunque la serata verterà su alcuni di questi vitigni di retrovia, e le bottiglie saranno Scazzaridde (verdeca, minutolo) e Asso di Bastoni (verdeca, minutolo, trebbiano) di I Parieti, Foresto (bianchetta genovese) di Daniele Parma/La Ricolla, e Le Lame (trebbiano) di Vespignano. Per quantoriguarda gli abbinamenti musicali ho scelto tre autori enormi come Bob Dylan, John Coltrane (di cui quest’anno si celebrano i cent’anni della nascita) e Steve Reich, che hanno incluso nei lavori che presenterò (rispettivamente Highway 61 Revisited, Blue Train e Music for 18 Musicians) qualcosa di autoctono, fondamentalmente. Il folk americano, per Dylan, così come il blues del delta del Mississippi; le musiche di Coltrane che ho scelto fanno riferimento a un legame molto afroamericano, al blues e al gospel, uniscono il be-bop a un sentore più black e autoctono. E poi presento la forma particolare di minimalismo di Reich, che affonda le radici nella cantillazione ebraica e nelle percussioni del Ghana. Dunque tre mondi che attingono a qualcosa di radicale, corsaro, autoctono».
Quali sono tre bottiglie per te imprescindibili?
«Sicuramente una bottiglia fondamentale è l’albana Arcaica di Paolo Francesconi, uno di quei vini con cui mi sono approcciato ai naturali e che mi ha fatto capire come anche in Emilia-Romagna si riescono a fare vini di livello altissimo. Poi voglio omaggiare la ribolla di Josko Gravner, una bottiglia che rappresenta anche una tradizione e una storia di vignaioli che lavorano in modo simile. Quella friulana al confine con la Slovenia è una terra spettacolare, liminale, e questa ribolla sta al vino come Mozart o Stockhausen alla musica. Poi, visto che adoro la Sicilia, ti dico il Munjebel di Frank Cornelissen, sia bianco (grecanico e carricante) che rosso (nerello mascalese)».

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I quattro vini in degustazione al Lupo
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