Per questo nuovo affondo nelle più interessanti realtà vinicole romagnole torno a Fognano (Brisighella), dove incontro Luca Terrabusi, vignaiolo che, oltre a una naturale eleganza e a una faccia da attore della Nouvelle Vague francese, possiede i grandi doni della spontaneità e della simpatia. Sì, insomma, la persona perfetta con cui parlare di qualsiasi cosa davanti a una boccia di vino.
Luca, raccontami un po’ la tua storia nel mondo del vino.
«Tutto nasce da un podere nella frazione di Castellina, attaccata a Fognano, dove è cresciuto mio nonno, nato a Brisighella. Lì, nel 2007, la Chiesa ha messo in vendita questo podere che abbiamo acquistato. C’era già la vigna, per quanto abbandonata, e l’ho presa in mano io, ma comunque anche mio padre e i miei fratelli sono tutti appassionati di vino. In qualche modo ho iniziato a gestirla, anche con l’aiuto dei contadini della zona, ma inizialmente non usciva nulla di eccezionale, facevamo poche bottiglie, giusto per amici e vicini di casa. Poi, nel 2017, mi son deciso a cambiare registro – comunque contestualmente ho sempre fatto un altro lavoro, nel mondo dei videogiochi –, perché mi ero innamorato dei vini naturali, e abbiamo deciso di iniziare a fare le cose seriamente. E così il vino inizia a migliorare molto già dal primo anno e ancora di più nel 2018. Poi conosco Paolo Babini, che è un po’ il guru del vino artigianale di queste parti, e da lì tutto è proprio decollato».
Com’è strutturata la tua vigna?
«Abbiamo cinque ettari complessivi divisi in alcune parcelle, con rese basse, perché sono quasi tutte piante molto vecchie. Una parte della prima vigna, quella più vicina al rio, dove c’era il sangiovese, non produceva più, e così abbiamo deciso di espiantare e mettere l’albana. Dunque questa è una vigna molto giovane, che sta iniziando ad aumentare la produzione adesso, anche se aumentare non è la nostra priorità. Stiamo parlando di un ettaro e tre, che l’anno scorso ha dato 40 quintali, mentre quest’anno solo 38 purtroppo, perché durante le due settimane più calde le piante giovani non han reagito benissimo. Abbiamo anche una vigna in via Baccagnano, Ca Nova, che è un poderino dove il terreno è più argilloso, più adatto a un vino di spessore romagnolo. L’ultimo arrivato è un ettaro di trebbiano che si trova su un pendio scosceso, ma l’anno scorso ha preso la grandine e non abbiam fatto nulla. Quest’anno però ci son stati 14 quintali d’uva e finalmente il trebbiano uscirà nel 2027. Complessivamente, quest’anno usciamo con 6.500 bottiglie, ma c’è stato un anno che siamo arrivati a 8.000».
Qual è il tuo approccio alla vigna e in cantina?
«Alle piante non diamo nulla, se non un minimo di rame e zolfo. Quest’anno abbiamo provato nel terreno la caolite, una polvere di argilla naturale molto chiara, che dovrebbe riflettere la luce del sole, perché andando avanti con questi climi bisognerà proteggersi in qualche modo. Considera che quest’anno abbiamo vendemmiato il 20 agosto. In cantina fermentazioni spontanee da lieviti autoctoni, partendo da dei pied de cuve e battezzando poi la fermentazione e gli aromi migliori per andarci dietro. Di solito usiamo barrique esauste e affinamenti in acciaio o cemento. A noi prima di qualsiasi cosa interessa trovare un alto livello qualitativo. Se l’uva non è all’altezza si rinuncia a un’etichetta, non usiamo la chimica in alcun modo, nemmeno la solforosa. Il vino lo facciamo per passione e vogliamo fare le cose bene. E comunque è assurdo che non si sia ancora capito che bisogna bere sano».
Una cantina di Terrabusi però ancora non c’è.
«No, abbiamo iniziato da Filippo Manetti, Vigne di San Lorenzo, poi un anno siamo andati a Predappio e quest’anno siamo andati a vinificare da Ronchi di Castelluccio, grazie all’amico Gian Matteo Baldi, che conosce bene l’azienda. Ma mi auguro che massimo in tre anni avremo la nostra cantina. Non ci interessa fare chissà quante bottiglie, ma è importante fare il vino a “casa” nostra, avere la nostra opera d’arte sempre sott’occhio, provare a fare anche micro-vini- ficazioni ed esperimenti vari».
Veniamo ai tuoi vini, me ne illustri qualcuno?
«Iniziamo con l’albana, Marcello (il nome è una dedica a un amico che non c’è più), di cui vado molto fiero. A metà della fermentazione la mettiamo in barrique esauste, dove finisce di “bollire”. È un vino fresco, sapido, verticale, con un naso complesso e ampio. Il Felix Suis è invece un metodo classico da uve sangiovese in purezza. È un esperimento che viene da lontano, dalla vendemmia 2019. Il metodo classico bisogna farlo bene, coi tempi che gli occorrono, altrimenti meglio non farlo proprio. Forse il sangiovese non è proprio il vitigno principe per gli spumanti, ma abbiamo voluto dare fiducia ai vitigni romagnoli, cercando strade nuove. C’è anche la magnum, un formato un po’ scomodo ma che per le bolle è perfetto. È un’annata 2018, molto vivo, con una bella acidità e quella nocciola presente al naso anche nell’altro. Poi ci sono i tre sangiovese. Il Lammone blu (dal colore del retro etichetta), un 2023, affinato in acciaio, un vino che è ancora in evoluzione. Fa una pressatura soffice ma poi si riposa, al massimo sei ore, per arrivare al suo colore. Il Lammone verde 2023 arriva dalla stessa partita, ma fa una macerazione di 15 giorni sulle bucce, poi va in affinamento in cemento. Per quello che mi riguarda, il cemento per un sangiovese base è la morte sua. In acciaio è pronto subito, con il cemento ci vuole un po’ di più ma si sente la differenza. Ha una grande sapidità, lascia il palato pulito. Infine il Rio Contro 2022, l’ammiraglio, che fa 15 mesi di legno in tonneaux nuove, dopo un mese di sosta sulle bucce».
Mi piace molto il vostro simbolo, questo profilo di Giove Ammone, e anche le retro-etichette, molto artistiche e originali.
«Il nostro primo vino si chiamava Lammone, come i sangiovese che facciamo ora, che è una storpiatura del nome del fiume. Giove Ammone era il dio della fertilità, da cui deriva la parola che i romani dettero al fiume, rimasta per secoli. Le etichette invece sono tutte opere di artisti locali, come Alfonso Leoni, che è stato un grande ceramista, amico di mio padre».
Per chiudere, alcuni locali in provincia dove trovare i vostri vini?
«A Ravenna all’Alighieri Café, sono molto curiosi anche in ambito enoico e attentissimi alla carta dei vini. A Faenza segnalo La Baita e Fmarket Café».

Albana Marcello e sangiovese Rio Contro
Difficile scegliere il preferito tra i vini di Terrabusi, ma questi due sono di un altro campionato. Marcello 2023 è un albana in purezza di grande classe, un vino che esprime perfettamente il suo territorio. Il naso è ampio, con note esotiche e di albicocca, poi c’è del floreale, ginestra, e sentori minerali che gli derivano dai terreni limoso-calcarei. In bocca l’imponenza e l’impulsività del vitigno sono saggiamente bilanciate da una sapidità e da una freschezza impeccabili. Un vino verticale, snello, elegante, che invoglia fino al congedo della bottiglia. Il Rio Contro Romagna Sangiovese Brisighella doc 2023 unisce invece le classiche note di frutta rossa del sangiovese a una spiccata freschezza, con tannini presenti ma integrati, sfumature di erbe officinali, spezie e mineralità tipica del terroir di Brisighella. Questo vino ha appena ottenuto il massimo riconoscimento (i 5 grappoli) dalla guida Bibenda per i migliori vini d’Italia 2027. E, vien da dire, era ora che qualcuno se ne accorgesse.


