Le testimonianze di Luna Bendandi, protagonista del film “Centochiodi” con Raz Degan, e di Bruno Bendoni, due (ex) attori ravennati al lavoro con il grande regista scomparso il 5 maggio

È morto il 5 maggio a 86 anni il grande regista bergamasco Ermanno Olmi, considerato da tutti gli addetti ai lavori creatore di un linguaggio personale e fuori da ogni schema nel mondo del cinema, italiano e non solo.
Un «maestro di vita» secondo la cervese Luna Bendandi, oggi 37enne, protagonista del suo film del 2007, Centochiodi, nel ruolo di Zelinda, una ragazza che lavora in panetteria e si infatua di un professore di filosofia della religione interpretato da Raz Degan. «Studiavo recitazione a Roma – ricorda Luna, ora impegnata in un’attività autonoma a Ravenna, lontano dalle luci del cinema – e tramite un’agenzia riuscii a fare un colloquio con i suoi assistenti: dopo due settimane venni contattata per incontrare Olmi in persona, a Bologna».
«Ero molto emozionata – dice Luna a proposito di quel primo incontro –, parlammo parecchio, mi disse quello che avevano visto in me: aveva le idee molto chiare sul mio futuro personaggio nel film». Fu un impegno di due mesi sul set, a cui si sono poi aggiunte due settimane di doppiaggio sulla sua stessa voce. «È stato un lavoro molto impegnativo, formativo e coinvolgente, di quelli che ti cambiano la vita. Ermanno Olmi era una persona fantastica, leale, sincera: aveva, come detto, idee molto precise sulle scene del film, che esprimeva anche attraverso dei disegni, dei veri e propri acquerelli che faceva sul set per mostrarci cosa aveva in mente. Dava un significato profondo a ogni piccolo gesto e così le prove continuavano finché non si arrivava a un risultato ottimale, lasciando comunque spazio anche all’improvvisazione». Terminato il film, Luna ha continuato a scrivergli delle lettere, «a cui lui ha carinamente risposto, anche se adesso era da un paio d’anni che non ci sentivamo. È stato un maestro di vita, è come se avessi girato il film con lui un mese fa: ti faceva vedere il mondo in un modo antico, senza la fretta dei nostri giorni, aveva un’altra concezione del tempo».
A recitare (in una piccola parte ma comunque ben definita) in un film di Olmi è stato anche l’attore ravennate Bruno Bendoni, 58 anni, sul set de Il mestiere delle armi per cinque giorni con 40-50 chili di armatura sempre addosso, o quasi (a fronte di un corrispettivo di 1.500 euro lordi al giorno, ricorda, «anche se per Olmi sarebbe bastato anche solo il rimborso spese»).
«E pensare – ricorda Bendoni – che credo di essere stato vicino a fare il protagonista perché Olmi l’ha poi scelto in corso d’opera, dopo oltre un mese di girato. Durante il provino infatti lo avevo colpito: dopo 6-7 minuti di silenzio, uno davanti all’altro, ebbi un gesto di stizza che lui mi chiese di ripetere più volte. Mi disse che avevo una bella faccia, con una bella cicatrice, e che avremmo sicuramente lavorato insieme. Ma quando mi chiese se mi piaceva comandare, io ingenuamente risposi praticamente di no (il protagonista del film è invece il condottiero Giovanni delle Bande Nere, poi interpretato dal bulgaro Hristo Jivkov, ndr)». Bendoni sorride ancora ripensando a quel provino. «Mi ricordo che ci avevano detto che Olmi cercava gente con facce molto particolari e che avesse dormito non più di 3-4 ore quella notte: io fortunatamente ero già allora devastato dai turni (oltre a recitare in alcuni film anche con autori importanti, infatti, Bendoni non ha mai voluto lasciare la propria occupazione all’Eni, dove lavora tutt’ora che ha abbandonato i set e i palcoscenici, ndr). Il provino era a Rimini e arrivai pure tardi per la fila sull’Adriatica. A colpirmi di Olmi fu in primo luogo il suo aspetto, un gigante, magro, quasi da olimpionico. E poi la sua voce soffusa e una stretta di mano incredibilmente forte. L’Italia ha perso un grandissimo regista, con uno stile unico».
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