lunedì
27 Aprile 2026

Nascosti tra i carciofi i soldi da riciclare: sette arresti, sequestrati 20 milioni

Presunta associazione per delinquere: un noto imprenditore di Russi del settore vinicolo, già arrestato nel 2012, in affari con i clan pugliesi per ripulire i soldi da usura ed estorsioni e far rientrare i suoi capitali scudati

Il colonnello Andrea Fiducia, comandante provinciale della guardia di finanza

Follow the money, segui i soldi, consigliava Gola Profonda per ricostruire lo scandalo Watergate nel film “Tutti gli uomini del presidente”. Qua il contesto è diverso ma seguire la traccia lasciata dal denaro – spostato in formato elettronico con bonifici o in contanti dentro a grandi borsoni nascosti tra casse di carciofi nel baule dell’auto – è quello che ha fatto anche la direzione investigativa antimafia (Dia) di Bologna, coordinata dalla procura di Ravenna, arrivando a individuare un presunto gruppo criminale specializzato, soprattutto mediante l’utilizzo di fatture per operazioni inesistenti nel settore vitivinicolo, nel riciclaggio di capitali sporchi. Sette persone arrestate ieri, 15 dicembre, eseguendo un’ordinanza di custodia cautelare: tra loro il 48enne imprenditore Vincenzo Secondo Melandri di Faenza, noto anche come “il re del vino” per l’attività della sua azienda “Alla Grotta” di Russi. Contestualmente è stato disposto anche il sequestro di un ingente patrimonio, stimato in oltre venti milioni di euro, tra cui figurano tre società, investimenti finanziari e immobili tra Ravenna e Foggia. Oltre alla Dia ha lavorato alle indagini la guardia di finanza di Ravenna.

Melandri è stato fermato in una stanza d’albergo a Manduria. È considerato il vertice e fu già arrestato nel 2012 con altre ventitrè persone legate alla criminalità organizzata foggiana: un anno fa gli sviluppi giudiziari di quella vicenda sono sfociati in una condanna in appello a quattro anni di reclusione. Secondo l’ipotesi di questo nuovo filone d’indagine (pm Alessandro Mancini e Lucrezia Ciriello) le cose starebbero così in buona sostanza: le radici del sodalizio erano in Puglia (vicino al clan Piarrulli-Ferraro) dove ci si occupava del core business più rozzo attraverso reati come usura ed estorsioni per accumulare fondi illeciti, mentre in provincia di Ravenna c’era Melandri che manovrava bonifici e carte per far girare la lavatrice delle banconote.

In cella sono finiti anche Gerardo Terlizzi (56 anni, fratello del più noto Giuseppe, reggente del clan Piarrulli-Ferraro), i fratelli Pietro e Giuseppe Errico (55 e 66), anch’essi vicini al citato clan, e Rosa D’Apolito (53). I primi tre originari di Cerignola e la quarta di Monte Sant’Angelo. Mentre sono ai domiciliari la 53enne faentina Roberta Bassi (compagna e socia in affari di Melandri) e Ruggiero Dipalo che il colonnello Aniello Mautone della Dia bolognese, nella conferenza stampa negli uffici del palazzo di giustizia di Ravenna, definisce «una testa di legno al servizio del gruppo».

Il fascicolo incardinato in procura a Ravenna, come detto, nasce da una costola dell’operazione Baccus partita da Bari anni fa e arrivata da poco alle condanne in secondo grado. Gli inquirenti avevano accertato che Melandri aveva accumulato e depositato a San Marino oltre 23 milioni di euro di presunti illeciti guadagni, di cui nove ancora sotto sequestro dalle autorità del Titano per riciclaggio. I restanti 14 invece erano stati rimpatriati in Italia su tre conti correnti a lui intestati tra fine 2009 e inizio 2010 sfruttando lo scudo fiscale. Seguendo questi spostamenti di denaro è nata l’indagine Malavigna.

Gli investigatori si sono accorti che nel 2014, tre mesi dopo il termine dei domiciliari quando ancora “Alla Grotta” era sotto sequetro preventivo, Melandri creò la società Melandri Trading (le Fiamme Gialle di Ravenna hanno un corso una verifica fiscale su questa società) attiva nello stesso settore del commercio e intermediazione di uve, mosti e vini con sede a Russi a casa della nonna del fondatore e base operativa a Castel Bolognese (due anni dopo il 90 percento delle quote passò alla compagna). Dal 2015 fino a due mesi fa nelle casse di questa società sono entrati circa tre milioni di euro come prestiti fruttiferi del socio. Secondo gli investigatori quei soldi farebbero parte del capitale scudato accumulato illecitamente in passato.

I pugliesi, attraverso finte società vitivinicole intestate a dei prestanome, emettevano fatture fittizie alla società Melandri Trading per la vendita di prodotti in realtà mai corrisposti. L’attività serviva a ripulire il denaro sporco proveniente da usura, dall’esercizio abusivo di attività finanziarie e frodi fiscali. Di fatto alla società di Melandri arrivava il denaro contante (corrispondente all’importo delle fatture senza Iva) con corrieri che partivano da Cerignola in auto e successivamente l’imprenditore procedeva a pagare con bonifico le fatture maggiorate dell’Iva. Valige contenenti centinaia di migliaia di euro che viaggiavano da Sud a Nord (dodici consegne solo tra agosto e dicembre 2010) e poi Melandri restituiva ai pugliesi tramite bonifici bancari con cui pagava le fatture false emesse da società cartiere e subito svuotate dagli affiliati ai clan. A svelare il meccanismo illecito alla base dell’inchiesta Baccus era stato un imprenditore vittima di attività usurarie.

Il sistema nella versione 2.0 avviata dopo la scarcerazione dai domiciliari, consentiva ancora ai foggiani di riciclare il denaro sporco e di incassare gli importi corrispondenti all’Iva (mai versata nelle casse erariali) e a Melandri invece di riciclare le disponibilità finanziarie rimpatriate da San Marino e di abbattere i ricavi della sua azienda grazie alla registrazione in contabilità di costi inesistenti. Non solo: sulle citate operazioni commerciali fittizie, fatturate per oltre cinque milioni di euro, l’azienda ravennate ha beneficiato anche di indebite detrazioni di imposta per circa due milioni di euro.

La madre di Giulia: «Cagnoni ha buttato i vestiti di mia figlia». Poi lui la insulta

Ottava udienza / In aula Rossana Marangoni riporta quello che la nipotina di 11 anni, figlia maggiore della vittima e dell’imputato, le ha raccontato dopo aver parlato con il nonno paterno e padre del dermatologo alla sbarra per omicidio. E spunta anche la massoneria: il notaio amico rivela che Cagnoni faceva parte della loggia la Pineta

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Processo Cagnoni, 15 dicembreUna nonna sa che dovrebbe mantenere un segreto confidatole da una nipotina di undici anni ma se rivelarlo può servire per fare giustizia sulla morte della madre di quella nipote, nonché propria figlia, allora vale la pena uno strappo alla regola. È quello che ha fatto Rossana Marangoni oggi, 15 dicembre, parlando dal banco dei testimoni davanti alla corte d’assise di Ravenna nell’ottava udienza del processo in cui il 52enne dermatologo Matteo Cagnoni è imputato per l’omicidio della 39enne moglie Giulia Ballestri. «Mia nipote è una ragazzina sveglia – dice la donna rispondendo con voce chiara alle domande di accusa e difesa –, un paio di mesi fa ho saputo una cosa da lei e avevamo deciso che sarebbe rimasto un segreto fra noi. Non l’ho detto nemmeno al nostro avvocato. Ma oggi in tribunale credo che invece sia giusto dirlo». La nipote, la più grande dei tre figli della coppia che ora di fatto vivono tra nonni materni e il fratello della vittima, le avrebbe riportato il racconto ascoltato dal nonno paterno, il padre dell’imputato: i vestiti e gli effetti personali di Giulia – indossati il 16 settembre 2016 quando è stata uccisa a bastonate nello scantinato di una villa disabitata di proprietà della famiglia Cagnoni in via Padre Genocchi a Ravenna – non sono mai stati ritrovati dagli investigatori perché il papà della bambina li ha buttati in un cassonetto dell’immondizia. La piccola l’avrebbe saputo in occasione di un pranzo: da un po’ di tempo aveva espresso il desiderio di poter conservare la borsetta e l’orologio della madre come ricordi e così ha chiesto al nonno dove fossero finiti.

Un colpo di scena inatteso, una rivelazione esplicita arrivata al termine di due ore di testimonianza in cui la 69enne ha conservato compostezza e serenità nel ricostruire i contorni «del fattaccio», come lo definisce lei stessa. Un fiume di parole, punteggiate da una cadenza veneta, che mostrano una donna coriacea e piena di orgoglio che non si è lasciata sfuggire l’occasione di qualche stoccata al genero. Mai un cedimento nella voce, come invece era accaduto all’altro figlio Guido, mai una lacrima, mai una indecisione nel racconto. Ma non si pensi al quadretto agiografico della vittima e a quello demoniaco del genero, dipinti da una madre assetata di vendetta: Marangoni non ha risparmiato critiche a certi comportamenti della figlia così come non ha lesinato in apprezzamenti all’imputato. Che però ha reagito perdendo le staffe in un momento di pausa del dibattimento quando a voce alta ha volgarmente insultato la suocera prima di essere trattenuto dagli agenti di polizia penitenziaria. Più tardi l’uomo ha chiesto la parola per scusarsi di fronte alla corte: «Mi sono accalorato ma non vedo i miei figli da 14 mesi ed è una sofferenza, oggi ho sentito cose che per conto mio non stanno né in cielo né in terra e da tre udienze vengono continuamente provocato da mio cognato. Chiedo scusa e ora il mio contegno sarà ineccepibile». E pensare che era entrato in aula dentro un dolcevita raffinato sfoggiando una serenità tale da mettersi a leggere il giornale nella gabbia in attesa della corte, quasi a prendersi gioco dei fotografi.

Processo Cagnoni, 15 dicembreLa deposizione della madre di Giulia ha toccato tanti punti, a partire da quel corteggiamento nato tra un dermatologo e una sua paziente tra 2004 e 2005. Sulla base dei racconti della figlia le cose fra i due coniugi sarebbero andate bene per almeno una decina di anni. E la donna ha ammesso che forse non è stato il genero che poi è cambiato diventando più oppressivo, perché determinato e controllore lo era da sempre: «Giulia era una pigrona di natura e magari fino a un certo punto le è andato bene che fosse lui a decidere tutto e organizzarle tutto fino ai dettagli. Poi quando i figli sono diventati un po’ più grandi ha cominciato a sentire il bisogno di guardarsi attorno, di riprendersi degli spazi e soffriva di dover chiedere il permesso per ogni cosa o di sentirsi controllata in tutto. Certe volte per dimostrare che era davvero a casa mentre il marito era fuori doveva inviargli una foto sul telefono».

Della crisi coniugale Marangoni ne ha saputo solo a gennaio del 2016: «Me lo disse mia figlia, mi diceva “non ne posso più”. E io cercavo di invitarla a ragionare, a riflettere, a non prendere decisioni affrettate perché di mezzo c’erano tre bambini». Anche per questo dice di aver apprezzato quando Cagnoni la invitò nel suo ambulatorio per esprimerle tutta la sua amarezza per quella storia che stava naufragando: «Si meravigliava che le cose non andassero più bene, l’insofferenza di mia figlia lo turbava perché non capiva la motivazione. Mi sembrava un atteggiamento propositivo». Mentre della relazione extraconiugale con Stefano Bezzi è venuta a conoscenza solo ad agosto 2016, direttamente dal genero che si è presentato a casa sua per informarla: «Mi disse che lo considerava un “ignorantone” e per questo non lo poteva accettare. Giulia mi disse che non era una relazione poi così importante, disse che le dava un po’ di allegria ma non la definì un grande amore. Non c’erano progetti di vita comune».

Processo Cagnoni, 15 dicembreMadre e figlia si sono viste per l’ultima volta il 14 settembre, due giorni prima dell’omicidio: «Due ore e mezza di chiacchiere in cui mi ha raccontato di tutto». A partire da quell’accordo informale che credeva di aver raggiunto in vista della separazione: «Lui avrebbe versato a Giulia ogni mese mille euro per il mantenimento di ogni figlio e una cifra simile per lei. Poi erano andati da un avvocato a Forlì che in teoria doveva essere super partes e si era sentita dire che le cose potevano essere ribaltate perché Cagnoni era nulla tenente in quanto aveva venduto le sue proprietà al fratello. Giulia si alzò e andò via dallo studio».

Dal racconto della donna emergono anche dettagli che tratteggiano meglio come mai Giulia e Matteo andarono nella villa di via Genocchi il 16 settembre: «Mia figlia mi ricordò un quadro orrendo che avevano tolto dalla casa e mi disse che il marito le aveva chiesto di andare con lui nella villa per fotografarlo e mandare le immagini a un compratore pronto a pagarlo 50-60mila euro da dividere poi nel divorzio. Lei non voleva nemmeno prendere i soldi ma io le dissi che le spettavano e che quindi li prendesse. Però mi lasciò perplessa che servissero foto se il compratore era già d’accordo». Ma perché in due insieme per delle semplici foto? «Matteo non voleva andare in quella casa da solo, diceva che era abitata dai fantasmi ed era stata usata per sedute spiritiche. Io dissi a Giulia di andare da sola che tanto noi non abbiamo paura di quelle cose ma lei mi rispose che lui aveva insistito per andare insieme. Non mi disse quando sarebbero andati». Le sedute spiritiche sono una circostanza già emersa in altre testimonianze. Ad aggiungere un’altra pennellata di torbido ci pensa il notaio Fabrizio Gradassi che si occupò proprio della cessione dei beni di Cagnoni: al pubblico ministero risponde che la Pineta è una loggia massonica di cui lui non faceva parte ma l’imputato sì.

La madre e il fratello di Giulia Ballestri in tribunaleNelle tante parole di Marangoni c’è poi anche tutta l’ansia e le anomalie delle ultime ore prima del ritrovamento del cadavere, avvenuto poco dopo la mezzanotte tra domenica 18 e lunedì 19 settembre. Dalla sera prima la madre ha saputo che Giulia non è reperibile, lei stessa chiama al fisso dei consuoceri a Firenze e il padre dell’imputato le risponde che là c’è solo Matteo con i tre figli e non Giulia. La domenica parla con il genero al telefono mentre lei passeggia sulla palizzata di Marina: «Gi dico che Giulia non si trova da due giorni e lui mi dice che forse era con il fidanzato ma io sapevo che non era così. Poi Matteo mi racconta che l’ha visto per l’ultima volta verso il mezzogiorno del sabato sotto casa loro in via Bruno quando lui è salito per prendere le valigie sue e dei figli per andare a Firenze a trovare la madre che non stava bene. Mi sembrò molto strano che rimanesse a Firenze mentre la moglie non si trovava, anche se erano in crisi credo fosse normale partire per venire a Ravenna. Gli dissi che la polizia stava per andare a casa loro e avrebbero sfondato la porta per vedere se aveva avuto un malore in casa. A me non sembrò preoccupato». Nessuno poi da Firenze chiamò la donna per avere notizie.

 

Il 16 e 17 dicembre alla piscina “Gambi” il torneo intitolato a Francesco Caliandro

Pallanuoto / I padroni di casa del Ravenna Pallanuoto, lo Sporting Lodi, la Jesina Pallanuoto e il Futuro Acqua Modena protagoniste della dodicesima edizione del Trofeo Città di Ravenna

Cata Pescara
Indisponibile il centroboa giallorosso Mattia Catalano

Sabato 16 e domenica 17 dicembre si disputerà al Centro Nuoto Gambi di Ravenna l’ormai tradizionale Trofeo “Città di Ravenna”, giunto alla sua dodicesima edizione e intitolato al ricordo di Francesco Caliandro, indimenticato protagonista di tante stagioni in giallorosso, scomparso nell’agosto del 2011. Partecipazione molto ricca quest’anno, rappresentativa di diverse “scuole” di pallanuoto, con formazioni provenienti da tre diverse regioni. Oltre ai padroni di casa di Ravenna Pallanuoto, saranno della partita la formazione dello Sporting Lodi, nata dopo le difficoltà delle squadre “storiche” Wasken Boys e Fanfulla, la Jesina Pallanuoto, una delle compagini più accreditate nel girone di Serie C che comprende Marche, Abruzzo e Umbria, e infine il Futuro Acqua Pallanuoto di Modena, squadra guidata da coach Luca Selmi che annovera fra le sua fila molti giocatori di grande esperienza e di categoria superiore e che sarà sicuramente protagonista nelle parti alte della classifica del girone Emilia Romagna e Veneto della serie C.

Francesco Caliandro
Francesco Caliandro, il giovane atleta scomparso nel 2011

Il torneo, organizzato con il patrocinio del Comune di Ravenna, si svolgerà a partire dal tardo pomeriggio di sabato 16 dicembre e proseguirà per l’intera giornata di domenica 17 dicembre e, considerata la qualità delle formazioni coinvolte, sarà una splendida occasione per portare in piscina tutti gli appassionati di pallanuoto che potranno assistere ad uno splendido spettacolo. «Siamo riusciti ad avere la partecipazione di formazioni molto ben strutturate – spiega il presidente di Ravenna Pallanuoto, Cesare Bagnari – che ringraziamo per aver accettato il nostro invito, per cui ci aspettano tre incontri che saranno davvero interessanti. Peccato non avere a disposizione già da questo torneo Mattia Catalano, che si sta riprendendo da un brutto infortunio e che ancora non può essere a disposizione del nostro mister».

Il coach Fabrizio Pirazzini quest’anno ha a disposizione una formazione molto giovane, composta solo da giocatori romagnoli, a eccezione del nuovo portiere, Ruggero De Santis, proveniente dalla President Bologna. «Sarà un campionato difficile – spiega il tecnico – perché molti dei nostri ragazzi mancano di esperienza nella categoria. Stiamo lavorando molto duramente per farci trovare pronti dal punto di vista fisico, consapevoli che dal punto di vista tecnico dobbiamo concedere qualcosa alle favorite del campionato che andremo ad affrontare. Il clima nello spogliatoio è molto sereno ed il nostro tradizionale torneo quest’anno sarà una ottima occasione per rifinire la preparazione».
Il programma degli incontri: sabato 16 dicembre, ore 18, Ravenna Pallanuoto-Futuro Acqua Modena; ore 19, Sporting Lodi-Jesina Pallanuoto; domenica 17 dicembre, ore 10, Sporting Lodi-Futuro Acqua Modena; ore 11.15, Ravenna Pallanuoto-Jesina Pallanuoto; ore 15, Futuro Acqua Modena-Jesina Pallanuoto; ore 16.15, Ravenna Pallanuoto-Sporting Lodi; ore 17.30, premiazioni.

Al posto del bitumificio sul canale la seconda parte del progetto “Darsena Pop Up”

Mentre il progetto di riqualificazione del comparto Cmc è ormai dimenticato…

Sic E Pop Up
A sinistra un rendering della seconda parte del progetto Darsena Pop Up che verrà realizzato dove ora c’è il bitumificio in via di dismissione della Cmc (a destra)

Al posto del bitumificio ex Sic arriva un’altra Darsena Pop Up. Lo annuncia Roberto Macrì, direttore generale di Cmc, la cooperativa proprietaria dell’area sul canale di Ravenna che sta dismettendo la fabbrica adiacente la torre di Cino Zucchi, i cui residenti si battono da tempo per la chiusura, a causa delle polveri e dei rumori prodotti dall’attività.

Il sindaco Michele de Pascale, come promesso in campagna elettorale, ha come noto impedito che il cementificio potesse ottenere una nuova autorizzazione e di conseguenza la cooperativa di via Trieste è stata costretta a bloccarne l’attività già la scorsa estate, senza però grossi traumi per i lavoratori, come invece ventilato inizialmente. Almeno a detta dello stesso Macrì, che assicura che alcuni sono stati “accompagnati” alla pensione, altri starebbero continuando l’attività nell’azienda ex Sic (non più in darsena) e altri ancora sono stati reintegrati in Cmc. Alcuni degli impianti presenti sono invece già stati venduti e Cmc provvederà a mettere l’area di nuovo a disposizione della città.

È stato infatti praticamente definito in questi giorni un accordo con i promotori di Darsena Pop Up, probabilmente al momento l’unico vero intervento di successo lungo il canale nell’ambito della riqualificazione del quartiere. Si tratta come noto dell’area riconvertita grazie in particolare all’utilizzo di container e che ospita al momento varie attività; il secondo stralcio del progetto era già stato inserito nel Bando Periferie e ora ha anche una nuova collocazione (non più adiacente al primo, come previsto inizialmente). Al posto della fabbrica sono in arrivo quindi nuovi spazi di socializzazione oltre a un laboratorio di ricerca universitaria per studiare lo stato dell’acqua del Candiano e una piccola torre fatta di container e rivestita da una pellicola metallica dorata, stando ai rendering senza dubbio molto scenografica (vedi foto in alto).

Sarà però questo, al momento, l’unico contributo della Cmc alla riqualificazione della darsena, essendo stato ormai da tempo accantonato il progetto da 125 milioni di euro presentato nel 2010 e che avrebbe dovuto trasformare anche la sede della cooperativa di via Trieste, fungendo da volano per l’intera area. Un progetto che prevedeva piccoli negozi, ristoranti, uffici, abitazioni, una camminata da via Trieste al Candiano, una piazza, parcheggi e pure una torre. Niente più che un libro dei sogni, per il dg Macrì, che non chiude naturalmente a progetti futuri ma fa capire chiaramente che al momento non ci sono le condizioni neppure per riprendere in considerazione qualcosa di simile. Al massimo Cmc si dice disponibile a valutare progetti di altri investitori o di collaborazione con i comparti vicini, come per esempio quello del cosiddetto Sigarone.

Il 19enne ravennate Mattia Strocchi è l’italiano dell’anno secondo il sondaggio Coop

Ha inventato un esoscheletro riabilitativo per persone con disabilità. Dietro di lui anche Totti e Buffon

Strocchi OrionGrazie al suo esoscheletro riabilitativo per persone con disabilità, il diciannovenne ravennate Mattia Strocchi è l’italiano dell’anno secondo il sondaggio voluto da www.italiani.coop (lo strumento di ricerca e analisi di Coop) in collaborazione con Ansa e realizzato da Nomisma.

Strocchi succede a Bebe Vio, vincitrice nel 2016 davanti a Samantha Cristoforetti e Alex Zanardi. Nella classifica del 2017 lo segue un altro ricercatore, Giulio Regeni, ucciso in Egitto, e al terzo posto una ricercatrice, Federica Bertocchini, che ha scoperto il bruco che mangia la plastica. L’Italia del calcio si posiziona al quarto e quinto posto con Francesco Totti e Gianluigi Buffon, ma nella top 10 compare anche l’etica e l’impegno con Bruno Gulotta vittima dell’attentato terroristico a Barcellona in cui perse la vita per salvare i suoi bambini e i vigili eroi di Rigopiano.

1.500 interviste a un campione rappresentativo di connazionali con lo scopo di riflettere su chi nel corso dell’anno ha segnato con una sua azione la memoria degli italiani e ha rappresentato positivamente il nostro Paese. Divisi in 6 categorie (sport, arte e cultura, tv e spettacolo, piccole imprese e start up, scienza e tecnologia, etica e sociale) sono stati sottoposti al campione 77 nomi.

Mattia Strocchi supera tutti perché esprime valori positivi (lo sostiene il 31%), è esempio di innovazione per il 28% ed è considerato un modello da seguire (21%). Anche Giulio Regeni viene ricordato per il suo essere d’esempio agli altri (41%), mentre la ricercatrice Bertocchini viene premiata perché ha raggiunto dei risultati inaspettati più di tutti gli altri (33%) oltre che perché è un esempio di innovazione (30%).

Strocchi aveva anche vinto da poco un altro premio che lo porterà a lavorare in Silicon Valley

Porto, il progetto di escavo approvato dal Consiglio superiore dei lavori pubblici

L’Hub portuale di Ravenna più vicino dopo il parere favorevole espresso al ministero. Il sindaco: «Ora attendiamo il Cipe, poi si parte»

RAVENNA 04/05/2017. FOTO AEREE SAPIR
Una veduta aerea della darsena San Vitale del canale Candiano (foto Sapir)

Nella giornata di oggi (venerdì 15 dicembre) il Consiglio superiore dei lavori pubblici, riunitosi presso il ministero delle Infrastrutture e dei trasporti a Roma, ha espresso unanime parere favorevole al progetto ‘Hub portuale di Ravenna – approfondimento dei canali Candiano e Baiona del porto di Ravenna, adeguamento delle banchine operative esistenti, nuovo terminal in Penisola Trattaroli e riutilizzo del materiale estratto in attuazione del Prp vigente 2007’.

All’incontro erano presenti il sindaco e presidente della Provincia di Ravenna Michele de Pascale, il comandante della Capitaneria di porto di Ravenna Pietro Ruberto, una delegazione della Regione Emilia-Romagna e in rappresentanza del ministero il provveditore alle Opere pubbliche dell’Emilia-Romagna e della Lombardia, Pietro Baratono. Anche il presidente dell’Autorità di sistema portuale del mare Adriatico centro-settentrionale Daniele Rossi era presente a Roma, ma per legge non ha partecipato ai lavori.

Il sindaco è intervenuto all’assemblea ribadendo «la valenza strategica del nostro porto, non solo per la città di Ravenna, ma per l’Emilia-Romagna e per tutta la portualità italiana».

«Il Consiglio superiore dei lavori pubblici – commenta de Pascale – ha dato ampio riconoscimento alla centralità del nostro scalo e analizzato approfonditamente tutti gli aspetti tecnici, economici e amministrativi del progetto, inserendo tra le prescrizioni quelle indicate anche da Comune e Provincia sulla necessità di adeguamento della rete fognaria e viabilistica a servizio delle nuove aree logistiche».

«Oggi – conclude il sindaco – è un giorno importante, riceviamo l’approvazione unanime dell’organismo indipendente che costituisce il più alto livello tecnico dello Stato. Ora attendiamo l’ultimo, ma decisivo passaggio, cioè la valutazione del Cipe e siamo già pronti per lavorare all’unisono, affinché si entri al più presto possibile nella fase operativa».

«Siamo soddisfatti di questo ulteriore passaggio del Progetto Hub conclusosi con il parere favorevole del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici – ha dichiarato invece il Presidente dell’Autorità Portuale di Ravenna, Daniele Rossi –. Continuiamo a lavorare e a seguire con attenzione tutti gli ulteriori passaggi che attendono il Progetto e che ora prevedono l’esame da parte del Ministero dell’Ambiente per la verifica della conformità alle prescrizioni date in fase di Valutazione di Impatto Ambientale e da parte del Cipe (Comitato Interministeriale Programmazione Economica) per l’utilizzo del finanziamento pubblico di 60 milioni, già deliberato ai fini della sua realizzazione. Un mosaico sicuramente complesso quello dei tanti soggetti che devono esprimere il proprio parere in merito al Progetto Hub, ma i cui tasselli, uno alla volta, stanno andando tutti al loro posto e ci fanno pensare che l’iter possa concludersi in tempi rapidi, permettendo così di partire con i lavori di potenziamento infrastrutturale dello scalo, da tempo attesi e strategici per il futuro sviluppo del porto e della città di Ravenna».

In un libro le biografie di chi ha portato nella scuola il messaggio di Don Milani

Comunicato Stampa Don MIlani 1 1“Lettera a una professoressa”, il libro di don Milani che ha ispirato tanti, compie 50 anni.

Il pensiero legato a quella esperienza è del tutto attuale e Raffaele Iosa (Ispettore del Ministero della Pubblica Istruzione oggi in pensione) ha dedicato al prete di Barbiana un libro: è una raccolta di biografie – dal titolo “Generazione Don Milani” – di chi ha incarnato quel messaggio con il proprio impegno nella scuola.

«La raccolta di testimonianze – si legge in una nota di Engim, che organizza la presentazione del libro nella propria sede di Ravenna, in via Punta Stilo, sabato 16 dicembre alle 17 – sollecita l’attenzione agli ultimi, ai più poveri, a chi dalla scuola è escluso: è un messaggio attuale, semplice e lineare. A Barbiana ogni parola veniva scelta con cura, perché se l’obiettivo è non lasciare indietro nessuno le parole devono essere chiare, significative, dirette. “I Care” è il messaggio che campeggia su una delle pareti di quella scuola: Engim Ravenna lo ritiene il suo messaggio. “Mi sta a cuore”, (ci sta) a cuore, una scuola in grado di offrire opportunità agli alunni (a prescindere dalle loro capacità) e di portarli tutti, nessuno escluso, verso il successo formativo».

Per questo presentare il libro di Iosa diventa l’occasione per parlare alla città di diritti, formazione, opportunità, benessere nella scuola. Con lui esperti di mondi diversi (il commercialista Giuseppe Bongiovanni, il pediatra Luca Casadio, l’esperto d’arte Giovanni Gardini, il dirigente scolastico Claudio Samorì), che offriranno l’occasione di un confronto ricco di punti di vista differenti, anche di chi non esercita la sua professione nella scuola.

Arrestato in Spagna Igor il russo, accusato anche dell’omicidio alla Cava Manzona

Fermato nel corso di una sparatoria dove sono morte tre persone

Igor
La prima foto di Igor dopo l’arresto, pubblicata dal sito Wikilao

Norbert Feher alias Igor Vaclavic, conosciuto come ‘Igor il russo’ e responsabile di due omicidi in Emilia-Romagna lo scorso maggio (dove è indagato anche per l’omicidio del vigilante Salvatore Chianese alla cava Manzona di Savio del 30 dicembre del 2015), è stato arrestato in Spagna.

Budrio Igor

L’arresto – riferiscono i carabinieri di Bologna – è avvenuto durante una sparatoria nella zona di El Ventorillo, nella quale sono morte tre persone, tra cui due uomini della guardia civil. (Ansa.it)

Restaurato a Piangipane un orologio solare di un secolo fa

L’inaugurazione della meridiana alla casa Ghinassi, sulla via principale, a pochi passi dal teatro Socjale

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È stato inaugurato a Piangipane dopo il restauro l’orologio solare (più conosciuto come “meridiana”) della casa Ghinassi di Piangipane, al civico 280 di via Piangipane. L’orologio, che potrebbe risalire all’800 o ai primi del 900, fu dipinto sul muro di un lungo e antico tipico caseggiato, posto nei pressi della via principale a pochi passi dal Teatro Socjale. Si tratta probabilmente di uno dei pochi esemplari sopravvissuti a demolizioni e ristrutturazioni.

Seguendo i criteri del restauro conservativo e grazie sopratutto al reperimento casuale di un’immagine tratta dal libro di Umberto Foschi e Franco Torre “Dintorni di Ravenna” (1989), pubblicata dal gruppo facebook “Ravenna a tréb… ieri oggi e… ” curato da Carla Braggion, che ritraeva proprio quest’opera ancora sufficientemente leggibile, l’orologio, ormai in pessime condizioni, è stato consolidato da Sergio Belacchi e restaurato dall’artista ed esperto gnomonista Mario Arnaldi, autore di numerosi orologi solari e meridiane, tra cui ricordiamo quello del Planetario comunale di Ravenna, quelli realizzati in collaborazione con Tonino Guerra e i molti che adornano tante dimore ravennati. A promuovere l’operazione un gruppo di cittadini “per la cura dei Beni comuni.

Al recupero dell’orologio è dedicata anche una conferenza che avrà luogo domenica 17 dicembre, alle 17 al Teatro Socjale, ad ingresso libero.

Seconda spaccata in una settimana alla profumeria Sabbioni di viale Alberti

Bottino superiore ai 25mila euro. Era appena stata installata la nuova vetrina, i ladri l’hanno sfondata ancora una volta con un’auto

Hanno aspettato una settimana poi, non appena installata la nuova vetrina, hanno messo a segno una nuova spaccata nello stesso locale. Si tratta del punto vendita di Ravenna, in viale Alberti, della profumeria Sabbioni, finita ancora nel mirino dei malviventi nella notte tra ieri (giovedì 14 dicembre) e oggi dopo che già era stata svaligiata poco prima dell’alba di giovedì 7 dicembre.

Indentico il modus operandi: i ladri hanno spostato le fioriere e hanno poi usato un’auto, presumibilmente rubata, come ariete per sfondare la vetrina. Una volta dentro hanno saccheggiato gli scaffali, portando via quasi tutti i profumi presenti nel locale. Un bottino, stando ai titolari, superiore a quello della settimana scorsa, quando già si aggirava attorno ai 25mila euro come valore complessivo dei soli prodotti rubati.

“Infinito Benelli”, dallo sport all’architettura per raccontare un pezzo di Ravenna

Calcio e storia / E’ stato presentato in Municipio il libro di Romin che racconta, con l’aggiunta di ben novanta foto, la storia dello stadio, dalla sua costruzione fino ai giorni d’oggi

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L’autore Roberto Romin mentre parla nel corso della presentazione del libro

Un libro di storia, ma anche di architettura e di sport. “Infinito Benelli”, presentato in Municipio dall’autore Roberto Romin, è tutto questo, evocando allo stesso tempo ricordi ed emozioni in generazioni di ravennati, così come nei giocatori avversari e negli sportivi forestieri che, nel corso delle varie stagioni, hanno avuto a che fare con le atmosfere infuocate della vecchia Darsena e con quelle più raffinate, ma non meno suggestive, dello stadio Benelli. E grazie a novanta immagini, molte delle quali inedite, corredate da un accuratissimo impianto didascalico, “Infinito Benelli” rappresenta un pezzo di storia di Ravenna e di tutto quello che ha preceduto lo stadio inaugurato nel 1966, partendo dal campo di Piazza d’Armi all’ippodromo di Santa Maria in Porto, fino ad arrivare al polisportivo Darsena.

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Una delle fotografie presenti in “Infinito Benelli”

«Il “Benelli” è innanzitutto uno stadio bello – spiega Romin – ancora oggi modernissimo, anche dal punto di vista architettonico. In questo libro ho raccolto idee, immagini e notizie, cercando di mettere insieme passato e presente, guardando però anche al futuro. Il “Benelli” è “infinito” non solo per quello che verrà, ma anche per le traversie che hanno accompagnato la sua realizzazione, durata ben undici anni. Le fotografie rappresentano la parte più importante del libro, che racconta anche la storia delle strutture che hanno preceduto lo stadio».

Impianto sportivo unico nel suo genere in Italia, il “Benelli” è un vero e proprio gioiello di architettura applicata al calcio, con una speciale e non scontata considerazione per lo spettatore, coccolato dal profilo sinuoso degli spalti. Un gioiello (edificato dalla Cmc e rimodernato dall’impresa Casalini) che, ancora oggi, nonostante l’ampliamento reso necessario per la promozione in Serie B della squadra giallorossa nel ’93, presenta una silhouette di esclusiva modernità. «Il “Benelli” – commenta l’assessore allo sport Roberto Fagnani – è sempre stato per noi giovani il luogo dove ritrovarci, dove passare le nostre domeniche in allegria, vivendo l’emozione di seguire tutti insieme la squadra della nostra città. Sono tanti i ricordi che mi legano, come tutti i ravennati, a questo luogo».

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L’autore Roberto Romin, secondo da destra, assieme a Fagnani, Bartolini e Suprani

Di rilievo, e non banale, è il contributo di Bobo Vieri, ovvero il più grande calciatore ‘all time’ mai transitato dal “Benelli” con la maglia giallorossa, al pari degli interventi delle ‘bandiere’ Giorgio Bartolini, autore nel settembre ’66 del primo gol nel nuovo stadio, e Gianni Pirazzini. «Mi ricordo – racconta lo stesso Bartolini – che noi giocatori del Ravenna venivamo dalla Darsena, dove giocavamo, per andare a vedere come lo stavano costruendo. Per me ha un grandissimo significato il gol che realizzai su rigore contro la Carrarese, che passerà alla storia soprattutto come la rete che ha segnato l’inaugurazione dello stadio». «A parte la promozione in B – aggiunge il presidente del Coni regionale, Umberto Suprani – mi ricordo due gol di Ciani: il primo in rovesciata contro la Spal, il secondo in anticipo sul portiere contro l’imbattuta Massese. Mi piace molto il titolo del libro, in quanto dal ’66 a oggi ne sono successe tante di belle cose».

Il libro è disponibile presso l’editore (335.6194107 oppure info@edizionimistral.it) e la libreria La Modernissima in via Corrado Ricci o in visione anche nelle vetrine della Boutique Fantasque in via De Gasperi 25 e in via Cairoli 7, a Ravenna.

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La copertina del libro

Scheda
TITOLO: Infinito Benelli. L’appassionante storia della stadio di Ravenna
AUTORE: Roberto Romin
EDITORE: Edizioni Mistral
GENERE: Storico
FORMATO: cm 30 x cm 24
PAGINE: 128 (con 90 foto a colori)
PREZZO: € 24,00
ISBN 978-88-908261-7-7
INFO: 335 6194107 oppure info@edizionimistral.it

Dalla cronaca al teatro, la storia del vigile antimafia scomodo per tutti

Lo spettacolo Va Pensiero del Teatro delle Albe è ispirato alla vicenda di Donato Ungaro, membro della polizia municipale a Brescello: non si è piegato alle infiltrazioni della criminalità e ha pagato con l’emarginazione. La giustizia dice che deve essere reintegrato ma ancora attende…

Donato UngaroI tanti ravennati che sono stati all’Alighieri nei giorni scorsi per il Va Pensiero del Teatro delle Albe hanno visto Alessandro Argnani impersonarlo sul palco. Lui, Donato Ungaro, sarà a Ravenna giovedì 14 dicembre all’incontro dal titolo “Istituzioni e cittadini: riflessioni sulla legalità” alle 18 al ridotto dell’Alighieri (ingresso gratuito) con Michele de Pascale, sindaco di Ravenna, Andrea Giacomini, comandante della polizia municipale di Ravenna, Marco Martinelli, drammaturgo e regista del Teatro delle Albe, Massimo Mezzetti, assessore regionale alla Cultura e alle Politiche per la legalità, Ermanna Montanari, attrice, autrice e scenografa del Teatro delle Albe. Un incontro che si svolge prima dell’ultima replica ravennate dello spettacolo nel teatro cittadino.

La sua storia, grazie prima al Gruppo dello Zuccherificio e ora alle Albe, è nota ai più: vigile urbano incorruttibile e inflessibile a Brescello che si ostina a multare anche colui che sembra si stia “comprando” la città, nonché collaboratore di testate giornalistiche su cui denunciava fatti da cui si poteva evincere come la ‘ndrangheta stesse penetrando in quel territorio. Dopo essere stato licenziato dal sindaco con un pretesto, ha vinto i tre gradi di giudizio che sono seguiti al suo ricorso. Nel frattempo, Brescello ha avuto il triste primato di essere il primo comune sciolto per mafia e commissariato dell’Emilia Romagna.

Albe1E così, dopo che per dieci anni la sua storia è stata più o meno rimossa, lui è tornato sotto le luci dei riflettori. «Sono stato invitato in tante scuole, e anche in trasmissioni televisive – ci racconta – ma vedere lo spettacolo di Marco a Modena (dove ha debuttato a fine novembre, ndr) è stata una “botta” spaventosa. Come ho avuto modo di dire, quella narrazione è quasi più vera del vero». E di vero c’è in effetti tanto, come ci conferma Ungaro, a cominciare dal verbale stracciato o dal suo rifiuto di chiudere gli occhi di fronte alla scoperta di unità abitative abusive in lotti di nuova costruzione fino, appunto al licenziamento. Il tutto in una totale solitudine, elemento questo che emerge con grande chiarezza dalle sue parole. «Non ho mai ricevuto solidarietà né dai colleghi della Municipale, né, tantomento, dai colleghi dei giornali», ci racconta. Perché oltre ad aver perso il lavoro Ungaro piano piano ha perso anche le collaborazioni con i quotidiani del territorio: «Successe quando mi misi a scrivere di escavazioni nel Po e dell’uso di scarti di fonderia come sottofondo per le strade. Arrivarono querele a me e al giornale e dopo un po’ il direttore decise che meglio sarebbe stato avere come collaboratore una persona che era molto vicina a quella famiglia al posto mio. E infatti è ancora là. Intanto la querela è stata archiviata e il giudice ha stabilito che era stato esercitato il diritto di cronaca».

Albe2Ma nonostante la giustizia gli abbia di fatto dato ragione su tutti i fronti, non si può dire che abbia ancora davvero ottenuto ciò che gli spetta. In Comune a Brescello, infatti, non sembrano entusiasti di riaverlo (per usare un eufemismo) e di nuovo è dovuto ricorrere alle vie legali per il reintegro. «Credo sia giusto che io torni a vestire quella divisa, ma ancora non mi hanno messo in condizioni di farlo». Quindi per ora continua a guidare gli autobus per Tper a Bologna, dove però non sono mancati problemi. «Dirigevo il giornale del dopolavoro, ma dopo un paio di articoli sgraditi, a seguito del caso Aemilia, sono stato sollevato dall’incarico…». Scomodo, è il minimo che si possa dire di quest’uomo che ribadisce «vorrei mettere le mie doti e le mie esperienze, diciamo investigative, al servizio della comunità, ma nessuno me ne dà l’occasione».

Eppure che il problema dell’infiltrazione mafiosa ci sia e sia enorme è ormai palese a tutti. «C’è eccome, ed è attuale. Il rischio ora è che si consideri mito ciò che è stato, ma in questo momento in aula a Reggio Emilia c’è un pentito che sta raccontando di come ancora nel 2014 la ’ndrangheta cercava di piazzare propri uomini nei consigli comunali. Ecco perché il lavoro che le Albe hanno fatto con questo spettacolo è importantissimo, perché lascia attoniti». E a proposito di Aemilia, infine, Ungaro ci dice: «Mi aspetto che sia solo l’inizio, perché dopo gli imprenditori, si dovrà arrivare anche a chi ha permesso che le infiltrazioni ci fossero, a cominciare dai politici».

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