Presunta associazione per delinquere: un noto imprenditore di Russi del settore vinicolo, già arrestato nel 2012, in affari con i clan pugliesi per ripulire i soldi da usura ed estorsioni e far rientrare i suoi capitali scudati

Follow the money, segui i soldi, consigliava Gola Profonda per ricostruire lo scandalo Watergate nel film “Tutti gli uomini del presidente”. Qua il contesto è diverso ma seguire la traccia lasciata dal denaro – spostato in formato elettronico con bonifici o in contanti dentro a grandi borsoni nascosti tra casse di carciofi nel baule dell’auto – è quello che ha fatto anche la direzione investigativa antimafia (Dia) di Bologna, coordinata dalla procura di Ravenna, arrivando a individuare un presunto gruppo criminale specializzato, soprattutto mediante l’utilizzo di fatture per operazioni inesistenti nel settore vitivinicolo, nel riciclaggio di capitali sporchi. Sette persone arrestate ieri, 15 dicembre, eseguendo un’ordinanza di custodia cautelare: tra loro il 48enne imprenditore Vincenzo Secondo Melandri di Faenza, noto anche come “il re del vino” per l’attività della sua azienda “Alla Grotta” di Russi. Contestualmente è stato disposto anche il sequestro di un ingente patrimonio, stimato in oltre venti milioni di euro, tra cui figurano tre società, investimenti finanziari e immobili tra Ravenna e Foggia. Oltre alla Dia ha lavorato alle indagini la guardia di finanza di Ravenna.
Melandri è stato fermato in una stanza d’albergo a Manduria. È considerato il vertice e fu già arrestato nel 2012 con altre ventitrè persone legate alla criminalità organizzata foggiana: un anno fa gli sviluppi giudiziari di quella vicenda sono sfociati in una condanna in appello a quattro anni di reclusione. Secondo l’ipotesi di questo nuovo filone d’indagine (pm Alessandro Mancini e Lucrezia Ciriello) le cose starebbero così in buona sostanza: le radici del sodalizio erano in Puglia (vicino al clan Piarrulli-Ferraro) dove ci si occupava del core business più rozzo attraverso reati come usura ed estorsioni per accumulare fondi illeciti, mentre in provincia di Ravenna c’era Melandri che manovrava bonifici e carte per far girare la lavatrice delle banconote.
In cella sono finiti anche Gerardo Terlizzi (56 anni, fratello del più noto Giuseppe, reggente del clan Piarrulli-Ferraro), i fratelli Pietro e Giuseppe Errico (55 e 66), anch’essi vicini al citato clan, e Rosa D’Apolito (53). I primi tre originari di Cerignola e la quarta di Monte Sant’Angelo. Mentre sono ai domiciliari la 53enne faentina Roberta Bassi (compagna e socia in affari di Melandri) e Ruggiero Dipalo che il colonnello Aniello Mautone della Dia bolognese, nella conferenza stampa negli uffici del palazzo di giustizia di Ravenna, definisce «una testa di legno al servizio del gruppo».
Il fascicolo incardinato in procura a Ravenna, come detto, nasce da una costola dell’operazione Baccus partita da Bari anni fa e arrivata da poco alle condanne in secondo grado. Gli inquirenti avevano accertato che Melandri aveva accumulato e depositato a San Marino oltre 23 milioni di euro di presunti illeciti guadagni, di cui nove ancora sotto sequestro dalle autorità del Titano per riciclaggio. I restanti 14 invece erano stati rimpatriati in Italia su tre conti correnti a lui intestati tra fine 2009 e inizio 2010 sfruttando lo scudo fiscale. Seguendo questi spostamenti di denaro è nata l’indagine Malavigna.
Gli investigatori si sono accorti che nel 2014, tre mesi dopo il termine dei domiciliari quando ancora “Alla Grotta” era sotto sequetro preventivo, Melandri creò la società Melandri Trading (le Fiamme Gialle di Ravenna hanno un corso una verifica fiscale su questa società) attiva nello stesso settore del commercio e intermediazione di uve, mosti e vini con sede a Russi a casa della nonna del fondatore e base operativa a Castel Bolognese (due anni dopo il 90 percento delle quote passò alla compagna). Dal 2015 fino a due mesi fa nelle casse di questa società sono entrati circa tre milioni di euro come prestiti fruttiferi del socio. Secondo gli investigatori quei soldi farebbero parte del capitale scudato accumulato illecitamente in passato.
I pugliesi, attraverso finte società vitivinicole intestate a dei prestanome, emettevano fatture fittizie alla società Melandri Trading per la vendita di prodotti in realtà mai corrisposti. L’attività serviva a ripulire il denaro sporco proveniente da usura, dall’esercizio abusivo di attività finanziarie e frodi fiscali. Di fatto alla società di Melandri arrivava il denaro contante (corrispondente all’importo delle fatture senza Iva) con corrieri che partivano da Cerignola in auto e successivamente l’imprenditore procedeva a pagare con bonifico le fatture maggiorate dell’Iva. Valige contenenti centinaia di migliaia di euro che viaggiavano da Sud a Nord (dodici consegne solo tra agosto e dicembre 2010) e poi Melandri restituiva ai pugliesi tramite bonifici bancari con cui pagava le fatture false emesse da società cartiere e subito svuotate dagli affiliati ai clan. A svelare il meccanismo illecito alla base dell’inchiesta Baccus era stato un imprenditore vittima di attività usurarie.
Il sistema nella versione 2.0 avviata dopo la scarcerazione dai domiciliari, consentiva ancora ai foggiani di riciclare il denaro sporco e di incassare gli importi corrispondenti all’Iva (mai versata nelle casse erariali) e a Melandri invece di riciclare le disponibilità finanziarie rimpatriate da San Marino e di abbattere i ricavi della sua azienda grazie alla registrazione in contabilità di costi inesistenti. Non solo: sulle citate operazioni commerciali fittizie, fatturate per oltre cinque milioni di euro, l’azienda ravennate ha beneficiato anche di indebite detrazioni di imposta per circa due milioni di euro.
Una nonna sa che dovrebbe mantenere un segreto confidatole da una nipotina di undici anni ma se rivelarlo può servire per fare giustizia sulla morte della madre di quella nipote, nonché propria figlia, allora vale la pena uno strappo alla regola. È quello che ha fatto Rossana Marangoni oggi, 15 dicembre, parlando dal banco dei testimoni davanti alla corte d’assise di Ravenna nell’ottava udienza del processo in cui il 52enne dermatologo Matteo Cagnoni è imputato per l’omicidio della 39enne moglie Giulia Ballestri. «Mia nipote è una ragazzina sveglia – dice la donna rispondendo con voce chiara alle domande di accusa e difesa –, un paio di mesi fa ho saputo una cosa da lei e avevamo deciso che sarebbe rimasto un segreto fra noi. Non l’ho detto nemmeno al nostro avvocato. Ma oggi in tribunale credo che invece sia giusto dirlo». La nipote, la più grande dei tre figli della coppia che ora di fatto vivono tra nonni materni e il fratello della vittima, le avrebbe riportato il racconto ascoltato dal nonno paterno, il padre dell’imputato: i vestiti e gli effetti personali di Giulia – indossati il 16 settembre 2016 quando è stata uccisa a bastonate nello scantinato di una villa disabitata di proprietà della famiglia Cagnoni in via Padre Genocchi a Ravenna – non sono mai stati ritrovati dagli investigatori perché il papà della bambina li ha buttati in un cassonetto dell’immondizia. La piccola l’avrebbe saputo in occasione di un pranzo: da un po’ di tempo aveva espresso il desiderio di poter conservare la borsetta e l’orologio della madre come ricordi e così ha chiesto al nonno dove fossero finiti.







Madre e figlia si sono viste per l’ultima volta il 14 settembre, due giorni prima dell’omicidio: «Due ore e mezza di chiacchiere in cui mi ha raccontato di tutto». A partire da quell’accordo informale che credeva di aver raggiunto in vista della separazione: «Lui avrebbe versato a Giulia ogni mese mille euro per il mantenimento di ogni figlio e una cifra simile per lei. Poi erano andati da un avvocato a Forlì che in teoria doveva essere super partes e si era sentita dire che le cose potevano essere ribaltate perché Cagnoni era nulla tenente in quanto aveva venduto le sue proprietà al fratello. Giulia si alzò e andò via dallo studio».
Nelle tante parole di Marangoni c’è poi anche tutta l’ansia e le anomalie delle ultime ore prima del ritrovamento del cadavere, avvenuto poco dopo la mezzanotte tra domenica 18 e lunedì 19 settembre. Dalla sera prima la madre ha saputo che Giulia non è reperibile, lei stessa chiama al fisso dei consuoceri a Firenze e il padre dell’imputato le risponde che là c’è solo Matteo con i tre figli e non Giulia. La domenica parla con il genero al telefono mentre lei passeggia sulla palizzata di Marina: «Gi dico che Giulia non si trova da due giorni e lui mi dice che forse era con il fidanzato ma io sapevo che non era così. Poi Matteo mi racconta che l’ha visto per l’ultima volta verso il mezzogiorno del sabato sotto casa loro in via Bruno quando lui è salito per prendere le valigie sue e dei figli per andare a Firenze a trovare la madre che non stava bene. Mi sembrò molto strano che rimanesse a Firenze mentre la moglie non si trovava, anche se erano in crisi credo fosse normale partire per venire a Ravenna. Gli dissi che la polizia stava per andare a casa loro e avrebbero sfondato la porta per vedere se aveva avuto un malore in casa. A me non sembrò preoccupato». Nessuno poi da Firenze chiamò la donna per avere notizie.


Grazie al suo 
“Lettera a una professoressa”, il libro di don Milani che ha ispirato tanti, compie 50 anni.









I tanti ravennati che sono stati all’Alighieri nei giorni scorsi per il Va Pensiero del Teatro delle Albe hanno visto Alessandro Argnani impersonarlo sul palco. Lui, Donato Ungaro, sarà a Ravenna giovedì 14 dicembre all’incontro dal titolo “Istituzioni e cittadini: riflessioni sulla legalità” alle 18 al ridotto dell’Alighieri (ingresso gratuito) con Michele de Pascale, sindaco di Ravenna, Andrea Giacomini, comandante della polizia municipale di Ravenna, Marco Martinelli, drammaturgo e regista del Teatro delle Albe, Massimo Mezzetti, assessore regionale alla Cultura e alle Politiche per la legalità, Ermanna Montanari, attrice, autrice e scenografa del Teatro delle Albe. Un incontro che si svolge prima dell’ultima replica ravennate dello spettacolo nel teatro cittadino.
E così, dopo che per dieci anni la sua storia è stata più o meno rimossa, lui è tornato sotto le luci dei riflettori. «Sono stato invitato in tante scuole, e anche in trasmissioni televisive – ci racconta – ma vedere lo spettacolo di Marco a Modena (dove ha debuttato a fine novembre, ndr) è stata una “botta” spaventosa. Come ho avuto modo di dire, quella narrazione è quasi più vera del vero». E di vero c’è in effetti tanto, come ci conferma Ungaro, a cominciare dal verbale stracciato o dal suo rifiuto di chiudere gli occhi di fronte alla scoperta di unità abitative abusive in lotti di nuova costruzione fino, appunto al licenziamento. Il tutto in una totale solitudine, elemento questo che emerge con grande chiarezza dalle sue parole. «Non ho mai ricevuto solidarietà né dai colleghi della Municipale, né, tantomento, dai colleghi dei giornali», ci racconta. Perché oltre ad aver perso il lavoro Ungaro piano piano ha perso anche le collaborazioni con i quotidiani del territorio: «Successe quando mi misi a scrivere di escavazioni nel Po e dell’uso di scarti di fonderia come sottofondo per le strade. Arrivarono querele a me e al giornale e dopo un po’ il direttore decise che meglio sarebbe stato avere come collaboratore una persona che era molto vicina a quella famiglia al posto mio. E infatti è ancora là. Intanto la querela è stata archiviata e il giudice ha stabilito che era stato esercitato il diritto di cronaca».
Ma nonostante la giustizia gli abbia di fatto dato ragione su tutti i fronti, non si può dire che abbia ancora davvero ottenuto ciò che gli spetta. In Comune a Brescello, infatti, non sembrano entusiasti di riaverlo (per usare un eufemismo) e di nuovo è dovuto ricorrere alle vie legali per il reintegro. «Credo sia giusto che io torni a vestire quella divisa, ma ancora non mi hanno messo in condizioni di farlo». Quindi per ora continua a guidare gli autobus per Tper a Bologna, dove però non sono mancati problemi. «Dirigevo il giornale del dopolavoro, ma dopo un paio di articoli sgraditi, a seguito del caso Aemilia, sono stato sollevato dall’incarico…». Scomodo, è il minimo che si possa dire di quest’uomo che ribadisce «vorrei mettere le mie doti e le mie esperienze, diciamo investigative, al servizio della comunità, ma nessuno me ne dà l’occasione».