«L’Euro? Un grande abbaglio della sinistra: torniamo alla sovranità nazionale»

Il saggista e gionalista Thomas Fazi primo ospite della rassegna “Pillole di sovranità” alla sala Forum di Ravenna, sabato 16 marzo

Thomas Fazi

Thomas Fazi

Sabato 16 marzo alla sala Buzzi di via Berlinguer a Ravenna alle 16.30, prende il via la rassegna dal titolo “Pillole di sovranità” organizzata dal Centro Studi sulla Costituzione e sulla Prima Repubblica, con la collaborazione del Fronte Sovranista Italiano, Mmt e Senso Comune e la compartecipazione del Comune di Ravenna.

Il primo ospite sarà Thomas Fazi, classe 1982, saggista, giornalista, traduttore (tra gli altri di George Soros, Christopher Hitchens e Robert Reich), autore di documentari e che ha di recente dato alle stampe per Melteni il volume di cui è co-autore Sovranità o barbarie. All’incontro parteciperanno anche Riccardo Paccosi, attore e regista teatrale, Giuseppe Nasone (Mmt Italia) e Carmine Morciano (Fsi Bologna).
Ciò che rende originale il suo lavoro è quello di unire una visione di sinistra a una prospettiva che nella lingua corrente viene detta “sovranista”, rivendicano la necessità di un’autonomia monetaria del singolo stato, in un’ottica dunque antieuropeista e antieuro.

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Fazi, cosa significa essere sovranisti oggi? E come si può coniugare a una visione di sinistra?
«La parola “sovranismo” è qualcosa che riconosce l’importanza della sovranità e nel caso dei sovranisti di sinistra, la sovranità popolare e democratica. Dunque è un concetto che non ha nulla di radicale ed è enunciato all’articolo 1 della nostra Costituzione. Fa storicamente parte del pensiero di sinistra».

Oggi questo termine viene però automaticamente associato a una visione antieuropeista. E il sovranismo viene legato a una rivendicazione del potere del singolo Stato.
«Il tema infatti è proprio dove collochiamo la sovranità. Macron parla continuamente di sovranità europea ed è l’emblema dell’europeismo. Orban viene definito “sovranista” quando in realtà è perfettamente inserito nella filiera economica tedesca. Le narrazioni mainstream sono del tutto fallaci. Il punto è che il livello sovranazionale secondo noi non è democratico».

E nemmeno può diventarlo perché lei dice che l’Europa di fatto, per come è stata concepita, non è riformabile.
«Lo diciamo noi, ma lo diceva il grande sociologo Luciano Gallino. L’Europa di fatto è stata creata con lo scopo preciso di arginare i processi democratici, è un’architettura voluta dai grandi poteri economici. Molti tra coloro che furono i fautori della Ue hanno poi dichiarato che l’obiettivo era proprio quello di poter imporre riforme del mondo del lavoro e di riduzione del welfare che sarebbero state più facili da mettere in pratica con un vincolo esterno».

Lei sembra rimpiangere l’epoca pre Euro, che era però anche un mondo non ancora globalizzato. Oggi che sui mercati si sono affacciati giganti come la Cina, come potrebbe la piccola Italia non venire letteralmente colonizzata?
«Spesso si vuole far passare lo Stato nazionale come un modello del passato, quando è invece la realtà in gran parte del mondo. Quasi tutti i Paesi dispongono della propria moneta e della propria banca e riescono ad affrontare le sfide della globalizzazione. La realtà è che il modello sovranazionale è un’eccezione assoluta. Non c’è una dicotomia tra autonomia monetaria e partecipazione ai mercati mondiali. Anche perché i fatti sono lì a dimostrarlo, la Ue nel 2008 non ha affatto difeso Paesi come Grecia, Spagna, Portogallo, semmai ha aggravato gli effetti della crisi. E anche all’interno dell’Europa, i Paesi senza euro se la sono cavata molto meglio. La verità è che la Cina oggi sta avendo tanta facilità a investire in Europa proprio perché l’Europa non fa investimenti importanti né permette agli Stati di farne. E quindi ci lascia alla mercé di chi arriva con un assegno in bianco, altro che protezione».

E però dalla Ue arrivano fondi per progetti di sviluppo economico soprattutto per le aree svantaggiate, che magari noi non siamo nemmeno in grado di spendere.
«I fondi europei sono soldi che gli Stati danno alla Ue e che la Ue ci restituisce. Peraltro l’Italia è un creditore netto, questo significa che diamo più fondi di quanti ce ne tornino indietro e questo al di là dei problemi di gestione, che sono del tutto secondari. In realtà, se guardiamo a ciò che è stato fatto per le aree svantaggiate, il divario per esempio tra Nord e Sud Italia è aumentato».

Opinione diffusa è che le famiglie ci abbiamo guadagnato con l’Euro. Soprattutto in termini di inflazione, tassi di interesse sui mutui bassi nonostante la crisi…
«In realtà con la crisi abbiamo avuto un’esplosione dei tassi, l’Italia ha rischiato il default e la Banca centrale europea ha aspettato ben quattro anni, fino al 2012, per fare gli interventi che le banche nazionali avrebbero potuto far subito. Pensiamo alla minuscola Islanda».

Ma è appunto troppo piccola per fare paragoni…
«Gli Usa sono troppo grandi, l’Islanda è troppo piccola, la Svezia e la Norvegia hanno le risorse, il Giappone, che ha un rapporto del debito pubblico doppio del nostro, può permettersi le politiche espansive perché il debito è in mano ai cittadini o addirittura perché, come ha detto qualche celebre economista, i giapponesi non attraversano con il rosso… Ormai nella narrazione dominante sono tutte eccezioni. L’unico Paese che non può pensare di farlo è l’Italia…».

Fazi Sovranita BarbarieMa se davvero fosse tutto così semplice come dice lei, perché mai la sinistra in Europa ha perseguito la strada opposta? E ancora oggi parla di riformare l’Europa?
«Nel libro dedichiamo a questo una lunga analisi. Il grande abbaglio storico della sinistra italiana che continua a difendere l’Euro è che ha metabolizzato e interiorizzato nel profondo la narrazione mainstream. Si è convinta che a fronte dei processi di globalizzazione, i singoli Stati non potevano avere più alcun potere effettivo».

Al di là dell’economia, un mantra che sentiamo ripetere è che l’Europa ha garantito settant’anni di pace.
«Ora, la Ue in realtà esiste dal 1992, diciamo che secondo me dopo che ci eravamo scannati c’era un consenso generalizzato verso la pace. E, soprattutto, l’Europa è stata sotto la tutela militare degli Usa e disseminata di centinaia di basi militari americane. La pace la dobbiamo più agli americani…».

Almeno sui diritti civili rappresenta un baluardo? Soprattutto per un Paese come il nostro?
«Putroppo direi che basta guardare al caso dei paesi dell’Est, come Ungheria e Polonia, per vedere che anche di fronte alla violazione di norme fondative la Ue è del tutto impotente. Mi pare che la reazione sia molto più decisa di fronte a uno 0,1 percento di sforamento del deficit dell’Italia di quanto lo sia di fronte a un governo che sospende i diritti civili».

Quindi, non si salva proprio niente…
«Io credo che serva una collaborazione europea tra Stati che scelgono liberamente di collaborare su temi importanti. Il risultato di questa Europa è di fatto una maggiore tensione tra Stati e popoli europei, basta vedere le manifestazioni contro Merkel».

All’idea di sovranità si accompagna un’idea di identità e di popolo che sono concetti spesso sbandierati dalla destra per costruire muri e promuovere politiche contro i migranti.
«La destra porta avanti una politica di identitarismo. So che il punto è scivoloso e pericoloso ed è l’ennesimo cavallo di battaglia che non si può regalare alla destra: tra le persone c’è un bisogno diffuso di protezione anche identitaria, ma mi sembra abbastanza comprensibile che una comunità che vede cambiare rapidamente il proprio tessuto sociale possa reagire con una sensazione di spaesamento. Posto che credo che i flussi migratori vadano regolati, la risposta alla xenofobia è nel terreno dei diritti e del lavoro, bisogna rendere questo Paese in grado di accogliere senza creare schiavi e senza che si provochino tensioni tra gli autoctoni. Ma qui il cerchio si chiude: per farlo lo Stato dovrebbe avere il possesso di strumenti economici e di una capacità di spesa a cui ha rinunciato».

Dunque tra dieci anni potremmo vedere una Gran Bretagna felice e accogliente? Anche se a votare per la Brexit ci sono andati anziani, persone poco istruite, di periferia…
«Credo sia stato anche un voto contro le élite e l’espressione di un malessere diffuso a politiche neoliberiste connaturate all’Ue. Ora bisogna capire che si presentano opportunità importanti per la Gran Bretagna, perché fuori dalla Ue un eventuale governo guidato da Corbyn avrebbe margini di azione per un vero programma anti-neoliberista con nazionalizzazioni e investimenti pubblici».

Ma quindi, alle Europee di maggio ha senso per lei andare a votare?
«Le elezioni sono sempre un’occasione utile per mandare un messaggio a chi ci governa. Ma se qualcuno pensa che le elezioni europee possano in qualche maniera modificare l’assetto istituzionale nel quale ci troviamo si illude di grosso».

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