“Capitale e Costituzione: come la concentrazione della ricchezza mina la pace, il clima e la democrazia”: è questo il titolo dell’incontro Anpi alla sala Ragazzini di largo Firenze a Ravenna in programma venerdì 25 settembre alle 17.30 con Emiliano Brancaccio, economista, professore alla Federico II di Napoli. Brancaccio appartiene al filone della teoria critica; di avvicinamento marxista, vede necessaria una ricostruzione del sistema economico finanziario mondiale. Ha pubblicato, tra le altre cose, articoli per il Cambridge Journal of Economics, il Financial Times e Il Sole 24 Ore, nel 2026, per Feltrinelli ha pubblicato Libercomunismo. Scienza dell’utopia. Aprirà l’incontro il sindaco di Ravenna, Alessandro Barattoni, modererà Stefano Patrizi di Anpi, Renzo Savini, presidente Anpi Ravenna, sarà ai saluti finali. Abbiamo contattato il professor Brancaccio.
Le disuguaglianze stanno aumentando: si dice che ci sia oggi più differenza economica tra l’uomo più povero e l’uomo più ricco di Francia rispetto al 1789. Come è potuto succedere?
«Oggi notiamo una tendenza, prevista da Marx, alla centralizzazione dei capitali. I dati dimostrano che oltre l’80 percento del capitale azionario è controllato da circa l’uno percento degli azionisti. Evidenze del genere pongono un problema oltre la finanza, parliamo di dinamiche di potere. Questa tendenza a centralizzare ha implicazioni di ogni genere: libertà, democrazia e pace sono costantemente messe a repentaglio perché la politica non riesce ad avere controllo sul mercato».
Quale ruolo ricopre oggi l’economista? Qual è il suo compito?
«Innanzitutto deve fare critica alla luce del metodo scientifico. Grandi economisti della dottrina prevalente, mainstream potremmo dire, hanno propugnato previsioni e prescrizioni sulla liberalizzazione del lavoro, sull’abbassamento delle tutele per ridurre i costi, sul benessere che avrebbe creato, ed è tutto stato smentito dai fatti. Il nostro ruolo rimane fare critica alla teoria prevalente quando si sbaglia in modo eclatante».
Possiamo quindi dire che la deindustrializzazione e la delocalizzazione dei tre fattori produttivi classici per l’Occidente siano state un errore? Abbiamo perso sovranità, sfruttando il lavoro di altre donne e uomini?
«Il globalismo liberista ha fatto danni pesanti. Il protezionismo unilaterale è la seconda faccia della crisi del capitalismo. Si tratta di due espressioni della stessa crisi, non possiamo uscirne attraverso una o l’altra. Con alcuni eminenti colleghi abbiamo strutturato una via alternativa, proposta anche su Financial Times e Le Monde: le condizioni economiche per la pace, per poter risolvere le attuali tensioni diplomatico-militari rimangono nella cooperazione e nel coordinamento delle politiche economiche internazionali. Se ne è parlato al Wto, al Wmf, al G20, si dovrebbe condizionare l’economia attraverso standard universali, sociali, ambientali, lavorativi che influenzino la scelta politica. Le relazioni economiche internazionali non possono essere lasciate in mano al mercato».
A proposito di istituzioni che influenzano l’economia, il tasso di inflazione oggi in Europa rimane intorno al 3 percento, il tasso di interesse della Bce al 2,4 percento: sarà sufficiente alzare i tassi nominali a Francoforte per far scendere il tasso inflattivo? Rischiamo una stagflazione?
«La Bce non controlla l’inflazione, quando alza i tassi di interesse crea in realtà una “scala mobile” per creditori, prestatori e detentori di capitale. Cerca di proteggere dall’inflazione solo una parte scelta degli attori economici, non tutela famiglie e lavoratori, non stabilizza l’economia».
Cosa pensa dell’AI? Si tratta di speculazione infondata o lo sviluppo tecnologico industriale reale sostiene la crescita del valore nominale delle aziende protagoniste?
«Non vi è dubbio sul fatto che l’AI aumenta e aumenterà sempre di più la produttività del lavoro. Ma per giustificare il valore azionario che ha raggiunto quell’aumento dovrebbe essere un multiplo di quello che in realtà stiamo vedendo. Si nota quindi una forte speculazione, l’indice di Schiller e i dati che abbiamo in mano parlano di una classica bolla che è destinata ad esplodere».
Come crede che la struttura economico-politica mondiale oggi si debba muovere per poter conciliare obiettivi sul clima e crescita economica? Crescita o decrescita?
«La questione ecologica è classicamente socialista, se non comunista. Crescita mediante petrolio e decrescita felice che torna al tempo delle fiere di paese sono di nuovo facce della stessa medaglia. Io credo che solo con un coordinamento internazionale si possa far fronte alla catastrofe climatica che stiamo vivendo. Ricordiamoci che finché sta tutto nelle mani del mercato, finanza verde, diritti di inquinamento scambiati tra le aziende, non vedremo reali cambiamenti».
Quale futuro invece viene riservato a un’Italia di pensioni, cervelli che fuggono, temperature estreme, stipendi fermi da 28 anni, in crisi demografica e con un Indice di Sviluppo Umano 29esimo al mondo?
«L’Italia è certamente in declino. Dagli anni ‘80 in poi la dottrina del “piccolo è bello” ha fatto sì che gli aiuti statali alle piccole e piccolissime imprese fossero del 3 percento più alti rispetto alla media europea. Aggiungiamo l’evasione fiscale e l’assecondamento del crollo delle dinamiche salariali. Di fatto abbiamo allevato un capitalismo debole, parassitario, occorre strutturare una via di sviluppo diversa ripartendo dal principio: aumentare i salari. Per lungo tempo si è pensato prima ad aumentare la produttività, poi a far crescere gli stipendi, dobbiamo ribaltare il concetto. L’incremento dei costi del lavoro che ne deriverebbe costringerebbe solo i migliori capitali, le migliori aziende a potersi permettere il lavoro offerto, nascerebbe così un tessuto economico più sano».
In chiusura: quindi il capitalismo, nel suo concetto classico dove le imprese competono, dove la qualità del prodotto sale, la domanda di lavoro cresce, il rischio per l’imprenditore è reale e quindi remunerato, può funzionare?
«Il grande problema della nostra epoca è che il lavoro è stato sottoposto a una competizione ferocissima. Il capitale è stato protetto. La critica della competizione va fatta, ma deve essere il capitale al centro del problema, altrimenti le cose non possono funzionare».


