Tutta la musica del 2021 (a parte quella brutta)

 

Uno scatto del primo
“listening party” di
Donda di Kanye West

Ci sono tante opinioni in merito a quale sia la musica del 2021, quale musica abbia senso ascoltare. Ognuno ha le sue idee in proposito, perlopiù confuse, o comunque più confuse rispetto a quelle che si potevano avere quattro o cinque anni fa.

Scorrendo le classifiche di fine anno pubblicate da siti e riviste, sembrano abbastanza chiari un certo smarrimento collettivo ed il fatto che non sia più così necessario aggrapparsi a un’ideologia forte nell’ascoltare musica, e questo è sia un sollievo che una preoccupazione – un sollievo perché vivaddio possiamo finalmente ascoltare quel che ci pare senza sentirci di tradire chissà quale casacca, una preoccupazione perché questo può dipendere almeno in parte dal sospetto che a fronte di tanta orizzontalità, forse nella musica di oggi non stia accadendo niente di davvero interessante. Dipende dai giorni, suppongo.

Come tutti, anche io ho una mia idea su quale sia “la musica del 2021”, virgolette obbligatorie, e mi perdonerete se per le prossime righe mi dilungherò ad esporla.

Il mio disco del 2021 si chiama Donda ed è stato pubblicato da Kanye West. È un disco estremamente lungo ed estremamente fuori fuoco, forse perfino brutto secondo un certo atteggiamento verso la musica; contiene molti momenti di black music eccelsa e moltissimi momenti di rap appannato senza vere e proprie idee che cinque o dieci anni fa non sarebbe probabilmente mai uscito dalla stanzetta del produttore. Andando a soppesare più da vicino la carriera di Kanye, in ogni caso, va detto che è un disco estremamente in linea con lo sfaldarsi della sua poetica verso l’idea di bootleg, di musica sospesa tra ufficiale e non ufficiale, un’estetica che fa schifo a molti e che personalmente adoro, quantomeno per il senso di possibilità inserito al suo interno. Sullo stesso solco si inseriscono ad esempio dischi come quelli di Arca usciti recentemente, sospesi tra l’elefantiasi produttiva che ti porta a pubblicare quattro ore di musica in un giorno solo e l’evidente povertà di idee che costringe quegli stessi dischi a girare su se stessi per evitare di dover prendere una direzione. Ma è anche per certi versi lo stesso atteggiamento che ha permesso ai Low di fare uscire un disco clamoroso come HEY WHAT (tutto improntato sullo scheletro della loro musica e su questa idea di appannamento progressivo), e ai Lambchop di Showtunes che su coordinate più nobili e snob fanno più o meno lo stesso ragionamento. Ci sono tracce dello stesso appannamento sullo sfondo di dischi radicali e bellissimi come l’ultimo Moor Mother (Black Encyclopedia of the Air), ma anche per molti versi nell’ultimo e molto sottovalutato disco di Salmo (Flop). Ma anche per certi versi in un disco come Live at the Olympia dei Metz, revisione integrale e calligrafica e violentissima di un disco uscito pochi mesi prima, una sorta di simulacro, una sorta di revisione alla Faust che spero (invano) torni nel 2022 ancora più violenta; e per altri versi nell’ultimo Jerusalem In My Heart, abbandonato per metà alle revisioni degli ospiti e cucito assieme in un’amalgama sorprendentemente clamorosa.

Il resto di quello che è successo nella musica di quest’anno può essere diviso, in maniera un po’ noiosa, tra cose belle e cose brutte; ognuno sceglie il suo ristorante preferito e s’abbuffa. Personalmente trovo offensivo il revival postrock/postpunk che continua a generare nomi di alto profilo e dischi tutti uguali (Idles, Dry Cleaning, Shame eccetera da una parte, Black Country New Road, Black Midi e simili dall’altra). Se rappresentazione dev’essere, preferisco il revival di una certa brutalità noise come quello di gruppi come Bummer, o la certezza di una creatività a partire da limiti di suono autoimposti come quella che produce dischi simili all’ultimo dei Dinosaur Jr (un cuore grande così) o la mattanza di un mezzo capolavoro come Actually You Can dei Deerhoof, e soprattutto il recentissimo disco degli Aeon Station (metà degli Wrens in libera uscita forzata).

Mina vagante dell’anno: Mod Prog Sic dei Black Dice, forse il disco più accorato ed entusiasta uscito nel 2021 (e tra i più creativi a livello di suono).

Singolo dell’anno: “Orange” dei Pinegrove, in attesa del disco di imminente uscita.

Categoria pop: dopo anni di roba eccitante in altissima classifica, stiamo lentamente/inesorabilmente tornando alla banalità delle musiche strasentite spacciate per grandi rivoluzioni culturali (da cui la presenza nelle classifiche delle riviste snob di robetta da sei-sei e mezzo (non so, Olivia Rodrigo). È stato bello finché è durato; probabilmente tra gli spacca-Billboard rimane in sella la sola Billie Eilish, sulla quale in ogni caso possiamo discutere.

Mi prendo un secondo per parlare di roba italiana. Il disco dell’anno è Noi, loro, gli altri di Marracash e la ragione è quella sensazione che abbiamo provato al primo ascolto, come se fosse entrata aria nei polmoni per la prima volta da due anni.

Ci tengo a segnalare quello che forse è il più sorprendente disco uscito quest’anno, Rotte interrotte di Cemento Atlantico (ovverosia Toffolomuzik, dj cesenate che suona nei locali romagnoli da quando ero adolescente, al suo esordio discografico). Stupendo l’esordio dei torinesi Smile, bellissimo il nuovo recente disco degli Wow, il secondo Bennett, Fonografie di Koralle, Acrobati di Moder.

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