Sport, religione e lavoro nei festivi: un triangolo complicato

Andrea AlberiziaSuccede che un pallavolista di 32 anni che gioca per il Ravenna nel massimo campionato italiano decide di scrivere una lettera aperta al Papa, tramite il quotidiano cattolico Avvenire, per chiedergli se può fare qualcosa perché lui non vuole giocare a Trento il 25 dicembre come prevede il calendario. La giornata è in programma per Santo Stefano e i ravennati sono di scena in trasferta ma la squadra locale ha chiesto e ottenuto l’anticipo di 24 ore a causa dell’indisponibilità dell’impianto. L’uscita pubblica di Davide Saitta ha acceso il dibattito.

Tra le reazioni suscitate c’è chi taglia corto dicendo che lo sportivo è semplicemente chiamato a fare il suo dovere di atleta professionista che fa quello di lavoro: giocare sotto rete. E come capita per tanti altri lavori, ogni tanto a qualcuno tocca il turno nei festivi. Se di lavoro fai lo sportivo, poi, lavorare nei festivi è di fatto la prassi: i campionati si giocano abitualmente di domenica che è la giornata in cui più gente è libera da impegni lavorativi e ha quindi più tempo libero per andare al palazzetto o allo stadio, garantendo pubblico allo spettacolo, quindi incassi, quindi anche lo stipendio degli atleti lavoratori (le partite che vedete in altri giorni della settimana non sono altro che un compromesso con le esigenze televisive per avere più pubblico sul divano e in sintesi altri incassi). Il paradosso è che se questo ragionamento – riassumibile con “può capitare di lavorare nei festivi qualunque cosa tu faccia” – si applicasse a tutti i lavori allora ci sarebbero meno persone con la domenica o il Natale liberi per assistere alle partite.

VOLLEY PALLAVOLO. Consar Ravenna Vero Volley Monza 3 2.

Il palleggiatore della Consar Davide Saitta

Ma la lettera di Saitta finisce per toccare indirettamente un altro tema che forse è ancora più intrigante ai fini del dibattito. In questo caso l’appello arriva da un italiano che si definisce cristiano ed è un fervente credente cattolico. E se un atleta di un altro credo avesse scritto alla massima autorità della sua religione per chiedere la stessa cosa? Che reazioni avremmo visto? Ad esempio, dal 23 aprile al 23 maggio ci sarà il ramadan: se un musulmano chiedesse di sospendere le competizioni nel periodo?

E allora forse la soluzione sta nella libera scelta di ognuno. Sei credente e vuoi santificare le festività della tua religione? Lo specifichi nelle trattative per l’ingaggio. Io, cristiano, non gioco a Natale e Pasqua. Io, musulmano, non gioco durante il ramadan. Io, vattelapesca, non gioco nei giorni dispari. Chiamatela obiezione di coscienza, se vi pare. Le squadre faranno le loro valutazioni.

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