Il nuovo museo archeologico si chiamerà Classis Ravenna, apertura l’1 dicembre

Struttura attesa da anni nell’ex zuccherificio di Classe. «Opererà in sinergia con gli altri musei del territorio». Costerà quasi mezzo milione di euro all’anno, prevista una ricaduta sul territorio di 1,8 milioni

Museo Di ClasseIl nuovo museo nell’ex zuccherificio di Classe si chiamerà Classis Ravenna, il logo richiamerà la vela dei celebri mosaici di Sant’Apollinare Nuovo e verrà inaugurato il prossimo 1 dicembre. «Un museo che non c’era, a Ravenna, e che non c’è in quasi nessuna città italiana», sottolinea per rispondere a chi parla di un museo inutile, Giuseppe Sassatelli, presidente di Ravennantica, la fondazione che aveva come mission proprio la realizzazione di un nuovo “museo della città e del territorio” nell’ex zuccherificio di Classe. «Il più compiuto esempio di recupero di un edificio di archeologia industriale della nostra città – sottolinea l’assessora alla Cultura Elsa Signorino –, in un luogo che, lo voglio ricordare, prima dei lavori era preda del degrado e destava allarme sociale, proprio vicino a un monumento patrimonio Unesco (la basilica di Sant’Apollinare in Classe, ndr)».

CLASSIS RAVENNA LogoÈ ancora Sassatelli, poi, a presentare in municipio il museo «vivente», come lo ha definito anche l’architetto Andrea Mandara che ne ha curato l’allestimento. «Racconterà la storia della città coinvolgendo in prima persona i visitatori e mettendosi non certo in contrapposizione con gli altri musei, ma piuttosto in sinergia, con una serie di rimandi e di inviti ad approfondire la storia altrove. Una sorta di portale, quindi, di volano per la rete museale. Il valore storico dei reperti presenti – continua Sassatelli replicando ancora alle accuse dellla lista civica La Pigna che nei giorni scorsi aveva puntato il dito contro il loro presunto scarso valore – è ben diverso rispetto a quello assicurativo e mostrare la lista dei reperti come un listino prezzi è poco serio e denota poco approfondimento culturale. Da archeologo contesto questo modo di trattare i reperti: una pignatta dove mangiavano gli antichi, per fare un esempio, può avere lo stesso valore storico di un mosaico. Ed è una bugia anche dichiarare che per allestire il museo di Classe ne sono stati “spogliati” altri: c’è stato un rapporto di collaborazione con tutti gli enti coinvolti per cercare di valorizzare reperti in un unico percorso coerente, come tessere sparse che ora possono finalmente formare un nuovo mosaico. Su 800 pezzi esposti oltre la metà arriva da scavi recenti sul territorio e solo 70, per fare un esempio concreto, provengono dal Museo Nazionale, di cui peraltro solo 20 erano esposti, gli altri erano conservati in magazzino».

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«Si tratta infine di un museo – continua il presidente della fondazione – che orgogliosamente si pone sulla scia dei più innovativi d’Europa, non essendo solo una “scatola” da visitare, ma anche un luogo attivo, dove studiano e lavorano i ragazzi e i ricercatori dell’università, un luogo vivo».

Come già annunciato più volte nei mesi scorsi, gli spettatori rivivranno la storia del territorio seguendo una linea del tempo che dalla preistoria porta fino all’Alto Medioevo con un uso mirato dei reperti intesi come perno della narrazione e un ampio ricorso a ricostruzioni grafiche e tridimensionali, filmati o plastici. Il museo – è stato poi rivelato in sede di presentazione alla stampa – seguirà anche alcuni approfondimenti tematici: “Ravenna e il mare”, “Pregare a Ravena”, “Abitare a Ravenna”, “San Severo: dalla villa al monastero”, per chiudersi con una sezione dedicata alla “Fabbrica”, ossia allo zuccherificio che lo ospita.

In dicembre verrà inaugurata (con ormai anni di ritardo) l’area espositiva di 2.600 metri quadrati (sui 4.250 disponibili, a cui si devono aggiungere i mille già occupati da laboratori e magazzini) ma anche il parco esterno, un’area verde di 15mila metri quadrati aperta alla città anche quando sarà chiuso il museo. Il tutto per un investimento – come ormai noto – di oltre 22 milioni di euro, di cui quasi 7 provenienti dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Ravenna e i restanti da enti pubblici, tra Comune (circa 3 milioni), Stato (oltre 8 milioni), Europa (oltre 3 milioni di euro) e Regione (circa 700mila euro). «Sì, i musei costano – è il commento sarcastico dell’assessora Signorino, apparsa piuttosto infastidita dalle polemiche di questi mesi – e così anche quello di Classe, ma non si tratta di costi diversi da quelli per altri interventi simili. Ed ebbene sì: i musei non fanno utili. Ma consentono una crescita culturale dell’intero territorio, crescita che ha poi ricadute importanti anche sul piano economico». Il riferimento è allo studio sulla sostenibilità economica realizzato su richiesta di Ravennantica («e non gliel’ha mica ordinato il dottore, alla fondazione, è la prima volta che succede e non abbiamo studi simili per altre istituzioni della città», è ancora il commento dell’assessora) a cura di Cles, di cui avevamo poche settimane fa pubblicato i dati principali della versione realizzata nel 2013. Ora sono stati diffusi i dati aggiornati, che naturalmente non si discostano troppo da quelli vecchi: sono calati di qualche migliaia di unità i visitatori previsti a regime (60mila) mentre è confermato un costo di gestione annuale, nel primo quinquennio, di quasi mezzo milione di euro, per un saldo annuale negativo, a fronte dei ricavi da biglietteria e bookshop, di 264mila euro. La ricaduta annuale sul territorio per entrate turistiche aggiuntive è stimata invece in 1.844.00 euro.

«Con l’apertura del museo – è la chiosa del sindaco Michele de Pascale, che spingerà anche per un utilizzo più massiccio dei treni come collegamento tra la città e il parco archeologico – Classe diventa una seconda destinazione – oltre la città d’arte, a cui se ne aggiungerà una specifica su Dante, a cui stiamo lavorando per le celebrazioni del settimo centenario della morte – che ci permetterà di allungare la permanenza turistica sul nostro territorio».

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