Decreto Sicurezza, il Comune: «Ora si rischia un aumento degli stranieri irregolari»

La preoccupazione della giunta De Pascale per le ricadute dell’atto voluto da Salvini sul sistema locale di accoglienza. Il sindaco: «Provvedimento tecnicamente sbagliato, sarà un boomerang»

Minori

Il 29 novembre il sindaco di Ravenna Michele de Pascale ha accolto in municipio tredici neodiciottenni nati in Italia da genitori stranieri e ora hanno ottenuto la cittadinanza italiana

 

Il decreto Sicurezza, voluto dal ministro degli Interni Matteo Salvini e votato dal Parlamento nei giorni scorsi, sta provocando in molte città già scompiglio per un’interpretazione restrittiva di alcuni prefetti. A Ravenna la situazione è per il momento tranquilla e nessuno è stato allontanato dai servizi di accoglienza per richiedenti asilo a differenza di quanto successo altrove. In questi giorni si stanno portando avanti incontri anche con chi è accolto nel progetto Sprar e rischia di non poterci restare perché titolare di un permesso per “protezione umanitaria”, i due terzi della sessantina di ospiti al momento presenti nelle strutture. La nuova legge infatti prevede che solo i titolari dello status di rifugiato e i minori non accompagnati possano restare in quello che è stato da sempre considerato un fiore all’occhiello dell’accoglienza in Italia gestito dai Comuni. Non solo, il rischio per chi ha un permesso di questo tipo è quello di perdere la possibilità di restare sul territorio se non riesce a convertirlo in permesso per il lavoro entro la scandenza. Nulla cambia invece per chi è accolto nei Cas, gestiti direttamente dal Comune dall’anno scorso grazie a un accordo con la Prefettura: qui sono infatti ospitate attualmente 284 persone in attesa che la commissione territoriale si pronunci solo sui richiedenti asilo per cui nulla cambia al momento.

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Tra le misure previste dal Decreto Sicurezza appena approvato e che sta suscitando tante reazioni c’è innanzitutto l’eliminazione del cosiddetto “permesso per motivi umanitari” che era a oggi quello più spesso ottenuto dai richiedenti asilo. Oggi, oltre allo status di rifugiato vero e proprio (che è una minoranza degli esiti delle richieste) sono previsti alcuni “casi speciali” in cui potranno rientrare almeno in parte i richiedenti: soggiorno particolare per le vittime di violenza domestica o grave sfruttamento lavorativo, o per chi ha bisogno di cure mediche o per chi proviene da un paese che si trova in una situazione temporanea di “calamità naturale”. Il problema riguarda quindi sia gli attuali richiedenti asilo, sia chi oggi ha un permesso di soggiorno per motivi umanitari che non potrà convertire in permesso di soggiorno di lavoro. Alcune stime parlano di 100mila persone in tutta Italia che nel prossimo futuro potrebbero perdere il diritto a stare in Italia e che andranno a sommarsi a tutti coloro, poco meno della metà dei richiedenti, che già oggi non erano ritenuti idonei a ricevere alcuna protezione.

Il timore del Comune di Ravenna è che nei prossimi mesi molte meno persone saranno regolarizzate, visto che la protezione umanitaria era la forma più diffusa fino a oggi. Nel 2018 ha rappresentato il 58,41 percento dei permessi concessi. Ed è anche questo che preoccupa l’Amministrazione comunale ravennate (e non solo). «Il punto – dichiara l’assessora all’Immigrazione Valentina Morigi – è che tutti coloro che oggi sono richiedenti asilo e non otterranno la protezione che finora era più diffusa rischiano di rimanere sul territorio come irregolari, così come per tutti coloro che oggi hanno la protezione umanitaria ma non riusciranno entro un anno a convertirla in permesso di soggiorno: anch’essi in larga parte rischiano di restare qui, sul territorio, e diventare di fatto senza fissa dimora. Questo significa che saranno molte più persone ad aver bisogno dei servizi di bassa soglia (come mense e dormitorio, ndr)». Servizi che sono a carico dei Comuni o in mano al volontariato. Perché in pochi credono, date le risorse stanziate, che saranno effettivamente eseguiti tutti i rimpatri che a quel punto si potrebbero rendere necessari. E invece per quanto riguarda per esempio l’insegnamento della lingua italiana? La cifra dei 35 euro abbassata ai 19, come previsto dalla nuova legge, cosa non permetterà più di fare, eventualmente? «Noi abbiamo contratti di gestione, frutto della gara europea, e una convenzione con la prefettura. Entrambi scadono a fine anno – spiega l’assessora – ma in attesa di comprendere gli sviluppi futuri procederemo con una proroga di alcuni mesi, come tutti i comuni della nostra provincia. Valuteremo come gestire la cosa».

Più nel dettaglio su questo tema entra il sindaco Michele de Pascale, che è anche presidente della Provincia: «In uno spirito di sussidiarietà abbiamo stretto gli accordi con la Prefettura per gestire i Cas in modo da renderli il più possibile vicini al modello Sprar che è quello che consente anche un maggior controllo e una maggiore conoscenza di queste persone. Diciamo, il sistema che permette di poter avere insieme ordine e umanità, le due leve essenziali per gestire il fenomeno. Depotenziando i servizi di accoglienza, tutto graverà su Prefttura e forze di polizia. E non nego che questo apre un elemento di grande riflessione nel nostro territorio. La nostra intenzione è quella di andare avanti, ma se ci dovessimo trovare a gestire per conto dello Stato un modello di accoglienza incompatibile con l’ordine e l’umanità non potremmo farcene corresponsabili. Ognuno si dovrà assumere le sue responsabilità. Se l’accoglienza diventerà solo vitto e alloggio, a quel punto riterremo che sarà un gran fallimento di chi l’ha concepita in quel modo». In altri termini, tutto potrebbe tornare in mano alla Prefettura con i problemi (per esempio di concentrazione dei migranti nei territori) connessi. «Sia chiaro che questa non è la nostra volontà al momento, dovremo valutare. In generale, il decreto, al di là del suo contenuto politico che ovviamente non condivido, sarà un boomerang e sarà fallimentare da un punto di vista tecnico: non perseguirà gli obiettivi di maggiore sicurezza, lasciando tantissime persone in balia di situazioni marginali, senza documenti, senza possibilità di prendere la residenza. Ed è chiaro che queste persone saranno più vulnerabili, nella migliore delle ipotesi si troveranno a ricorrere al lavoro nero, se non peggio. Inoltre, ancora una volta, si evita di affrontare il vero nodo». E il vero nodo per il sindaco, ma non solo, è quello di aprire anche possibilità di entrare in Italia alternative per i migranti economici, per esempio ripristinando i flussi, evitando così tante richieste di asilo, che sono oggi di fatto l’unico modo per sperare di poter vivere e lavorare in Italia. «Ci sono settori – dice De Pascale – come agricoltura e turismo che hanno un disperato bisogno di mandopera. Bisognerebbe, per esempio, pensare di investire in Africa in formazione. Dobbiamo sempre ricordare che anche i grandi flussi migratori italiani sono stati di carattere ecomico. E lo sono tutt’oggi, considerando quanti giovani lasciano l’Italia».

A proposito di giovani, il sindaco ha di recente accolto in Comune per una cerimonia tredici neocittadini italiani, nati qui da genitori stranieri. Una promessa elettorale che prima o poi riguarderà anche gli altri neocittadini italiani? Coloro che non sono nati qui ma che dopo dieci anni di residenza possono farne rischiesta? «Sì è l’intenzione, siamo partiti con questi ragazzi perché per loro, essendo nati qui, la procedura avviene prevalentemente nei servizi dell’anagrafe e sono stato effettivamente io a firmare l’atto, il loro è un po’ come uno Ius Soli posticipato ai diciotto anni. Diverso è per le altre cittadinanze che dipendono invece in toto dalla Prefettura, che spesso richiedono lunghi percorsi per essere ottenute e siccome ora ne arrivano un migliaio l’anno, perché siamo a dodici, tredici anni dal picco degli arrivi migratori, non vorremmo ritardare o complicare inutilmente procedure complesse, ma l’idea resta». E cosa ne pensa del fatto che comunque tutte queste cittadinanze potrebbero essere revocate in caso di reati legati al terrorismo, dell’idea di una cittadinanza revocabile? «Diciamo che su questo ho molta fiducia nella Corte costituzionale».

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