“Delitto d’onore a Ravenna”: un titolo provocatorio per raccontare il caso Cagnoni

L’autrice Laura Gambi e la storica Laura Orlandini danno alle stampe un libro che mette insieme storia, antropologia, atti processuali e getta una nuova prospettiva sull’omicidio di Giulia Ballestri nel 2016

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Da sinistra Laura Gambi e Laura Orlandini

A pochi giorni dalla prima udienza del processo d’appello esce in libreria un libro che racconta l’omicidio di Giulia Ballestri per cui il marito, Matteo Cagnoni, è stato condannato in primo grado all’ergastolo (qui la cronaca delle 29 udienze). A tre anni da quel fatto che sconvolse l’intera città. E proprio della città, oltreché che dei protagonisti della tragedia, questo libro si occupa con uno sguardo a metà tra lo storico, l’antropologico e la cronaca. Delitto d’onore a Ravenna, il caso Cagnoni è stato scritto da Laura Gambi, narratrice e autrice per il teatro, e Laura Orlandini, storica, pubblicato da Pendragon sarà presentato per la prima volta a Ravenna il 27 settembre alla Feltrinelli di Ravenna alle 18, con le autrici e Raffaella Sutter.

Un libro asciutto che mette in fila gli atti processuali per ricostruire la vicenda all’interno di un contesto più ampio, che racconta anche la storia della famiglia Cagnoni, fondamentale per la città e il Paese, a partire dai primi del Novecento, la storia che incrocia negli anni anche la massoneria e il fascismo. Un libro teso e preciso, senza sbavature, che mette i fatti in una prospettiva più ampia del semplice fatto di cronaca e induce inevitabilmente il lettore a più di una riflessione. Un libro che ha anche il non trascurabile pregio di una scrittura pulita, scorrevole, capace di emozionare pur parlando innanzittutto alla testa di chi legge. Abbiamo incontrato le due autrici per saperne di più sulla genesi di questo libro così sui generis e di cui la città aveva forse bisogno per elaborarare una tragedia che inevitabilmente ha scosso la comunità tutta.

Quando è nata l’idea di scriverlo?
L. Gambi: «Nell’estate 2017 ho pensato che mi sarebbe piaciuto seguire il processo per capire se fosse possibile scriverne, non solo del fatto in sé, ma anche della storia della famiglia. L’evento mi ha molto turbata, credo che sia stato uno shock per molte persone e scrivere era un modo per provare a capire. E così ho coinvolto anche Laura Orlandini».

Orladini, lei è appunto innanzitutto una storica. Perché ha accettato la proposta di Laura Gambi e come avete lavorato al testo?
L. Orlandini: «Abbiamo innanzitutto entrambe seguito tutto il processo, una parte che per me è stata davvero faticosa e dolorosa. Per la parte storica abbiamo attinto a diverse fonti, mi era più volte capitato di incrociare il nome dei Cagnoni durante i miei studi sulla storia del territorio. E tutto ciò che scriviamo è documentato, come mostra la bibliografia alla fine, anche tramite testi scritti dagli stessi Cagnoni».

Perché accostare la storia secolare della famiglia alla cronaca di quell’efferato fatto di sangue? Cosa cercavate di dimostrare? Leggendo il libro, sembra di capire che secondo voi non è tutto casuale.
L. Gambi: «Non c’è alcun collegamento diretto, però diciamo che l’appartenenza sociale dei protagonisti è un elemento che ci ha molto colpito e la protezione di cui ha goduto Cagnoni non è slegata all’autorappresentazione della famiglia. Ci sembrava interessante anche mostrare quale fosse il reale legame con la città della famiglia Cagnoni, nonostante il padre viva da tempo a Firenze. C’è molto di significativo anche in quella villa di famiglia dove si è consumato il delitto».

Covergambi

La copertina del libro

L’idea è quindi che questo delitto sia maturato in un contesto preciso che ha influito sul volgere degli eventi?
L. Gambi: «La compenetrazione tra cronaca e racconto storico vuole ricosturie un mondo, una mentalità che attraversa una certa parte di questa città. Volevamo mostrare come certi elementi tipici di un contesto e una mentalità patriarcale si siano coniugati con il crescendo di spirale di violenza a cui abbiamo assistitto. Diciamo che di sicuro c’era da generazioni, l’idea di volta in volta di un erede designato, abituato a considerarsi superiore a tanti altri per portare alto il nome della famiglia. Ruolo a cui Matteo Cagnoni non riusciva a far fronte, perché certo i suoi successi professionali non sono paragonabili a quelli del padre o dei predecessori».

Non si rischia in questo modo di far passare anche Matteo Cagnoni come vittima di un sistema? Come a dire che magari, se fosse cresciuto e vissuto in un altro contesto, i suoi comportamenti sarebbero stati diversi?
L. Orlandini: «Porsi questo limite significherebbe non indagare mai il singolo caso, ma fermarsi all’elemento comune e trasversale del femminicidio: un uomo che ammazza la moglie, la compagna, l’ex. Il nostro è un tentativo di indagare quali meccanismi scattino in una precisa storia. E per esempio raccontare come il fatto di appartenere a una classe sociale agiata lungi dall’ essere stato un deterrente ha forse influito nel determinare l’idea di una donna che non può tradire per non intaccare “l’onore” dell’uomo».

E qui veniamo al titolo, chiaramente provocatorio. Il delitto d’onore è stato abolito nel 1981 in Italia, eppure voi lo chiamate esplicitamente in causa…
L. Gambi: «Sì, lo è ed esprime il nostro di bisogno di approfondire dinamiche in un contesto dove c’è una mentalità trasversale, in cui è diffusa l’idea che ci fosse un disonore nel fatto che la moglie potesse voler rompere un rapporto e avesse una relazione con un altro uomo e che arriva quasi a colpevolizzare la vittima».

Invece non parlate mai o quasi di femminicidio. Questo non è un libro classicamente “femminista” nel linguaggio e nell’approccio anche perché sembrate tenere una distanza dalla materia che raccontate.
L. Orlandini: «La battaglia per l’uso del termine femminicidio dal punto di vista giuridico e giornalistico è una battaglia politica che condividiamo, ma non siamo volute entrare in questo dibattito in cui non avremmo potuto aggiungere nulla di importante. Abbiamo preferito privilegiare un’altra dimensione, quella storica e antropologica, che meglio corrisponde ai nostri percorsi».

Tra gli aspetti più inquietanti di questa tragedia e che emerge dal vostro libro, per esempio, c’è il fatto che nemmeno in un contesto così, di persone istruite e con tanti mezzi a disposizione, nessuno abbia capito dove potesse arrivare Cagnoni…
L. Orlandini: «Sì, sicuramente colpisce il fatto che non si trattasse di una coppia sola o isolata, ma che avesse un’ampia rete di relazioni familiari e di frequentazioni e che nessuno sia stato in grado di cogliere la gravità dei segnali che pure negli ultimi tempi lui aveva mostrato».

Cosa vi aspettate dai familiari della vittima? Hanno letto il libro, li avete incontrati?
L. Gambi: «No, abbiamo lavorato solo su ciò che era diventato pubblico al processo. Nel libro non c’è nulla che già non si sapesse e speriamo naturalmente che capiscano che la nostra intenzione era solo contribuire a mettere in luce quanto accaduto, nulla di più di questo. Anche nella scelta di scrivere un libro così, mantenendo una certa distanza, senza romanzare nulla c’è una forma per noi di grande rispetto».

Qual è stata la parte più difficile da scrivere?
L. Gambi: «Per me sicuramente quella relativa a Giulia Ballestri, perché durante il processo è emerso poco di lei come persona, a parte forse nelle dichiarazioni di qualche amico. La madre e la migliore amica nelle loro testimonianze hanno soprattutto ricostruito i fatti e nelle parole delle mogli degli amici del marito sono state ripetute descrizioni come “solare”, “brava” che non dicono in realtà molto di lei come individuo. Abbiamo cercato di ricostruire il suo percorso verso l’indipendenza come donna, tutta concentrata sul timore di perdere i figli, dandole una sua dignità. Speriamo di esserci riuscite».

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