martedì
08 Settembre 2026
nell'ex convento

Dal 1908 il dialogo di Faenza con il mondo passa dal Museo delle Ceramiche

Fondato dallo storico dell’arte Gaetano Ballardini, oggi ospita 16mila opere e accoglie 40mila visitatori all’anno

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A Faenza la ceramica non è soltanto tradizione o materia da conservare, ma un linguaggio con cui da oltre un secolo la città dialoga con il mondo. Con 16mila metri quadrati di spazi espositivi che ospitano 16mila opere, e altre 40mila sono custodite nei depositi, il Museo internazionale delle Ceramiche (Mic) è oggi una delle principali istituzioni europee dedicate all’arte della ceramica, che accoglie ogni anno circa 40mila visitatori dall’Italia e dal mondo.
Un ruolo riconosciuto anche dal suo recente ingresso nella Strada europea dell’Art Nouveau, il percorso dedicato a musei, istituzioni e città accomunati da un ricco patrimonio liberty. La vocazione internazionale è parte della storia del museo fin dalle sue origini, nel 1908, grazie all’intuizione dello storico dell’arte Gaetano Ballardini. Al termine della grande Esposizione Torricelliana, infatti, a Ballardini non sfuggì il grande successo riscontrato dal padiglione dedicato all’arte, allestito nell’ex convento di San Maglorio, attuale sede del museo in viale Baccarini.
La prima collezione si compose grazie alle donazioni spontanee degli artisti che avevano partecipato all’esposizione, e si ampliò poi grazie all’attività diplomatica di Ballardini, che coinvolse musei, collezionisti, città e delegazioni straniere, anche grazie al sostegno della soprintendenza di Corrado Ricci a Roma. «Nella visione di Ballardini il Mic nasce già come museo internazionale, perché la ceramica guarda al mondo – spiega Claudia Casali, alla direzione del museo dal 2011 –. È facile riconoscere nella ceramica un linguaggio universale, capace di unire civiltà diverse, perché si tratta di un materiale fondamentale alla base di culture differenti».
Nonostante la lungimiranza del progetto, le difficoltà economiche e le tensioni che precedettero la Prima guerra mondiale ne rallentarono l’espansione. Per rilanciare la ceramica a livello locale e nazionale prese così forma una sinergia destinata a diventare uno dei tratti distintivi dell’esperienza faentina: quella tra museo, scuola e ricerca. Già nel 1913 nasceva la rivista La Faenza, ancora oggi pubblicata, dedicata a studi e ricerche sulla ceramica. Parallelamente venne istituito il Regio Istituto Ceramico (oggi Liceo Artistico). «Una visione che, anticipando per certi aspetti il modello del Bauhaus, metteva in relazione formazione, conservazione e ricerca – continua la direttrice –, il museo con le sue collezioni, la scuola con la formazione degli artisti e dei ceramisti, il centro di ricerca con la biblioteca e la produzione di studi. Un sistema integrato che avrebbe permesso a Faenza di costruire, nel tempo, una fitta rete di relazioni internazionali».
Nel 1926 furono inaugurate le prime sale dedicate alla ceramica faentina e, due anni più tardi, nacque il Premio Faenza che, dopo la parentesi dei conflitti mondiali, assunse una dimensione internazionale nel 1963, aprendo Faenza al confronto con le esperienze più significative della ceramica contemporanea. Il sistema studiato da Ballardini sopravvive ancora oggi con forme diverse, grazie alla rete tra Mic (che oltre agli spazi espositivi si occupa dell’organizzazione di laboratori didattici per adulti e bambini), liceo artistico, Isia, Cnr, Aicc (vedi pagine 8 e 10) e il centro ricerca della biblioteca. «Negli ultimi vent’anni la ceramica si è affermata a tutti gli effetti come linguaggio dell’arte contemporanea, grazie anche alle intuizioni di giovani curatori e artisti – precisa Casali –. Già dagli anni Novanta, del resto, grandi nomi dell’arte italiana hanno scelto di confrontarsi con questo materiale: da Luigi Ontani a Mimmo Paladino, fino a Piero Pizzicannella e ad artisti delle ultime generazioni, come Alessandro Roma e Salvatore Arancio. Non leggerei quindi la ceramica come un linguaggio secondario o di serie B: al contrario, è un ambito sempre più solido, capace di conquistare uno spazio autonomo e riconosciuto nel panorama dell’arte contemporanea».
Nella stessa direzione di continuità e rinnovamento, anche l’allestimento della sezione Asia Orientale dello scorso febbraio. «Come la maggior parte dei musei d’Italia, sono più numerose le opere che celiamo nei depositi che quelle esposte. Queste opere vengono prestate per esposizioni temporanee, esposte a rotazione o mostrate su richiesta o in giornate dedicate.
In questo caso, la sezione asiatica nasce come il ripensamento di un allestimento compiuto oltre 15 anni fa: le opere non sono più disposte in ordine cronologico, ma raggruppate per tematiche, raccogliendo alcune delle testimonianze più belle della tradizione e della contemporaneità cinese, giapponese, coreana o relativa al Sud-Est asiatico». Il riallestimento ha dato inoltre modo di effettuare importanti migliorie riguardanti l’accessibilità degli spazi museali, con un investimento finanziato dal Pnrr per circa 80mila euro. All’interno della sala sono stati installati apparati multimediali dotati di intelligenza artificiale, pensati per accompagnare il visitatore alla scoperta delle collezioni attraverso modalità più contemporanee e coinvolgenti oltre che accessibili da persone con disabilità. A fare da guida c’è anche un “Marco Polo” virtuale che introduce e accompagna il pubblico nella lettura dell’allestimento. Il rinnovo non ha riguardato solo la sala orientale, ma nell’ultimo biennio l’intero percorso museale è stato arricchito da postazioni interattive touchscreen, Qr code e soluzioni dedicate alle persone ipovedenti o non udenti. Infine, il museo presenta ogni anno una o due esposizioni temporanee che si affiancano alla collezione permanente: fino al 10 gennaio 2027 sarà possibile visitare Nordic Table Design, dedicata alle donne della scena scandinava: «Un’esposizione che racconta una rivoluzione discreta e al tempo stesso profonda – conclude Casali –, che non parla solo di oggetti, ma di affermazione femminile».

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