«Tancredi al teatro dell’Opera di Roma: eccezionalmente il ruolo del titolo è stato affidato a un controtenore. Qualsiasi contralto: *conato di vomito*». Questo è il testo di un (becero) tormentone che gira sulle varie piattaforme di socialità digitale, corredato di immagine muliebre intenta a compier l’atto descritto. Tutto ciò, ovviamente, volto a polarizzare le turbe o su una posizione o sull’esatto opposto. Ma, un attimo: avete sentito la rappresentazione in oggetto e se sì, vi è mancato per un attimo avere una cantante nel ruolo di Tancredi?
Senza esagerare, va detto che Carlo Vistoli è, oggettivamente, l’unico cantante oggi in grado di poter sostenere il ruolo senza far rimpiangere i contralti che hanno frequentato il ruolo. Con buona pace dei “puristi” che si dovranno mettere il cuore (e le orecchie) in pace perché, se è vero che il ruolo fu scritto per Adelaide Malanotte, è pure noto che fu cantato in più occasioni da castrati. Emerge, quindi, come all’epoca non ci fosse una prescrizione di genere, ma solo di timbro. C’è da dire, poi, che Vistoli regge benissimo, sia scenicamente sia vocalmente il ruolo, perciò, si può ben dire che se si vuole si ascolti (con gioia), altrimenti ci si diriga verso altri palchi.
Ciò che emerge da questa polemica, però, è la costante levata di scudi verso quella che viene definita LATRADIZIONE, cioè quel conglomerato di prassi che si sono calcificate nel corso del tempo fino a oggi (o meglio, fino agli anni ‘50/’60, periodo in cui la cristallizzazione si è definitivamente conclusa). A ben guardare, quindi, questa pratica radicata nel tempo non è esattamente coincidente con la volontà del compositore, che, a voler essere precisi, era spesso ben meno prescrittiva. Chi mastica un po’ di teatro sa bene che le nuove rappresentazioni, quali erano, a tutti gli effetti, anche quelle di cui si discute, devono inesorabilmente venire a patti con le contingenze che una messa in scena si porta dietro. Accadde pure che i registri vocali cambiassero (il caso di Norma è emblematico), ma non si registrarono indignazioni popolari.
La tradizione è una cosa bellissima, averla presente e considerarla è una grande risorsa, tuttavia, è necessario, per recuperare la vitalità che la musica d’arte ha ultimamente smarrito, che essa sia vissuta non in modo prescrittivo, bensì deferentemente critico, per il bene stesso della musica.



