Charli xcx – Music, Fashion, Film (2026 Atlantic)
La seconda metà degli anni duemila è stata un periodo che ricordo abbastanza movimentato, forse per via del fatto che ero a cavallo tra i venti e i trent’anni e tendevo a prendere la vita abbastanza di petto, o qualcosa del genere. Musicalmente era il periodo d’oro di un genere musicale che somigliava vagamente a una certa new wave e tutti chiamavano indie: gruppi tipo Bloc Party o Editors, tanto per fare due nomi, il cui culto sarebbe presto sfociato in una discutibile passione per una certa declinazione di elettronica zarra la cui carcassa spolpata oggi è diventata la spina dorsale di festival come il Tomorrowland, per capirci. La forma più compiuta di divertimento in questi anni non avveniva tanto la sera della festa quanto i giorni successivi, quando una galassia di blog a tema (il capostipite fu probabilmente The Cobrasnake, ma c’erano tante pagine italiane che spingevano, tipo il milanese DiedLastNight) pubblicava le foto della festa con decine di persone sbollate-ma-vestite-a-puntino che ridevano come pazze.
La caratteristica fondamentale di un disco pop dei nostri tempi è il concept, un’idea di base attorno a cui le canzoni devono girare: il nuovo album di Charli XCX si chiama Music, Fashion, Film e sembra costruito attorno all’illusione che la seconda metà degli anni 2000 sia stata una sorta di età dell’oro. Ci si incaponisce addosso, a partire dal primo singolo uscito (che si chiama Rock Music e apre il disco con una fantasia da party infrasettimanale tra sbronza, selfie, “incestuous vibes” e un pretestuosissimo ritorno al “rock”) e prosegue come una specie di odissea notturna alla Fuori Orario, concedendosi qualche marcatore temporale (2007), omaggi continui alla sua ballotta e un gran finale con David Cronenberg in persona che recita un testo mandato in loop. La musica sembra come se AG Cook e gli altri avessero sciolto Brat (il disco precedente di Charli, a cui deve la sua vera e propria affermazione) dentro alla soda caustica fino ad arrivare alla scocca, e tutto suona come un cover album apocrifo di Autobahn dei Kraftwerk in cui l’interesse a metter giù dei singoli da ballare sembra mooolto secondario. Sulle prime spiazza, poi inizia a macinare nel cervello e mostrare qualche lato nascosto: il classico disco di Charli XCX, in un periodo storico che di Charli XCX sembra aver bisogno quanto mai prima.



