giovedì
17 Settembre 2026
Rubrica L'opinione

Tre anni senza l’ingegnere Brini. Sarebbe ancora utile il suo lucido sarcasmo

Quel gusto di bastonare con l’intento di migliorare le cose, quel gusto di provocare per scuotere chi dorme e quel suo libro con i somari che volano e la risposta a tutte le domande

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«Sarai d’accordo con me che questa città andrebbe bombardata con un aereo tedesco della seconda guerra mondiale». La città cui si fa riferimento è Ravenna e la frase, detta con un sorriso sornione e le R arrotate che contraddistinguevano la sua pronuncia, è una caustica frecciata che mi lasciò diverso tempo fa Ezio Fedele Brini a mo’ di saluto mentre già di spalle se ne andava alla fine di una chiacchierata sui fatti cittadini. Brini è morto tre anni fa, il 5 settembre 2023, quando aveva 76 anni e di quel sarcasmo e di quella verve pungente se ne sente la mancanza a Ravenna. Perché non restavano confinati nelle chiacchierate, ma davano spunti ai giornali locali e di conseguenza al dibattito cittadino.

Non si faccia l’errore di pensare che l’ingegnere ce l’avesse con Ravenna e i ravennati in maniera pretestuosa. Al contrario, aveva quel gusto di bastonare con l’intento di migliorare le cose, quel gusto di provocare per scuotere chi dorme.

Ci provò in prima persona in politica. Nel 1993 fu candidato sindaco con Alleanza per Ravenna e portò il Pds, che candidava Pier Paolo D’Attorre, al ballottaggio: era la prima volta che accadeva e per vederlo riaccadere bisognerà attendere fino al 2016. Chiusa l’esperienza in consiglio comunale, non perse l’approccio critico.

Con la morte di Brini è venuta meno una fonte autorevole per molti giornalisti locali, incluso chi scrive, quando cercavano una voce competente in materia di infrastrutture civili. Ponti e strade sono stati il suo pane quotidiano per tutta la vita, ne ha costruiti diversi anche nel territorio (è opera sua il doppio sottopasso ferroviario in viale Europa nella zona del quartiere Poggi, come ricordava la fotografia aerea nel suo ufficio) e aveva una conoscenza sterminata delle opere pubbliche (fu lui a raccontarmi che anche a Ravenna c’era un ponte costruito da Morandi, lo stesso di Genova).

Ma aveva anche la capacità di fornire un punto di vista alternativo alla vulgata mainstream. Per esempio: in via Canale Molinetto si andrà a eliminare il passaggio a livello scavando per abbassare la strada delle auto, secondo Brini sarebbe più logico alzare i binari del treno.

Non poteva che essere un titolo sarcastico quello per il libro che diede alle stampe nel 2013: Ci sono somari che volano (Edizioni Girasole). Sottotitolo “Fatti e misfatti di urbanistica bizantina”. Quando lo chiamavi per un parere da ingegnere su qualche progetto cittadino, anche a distanza di anni dalla pubblicazione, la prima risposta era sempre la stessa: «È tutto scritto nel mio libro». Pareva una guasconata, invece il più delle volte era vero. A conferma della sua lucidità di analisi, ma anche della triste immobilità di questa città che Brini stesso più volte ha criticato. Oggi si divertirebbe con il palazzetto, l’Adriatica, la Baiona, il ponte mobile… davvero un peccato non poter sentire ora i suoi strali.

«Si comportava da Sindaco anche come ingegnere, progettista e direttore dei lavori», disse di lui l’editore Ivan Simonini. «Il mondo oggi non potrebbe ammirare la Domus dei Tappeti di Pietra se non ci fosse stato Ezio Fedele Brini, il quale, tra il 1993 e il 1994, nella sua veste di direttore dei lavori di un cantiere in via D’Azeglio 47 a Ravenna per una serie di appartamenti con garage interrato (o parcheggio sotterraneo), non appena emersero tracce evidenti di reperti archeologici che si profilavano di particolare interesse, non si preoccupò di occultarle come in tanti avevano fatto in passato, ma si preoccupò di bloccare immediatamente i lavori. Non ebbe dubbi e incertezze e così salvò alla fruizione pubblica quei mosaici preziosissimi». Simonini ha proposto alla Fondazione RavennAntica di concordare con il Comune di Ravenna l’intitolazione di uno spazio pubblico a Brini.

In quel libro scrisse: “Sento di dovere a mio figlio e ai suoi coetanei un bel po’ di scuse per non aver potuto impedire che gli fosse lasciato in eredità un paese molto peggiore di quello che mio padre ha lasciato a me”. Ecco, vuoi vedere che l’unico modo per riuscirci sarebbe stato davvero un (sarcastico) bombardamento aereo?

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