Portobello (di Marco Bellocchio, 6 episodi)
Alle porte degli 87 anni, Marco Bellocchio dimostra ancora una volta di essere uno dei pochissimi autori italiani capaci di trasformare la storia del nostro Paese in grande spettacolo senza rinunciare alla complessità. Portobello racconta la vicenda umana e giudiziaria di Enzo Tortora, ma sarebbe riduttivo definirla una semplice serie biografica. È piuttosto un viaggio nell’Italia degli anni Ottanta, nei suoi entusiasmi, nelle sue paure e nelle sue contraddizioni. La prima impressione che si ha guardando la serie è curiosa: a tratti sembra di assistere a un’opera che ricorda il miglior Paolo Sorrentino, ma al massimo è il contrario; ma quella macchina da presa, quell’attenzione ai dettagli e la stessa capacità di alternare momenti solenni ad altri più leggeri senza perdere il filo del racconto, ci riportano ai capolavori politici dell’autore napoletano. La serie si apre con una ricostruzione dell’universo televisivo di Portobello, programma che gli spettatori più giovani non conoscono ma che all’epoca rappresentò un autentico fenomeno di costume, che ci ricordano chi fosse Tortora, quanto fosse amato e forse invidiato dagli italiani e che tipo di Paese fossimo allora.
A impressionare è soprattutto il cast. Fabrizio Gifuni è semplicemente pazzesco. Più che interpretare Tortora, sembra quasi riportarlo in vita. Ne cattura la voce, i gesti, l’ironia, l’orgoglio e soprattutto la dignità nei momenti più difficili. Se Gifuni è il cuore del racconto, Lino Musella ne rappresenta l’anima più imprevedibile. Ogni sua apparizione lascia il segno. Ha una presenza scenica rara e riesce a rendere interessante qualsiasi scena senza mai dare l’impressione di voler strafare. Bellocchio lo dirige magnificamente e il risultato è uno dei personaggi più riusciti dell’intera serie. Attorno a loro ruotano tantissimi attori di livello e la cosa sorprendente è che non c’è praticamente una nota stonata. Anche i personaggi che restano in scena pochi minuti finiscono per lasciare qualcosa. È uno di quei casi in cui il casting sembra semplicemente perfetto. Ma Portobello non è soltanto il racconto di un clamoroso errore giudiziario. È soprattutto una riflessione sul silenzio delle istituzioni, sulla facilità con cui un Paese può trasformare un uomo popolare in un mostro da sbattere in prima pagina e sulla rapidità con cui l’opinione pubblica cambia idea. Bellocchio, che già con un capolavoro di 54 anni fa aveva trattato il tema, non cerca mai il sensazionalismo e proprio per questo colpisce ancora di più. Il risultato finale è una serie elegante, dolorosa e profondamente italiana. Una serie che emoziona, fa arrabbiare e soprattutto fa riflettere. Una delle migliori produzioni televisive italiane degli ultimi anni, un documento storico e un lascito artistico di una potenza inaudita. Imperdibile.



