Nel 1987 scrisse alla fidanzata del 21enne, ora è accusato di falsa testimonianza

Udienza 7 / Al banco dei testimoni l’autore di una lettera contenente passaggi inquietanti su rapimento e uccisione del carabiniere di leva: «Inventai tutto per fare colpo su una donna che nemmeno conoscevo». Il presidente della corte non gli crede. Disposta anche una perizia calligrafica

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Corte d’assise per l’omicidio Minguzzi del 1987

Una lettera manoscritta di un paio di pagine datata maggio 1987 ha monopolizzato l’attenzione nell’aula di corte d’assise di Ravenna stamani, 34 anni dopo, alla settima udienza del processo per l’omicidio di Pier Paolo Minguzzi, 21enne di Alfonsine rapito e ritrovato morto dopo dieci giorni nel 1987. L’autore della lettera, un lughese oggi 62enne, ha più volte ribadito di aver inventato tutto il testo che contiene passaggi piuttosto sinistri riguardo alle vicende oggetto di dibattimento. Ma il presidente della corte è convinto che l’uomo non abbia detto tutto e ha disposto l’invio della trascrizione dell’interrogatorio odierno alla procura chiedendo l’apertura di un fascicolo per falsa testimonianza e testimonianza reticente continuate. Poco prima al banco dei testimoni si era seduta la destinataria della lettera, una 54enne di Alfonsine S. R. che era la fidanzata della vittima all’epoca dei fatti e l’ultima persona ad averla vista in vita (fu ascoltata già a luglio).

La busta della lettera porta il timbro di spedizione da Imola il 2 maggio di quell’anno. Firmata Alex, nomignolo adottato senza ragione dall’autore le cui iniziali sono invece E. C. Il ritrovamento del cadavere di Minguzzi avvenne a Vaccolino nelle acque del Po di Volano l’1 maggio ma le indagini stabilirono che il decesso avvenne molto prima, forse appena dopo il rapimento nella notte tra il 20 e il 21 aprile. È stato Michele Leoni, presidente della corte (a latere Federica Lipovscek), a leggere le righe ad alta voce (qui la trascrizione integrale).

«Perché scrisse questa lettera e che significato avevano le parole che scrisse?», è la domanda con cui Leoni ha aperto l’interrogatorio. «Ricordo quella lettera – ha spiegato il sedicente “Alex” – ma non c’era un motivo preciso. Non conoscevo la ragazza, non l’avevo mai vista (lei ha assicurato la stessa cosa, ndr), ma lessi la vicenda sul giornale che riportava il nome e l’indirizzo della fidanzata di Minguzzi e mi feci prendere, è come se avessi voluto vivere in un film. A quel periodo mi sentivo solo, ero molto preso dalla voglia di trovare una donna e le scrissi per fare colpo inventando tutto. Mi rendo conto dell’errore commesso, capisco che ho rischiato molto».

Lo stupore che vi assale leggendo il virgolettato è lo stesso manifestato dal giudice. Che ha incalzato “Alex” su più aspetti contenuti in quella lettera. Il teste di fatto ha confermato quanto aveva già detto tempo addietro quando fu ascoltato dalla polizia giudiziaria: le invenzioni di un giovane che cercava una compagna e soffriva di solitudine al punto da valutare di intraprendere un percorso di supporto psicologico. «Mai trafficato nella droga e mai mi sono prostituito». Non usa la parola ma “Alex” si dipinge come un mitomane.

E invece secondo il giudice togato starebbe omettendo qualcosa. Un dubbio alimentato anche dal contrasto fra il titolo di studio dell’uomo (terza media) e la profondità dei termini usati e la costruzione delle frasi. Scriveva sotto dettatura? Per il momento la giuria ha scelto di disporre una perizia calligrafica.

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