Circa 16 tonnellate di pesci morti per asfissia nelle acque della Piallassa Baiona, a causa di uno shock osmotico che oggi si pensa dovuto all’errore umano. A quasi un anno dalla crisi ambientale che colpì l’area, due dirigenti comunali sono stati iscritti nel registro degli indagati con le ipotesi di uccisione di animali, pericolo di inquinamento ambientale e altre violazioni della normativa sulle aree protette. Gli accertamenti condotti dai carabinieri del nucleo forestale hanno portato, nei giorni scorsi, alla notifica degli avvisi di garanzia ai due funzionari. La notizia è riportata nei principali quotidiani locali in edicola oggi, 15 luglio.
I pesci, storioni cobici (specie risalente a oltre 200 milioni di anni fa), erano stati immessi nella Piallassa Baiona nell’ambito di un’operazione di salvaguardia, ottenendo invece l’effetto contrario. Le carcasse sono inoltre rimaste a galleggiare nello specchio d’acqua per qualche tempo, con la minaccia della proliferazione del botulino.
Secondo quanto ricostruito dai forestali, la crisi poteva essere gestita con modi e tempi più adeguati. I pesci, infatti, erano stati trasferiti durante un’operazione di prosciugamento dei chiari, nel tentativo di riequilibrare un ecosistema alternato dalle alte temperature, ma la procedura non si sarebbe svolta nel modo corretto. A testimoniarlo non c’è solo la strage di storioni, ma anche il deterioramento delle acque e della biodiversità dell’area, misurato attraverso le registrazioni di Arpae. I dati sottolineano infatti tassi anomali di ammonica e Bod5 (un indicatore dell’inquinamento idrico), ritenuti «incompatibili con la vita». Il successivo abbandono delle carcasse in putrefazione poi ha peggiorato lo scenario, offrendo condizioni fertili per lo sviluppo della tossina botulinica che già in passato ebbe effetti drammatici sulla Valle della Canna.
Uno degli errori principali contestato ai dirigenti è quello dello svuotamento integrale dei bacini con l’utilizzo di idrovore: le normative ambientali vietano il prosciugamento completo, considerato metodo di “cattura non selettivo”. Il livello idrico minimo doveva avvenire attraverso la naturale evaporazione estiva e non tramite l’utilizzo di macchinari, come approvato nel Ravennate. Un’operazione tanto invasiva richiede dunque la stesura di una Valutazione di impatto ambientale, di cui però gli indagati non risulterebbero mai stati in possesso.



