A distanza ormai di sei anni dalla mostra temporanea delle fotografie di Paolo Roversi e realizzata in un periodo ancora segnato dall’epidemia Covid, il Mar di Ravenna ha inaugurato da poco nei suoi spazi una sezione permanente che ospita una selezione di scatti del famoso fotografo ravennate.
Fotografo internazionale di moda, Roversi è nato a Ravenna nel 1947 dove a nove anni riceve in dono la sua prima macchina fotografica, una Ferrania Elioflex. Occorrono spesso dei numi tutelari per avviare le scintille di una carriera, che per Roversi si incarnano nel postino e fotografo dilettante Battista Minguzzi e nel fotografo professionista Nevio Natali, dai quali Roversi apprende il fascino della camera oscura e le possibilità di sperimentazioni tecniche del linguaggio.
Nel giro di pochi anni – siamo nel 1970 – con l’amico Giancarlo Gramantieri apre in via Cavour a Ravenna PhotoGraphis, il suo primo studio fotografico, che dura pochi anni.
Come spesso accade, le anime più creative sono inquiete e viaggiano: Roversi nel 1972 è a Venezia, dove testimonia con la sua macchina i funerali di Ezra Pound, in ossequio forse alla passione coltivata per la poesia che gli trasferisce – come lui stesso afferma – una vera e propria ossessione per le sfumature, quelle che diventeranno sostanza nel proprio linguaggio visivo. Di lì a poco incontra Peter Knapp, un fotografo svizzero che opera anche come pittore, film-maker, graphic designer e che al tempo è il direttore creativo della rivista Elle. Al bivio in cui si ritrova, Knapp è l’ennesimo nume tutelare che gli indica la strada per Parigi, dove Roversi si trasferisce nel 1973 iniziando a frequentare gli ambienti della moda grazie sempre a Knapp ma anche a Pupy, la compagna francese di Mattia Moreni. A Parigi studia quelli che sono i grandi maestri delle immagini del tempo – Richard Avedon, Helmut Newton e Guy Bordin – e nel frattempo lavora come assistente del fotografo inglese Laurence Sackman, da cui apprende molti segreti in termini di tecnica e creatività. Alla metà esatta degli anni ‘70 vengono pubblicati i suoi primi scatti su Elle e Depeche Mode e esce il suo primo servizio di moda su Marie Claire. Pochi anni più tardi, assieme all’uscita della prima campagna per una maison quale Christian Dior, c’è tempo per aprire il nuovo Studio Luce in Rue Paul Fort, che diventa il suo antro sperimentale in cui la fotografia si ibrida al teatro, ai sogni, all’arte.
Va segnalata l’importante svolta del 1980, quando Roversi scopre la Polaroid in grande formato e la fotocamera Deardorff, uno storico banco ottico pieghevole in legno e metallo con soffietto estensibile, famoso per la precisione e le grandi dimensioni dei formati. Si tratta di scoperte o di impieghi tecnici che incidono profondamente sul modo di fotografare di Roversi e che modificano direttamente il linguaggio espressivo. Da qui in poi Roversi diventa quello che tutti conoscono: un fotografo internazionale specializzato nel campo della moda che ha lavorato per Dior, Armani, Chanel, Valentino, Yves Saint Laurent e per riviste come Vogue, Harper’s Bazaar e Vanity Fair, che ha realizzato i ritratti di star internazionali come Sting, Rihanna o Kristen Stewart e che ha lavorato con icone planetarie quali Kate Moss, Naomi Campbell e Natalia Vodianova.
Nella mostra permanente di Ravenna, curata da Chiara Bardelli Nonino e allestita dalla scenografa Ania Martchenko, non ci sono solo ritratti e immagini di moda ma anche alcune nature morte che mettono al centro lo studio di Roversi e gli oggetti che hanno dato inizio alla propria narrazione fondativa. Protagoniste quindi sono la fedelissima Deardoff, così come la coperta militare che utilizza come sfondo per i primi scatti, o lo studio vuoto, su cui si impongono un paio di scarpe femminili, quasi a ribadire che ogni fotografia è una proiezione che ha bisogno di uno schermo e di un vuoto, di uno spazio magari segnato da un tappeto in cui dare vita ai fantasmi che recitano la parte assegnata.
Se ci si sofferma sulla luce – una parola centrale della poetica di Roversi – occorre pensare anche al suo contrario, all’ombra, a quell’equilibrio instabile fra definito e indefinito su cui spesso il fotografo insiste. E se la bellezza delle creature meravigliose che egli ritrae può depistare tanto quanto la caratteristica effimera che avvolge le immagini di moda, c’è però dell’altro su cui riflettere. La ricerca di Roversi spesso inciampa in una bellezza impura e distorta e insiste proprio su quella linea che egli dichiara come l’elemento più interessante che delimita la bellezza. Quello che affascina quindi non sono le icone e la meraviglia che naturalmente emanano alcune creature ma lo spazio, che spesso è dato come vuoto, come palcoscenico virtuale in cui si palesano presenze effimere, votate a una malinconia perenne per il destino che incarnano. Sorprende lo scatto in cui il soggetto è ripreso in un movimento bloccato o ripetuto più volte, un esperimento che ricorda gli scatti di Muybridge o le fotografie futuriste e dada. Stupiscono le virate di colore che aggiungono uno scarto rispetto alle aspettative citando i fotomontaggi dadaisti di Hannah Höch, reinterpretati in chiave contemporanea. Quelle di Roversi sono immagini di moda inquiete in cui masse sfolgoranti di colore diventano parte integrante di un mondo solarizzato alla Man Ray o immerso in profondità marine. Anche un soggetto tradizionale come il nudo femminile sfugge allo stereotipo: lo fa presentando una bellezza morbida come quella di Tess oppure producendo in serie dei nudi maschili e femminili talmente sovraesposti da svampare in fantasmi tratteggiati a matita. In alcune foto più recenti, modelle, abiti e sfondo diventano tutt’uno grazie all’effetto flou diffuso che lascia a fuoco solo la macchia colorata dell’abito: nell’immagine rimane l’incedere e l’eleganza del passo come resto di una figura che fa l’ultima giravolta prima di uscire di scena e tornare nell’indistinto.
Tess



