Rimandi incrociati e doppi sensi per il grande ritorno a Ravenna (dal 2003) di Emio Greco con De Soprano’s, un nuovo lavoro che ruota intorno alla musica di Giuseppe Verdi eseguita dal vivo da giovani musicisti e giovani soprani. Pugliese, di formazione francese e di stanza ad Amsterdam dal 1995, dove con Pieter C. Scholten ha fondato la sua compagnia, la Emio Greco | PC, e da circa un anno codirige con lui anche ll Centre Chorégraphique National-Ballet National de Marseille. Il lavoro che porterà a Ravenna il 9 luglio (Palazzo Mauro de André, ore 21.30) è il terzo episodio delle cinque parti di un progetto monografico sul tema Il corpo in rivolta, presentato in prima italiana. E noi gli abbiamo chiesto di raccontarci la crescita del suo percorso, le evoluzioni e le rivoluzioni del suo fare arte.
Signor Greco, lei sta per tornare al Ravenna Festival dopo 12 anni: come vede l’artista di oggi rispetto a quello di allora?
«È passato così tanto? In parte spero di essere la stessa persona, perché il tempo ti cambia. Molte cose sono cresciute: il lavoro, le persone… Eravamo un gruppo di “nomadi” che creava cose forti. Ora lavoriamo con due istituzioni, ad Amsterdam e Marsiglia: il nostro lavoro è più riconosciuto e c’è stata una maturazione nel rapporto con gli altri. La spinta c’è sempre, ma c’è il riconoscersi: uno spazio che quando si è più giovani risulta più difficile trovare, perché viene maggiormente impegnato dalla foga».
Lei e Pieter C. Scholten: un lungo sodalizio di direzione artistica e formazione. Come si innesca il vostro processo creativo?
«Da scambi, contrasti: è un dialogo continuo e integrato che prende le mosse da momenti molto remoti. Ogni nostro stare insieme è legato al lavoro: condividiamo gli spunti all’origine, poi io sono più presente sulla parte coreografica, e alla fine riconvergiamo entrambi nel dare il significato finale».
Come nasce l’idea di lavorare sul “corpo in rivolta” e come si arriva da questo tema ai Soprano’s?
«Il corpo in rivolta creava la danza fin dall’inizio. Col tempo abbiamo inquadrato questa dimensione, le abbiamo dato un nome. Il tema dell’uomo in rivolta arriva da Albert Camus: noi lo abbiamo declinato sul corpo, in particolare della donna, e poi su Verdi, che presenta figure femminili molto forti, vere e proprie eroine. Le donne si rivoltano alle prese con un mondo contemporaneo ancora estremamente maschilista, che impone loro traguardi irraggiungibili come quelli della perfezione fisica, o la tensione tra carriera e famiglia, ad esempio. Nella scelta del titolo abbiamo poi giocato sui doppi sensi: il soprano è la voce femminile per antonomasia, in contrapposizione a quella maschile del tenore. A questo si sovrappone il fenomeno popolare di una sitcom americana con lo stesso titolo».
Cosa prevede il “dopo”, invece?
«Una importante produzione internazionale: Extremalism, con trenta danzatori da Marsiglia e Amsterdam. Corona vent’anni anni di collaborazione coreografica con Pieter e verte sulla risposta dell’umanità alla crisi, indagando il corpo nelle situazioni estreme».
Infine: nell’arco della sua carriera ha anche tenuto in grande considerazione la formazione: su cosa deve focalizzarsi, secondo lei, un danzatore oggi?
«Sulla consapevolezza di sé e del proprio corpo, sull’onestà del movimento. Bisogna difendere la propria tecnica, ma non restare nell’esercizio. Sviluppare una propria cifra e contemporaneamente saper interagire con sensibilità differenti».



