giovedì
04 Giugno 2026
RECENSIONE

Il Mercato Coperto come l’Overlook Hotel di Shining: gruppo nanou trasforma la danza in un dispositivo percettivo

Fino a domenica 7 giugno la compagnia ravennate porta in scena "goldroom"

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Ci sarebbero tante cose da dire su goldroom, in scena al Mercato Coperto per Ravenna Festival tutti i giorni fino a domenica 7 giugno (tranne giovedì 4, sempre dalle 19 alle 22). Si tratta del secondo capitolo di Overlook Hotel, ciclo di lavori ispirato all’icastico film Shining di Stanley Kubrick con cui la compagnia ravennate gruppo nanou (qui la nostra intervista) indaga la relazione tra corpo, immagine e memoria attraverso installazioni coreografiche autonome e interconnesse. Con il primo capitolo del progetto, redrum, nel 2024 i nanou vinsero il Premio Ubu come “Miglior spettacolo di danza”, tanto per inquadrare la qualità con cui abbiamo a che fare. Il “problema” è che goldroom, forse, ha anche qualcosa in più di redrum. La cosa che mi piacerebbe fare sarebbe un confronto tra tempo, memoria e ripetizione in Shining e in goldroom, con parallelismi del tipo Jack Torrance di Shining = pubblico di goldroom, e Overlook Hotel di Shining = Mercato Coperto, ma mi gira già la testa e un articolo di 10mila battute mi sembra eccessivo. Qualche intreccio è però inevitabile.

C’è una frase, in Shining, che probabilmente contiene tutto il film. La pronuncia Delbert Grady, il precedente custode dell’Overlook Hotel, quando dice a Jack Torrance/Nicholson «Lei è sempre stato il custode». È una frase assurda. Jack non è sempre stato il custode. Sappiamo benissimo che è arrivato lì da poche settimane. Eppure, nel mondo costruito da Kubrick, e da Stephen King prima di lui, quella frase non è soltanto una menzogna o una provocazione. È una possibile verità. Come dicono Rhuena Bracci e Marco Valerio Amico (cioè gruppo nanou), goldroom evoca la sala da ballo dell’Overlook Hotel – la Gold Room, appunto –, abitata da presenze fantasmatiche, ma più che sui fantasmi secondo me goldroom è soprattutto un lavoro sul tempo. Un tempo che non procede in linea retta, che non distingue più chiaramente tra passato, presente e futuro, e che finisce per avvolgere i personaggi – anzi i Figuri, come li definiscono i nanou, in quanto apparizioni caratterizzate dal movimento, non da una psiche – in una spirale di ripetizioni. Lo spettacolo non ha inizio e fine canonici, nel corso di tre ore lo spettatore può scegliere quando entrare e quando uscire (aspetto molto importante per la percezione del tutto), e comunque io mi sono presentato all’apertura, ma, inizialmente, l’ambiente superiore del Mercato Coperto non mi ha convinto, mi sembrava mancasse qualcosa, che non fosse il luogo adatto per l’opera di nanou. Poi, poco per volta, accade qualcosa di strano, che però, dopo oltre vent’anni di spettacoli della compagnia, potevo aspettarmi: la realtà che ti circonda cambia, e cambia perché è esattamente ciò che la coreografia vuole. Ma andiamo con ordine.

Parlare dello stile di gruppo nanou significa innanzitutto evitare alcune categorie abituali della danza contemporanea. Non è una compagnia che punta sulla narrazione lineare, ma nemmeno sull’astrazione pura. Non racconta storie nel senso tradizionale del termine, eppure lascia continuamente affiorare frammenti di racconto, immagini, memorie, atmosfere che lo spettatore è chiamato a ricomporre. Ed è proprio lì, nel richiamo quasi subliminale allo spettatore, che tutto, intorno, muta. Ciò che interessa a Bracci e Amico non è mostrare qualcosa, ma costruire le condizioni perché lo spettatore possa vedere. Lo sguardo diventa parte integrante dell’opera. Non viene fornita una narrazione chiusa, il pubblico deve abitare la scena, stabilire connessioni, completare ciò che resta volutamente incompiuto. Ed ecco che l’esercizio mentale a cui sei chiamato ti porta altrove. I Figuri in scena non sono più danzatori che tu stai osservando in uno spettacolo, sono entità che arrivano da un altro mondo, sembrano frammenti temporali rimasti intrappolati in quel luogo che ora non è più il Mercato Coperto, non è più nulla di definibile, è pura dimora della creazione. I corpi dei Figuri – Carolina Amoretti, Marina Bertoni, la stessa Rhuena Bracci, Andrea Dionisi, Agnese Gabrielli e Marco Maretti, semplicemente strepitosi, come del resto in redrum – non esprimono psicologie, diventano piuttosto segni, vettori, presenze nello spazio. E goldroom spesso procede per accumulo di figure, traiettorie, posture e relazioni, più che per sviluppo emotivo tradizionale. È l’idea che il tempo non sia una strada ma una stanza, concetto molto caro a nanou. Una stanza immensa nella quale ogni evento continua a esistere contemporaneamente agli altri. E infatti mentre si è dentro goldroom si ha spesso la sensazione che ciò visto poco prima non sia davvero passato e che quello che sta per succedere sia già scritto da qualche parte. Le immagini non arrivano in sequenza, riaffiorano. Ritornano. Si sovrappongono. È l’idea del déjà-vu come principio narrativo. A far funzionare ancora meglio questo sublime meccanismo ci pensa poi il settimo Figuro, la colonna sonora di Bruno Dorella. È evidente che negli anni il sodalizio tra il musicista milanese e nanou è andato ben oltre la collaborazione professionale, assurgendo ad affinità elettiva, tanto che se già in redrum la soundtrack era fondamentale, in goldroom le musiche diventano quasi vive, corporee, ti prendono loro fisicamente per mano per portarti nei meandri della coreografia, anche con il sapiente utilizzo qua e là di pezzi non originali, come quelli di Bauhaus, Portishead e Massive Attack, che non sembravano altro che aspettare di essere parte di questo spettacolo. Alla fine goldroom non ci affascina perché mostra dei danzatori fenomenali, ma perché trasforma la danza in un dispositivo percettivo. In un panorama spesso diviso tra teatro-danza narrativo e ricerca astratta, gruppo nanou occupa un territorio molto personale, dove memoria, visione e coreografia finiscono per coincidere.

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