«Dopo il 2015, dopo l’attentato, una parte di me è morta. Mi sono messo a ricostruire il mio mestiere un tassello alla volta». Undici anni dopo la strage di Charlie Hebdo, Luz continua a raccontarsi attraverso il disegno. Il fumettista francese, il cui vero nome è Rénald Luzier, sfuggì all’attentato jihadista del 7 gennaio 2015 contro la redazione del settimanale satirico perché quella mattina arrivò in ritardo alla riunione di redazione. Ospite a sorpresa del Coconino Fest di Ravenna, ha presentato la graphic novel Due ragazze nude, esposta al Mar nell’ambito del festival fino al 5 luglio. Nel corso dell’incontro pubblico con Elena Stancanelli ha ripercorso il trauma seguito all’attentato e il lungo lavoro di ricostruzione personale e artistica che lo ha portato ad allontanarsi progressivamente dalla satira per dedicarsi sempre più al fumetto. Il giorno successivo lo abbiamo incontrato, al Museo d’Arte di Ravenna, per parlare dei suoi nuovi progetti, del rapporto tra arte e politica, dell’intelligenza artificiale e di libertà creativa.
A cosa sta lavorando oggi? Quali sono i suoi progetti principali?
«Ho in cantiere una graphic novel thriller, con una protagonista femminile, un’eroina, una poliziotta tosta e incazzata. Io credo di avere moltissima collera da esprimere, in ogni mio personaggio c’è un pezzo di me, e lei porta questo sentimento che non riesco a tradurre nella realtà se non mediante il fumetto. Ho scelto un personaggio femminile perché sono stanco degli uomini, della loro tossicità, e credo inoltre che se c’è qualcuno che ha il diritto di essere incazzato sia il genere femminile».
Il disegno satirico e il fumetto che ruolo possono avere nel mondo di oggi?
«Il disegno satirico crea una reazione istantanea, di getto; il fumetto invece, a cui oggi lavoro molto di più, crea un mondo a sé. Io credo che i libri, e quindi anche le graphic novel, siano una delle più grandi espressioni politiche che esistano: una volta che si è voltata pagina, tocca andare avanti con la storia. Il libro è tempo, è durata. In un mondo velocissimo credo sia fondamentale ritrovare quell’istante. Come in un museo: ogni minuto trascorso di fronte a un’opera d’arte, qualsiasi essa sia, è una vittoria politica».
Esiste qualcosa su cui non si può scherzare? Che rapporto c’è tra satira, politica e religione? Dove sono i limiti?
«Io non faccio più disegno satirico come un tempo. Ho trovato un nuovo spazio di libertà che è il fumetto. Intendo un locus amoenus dove posso fare ciò che voglio. Credo che i limiti stiano qui: dove vuoi spingerti in quello che fai, a quale storia stai decidendo di consacrarti».
In un mondo in cui le immagini arrivano sempre più facilmente alle masse e diventano quindi uno strumento di potere, il fumetto può sfidare quel potere? Può avvalersi dello stesso vantaggio?
«Non saprei, è molto difficile da stabilire. Negli anni Novanta, in un’epoca in cui la graphic novel non esisteva ancora, ho provato a fare una rivista di fumetti politici, Il cane cattivo. Dopo sei numeri abbiamo chiuso. Oggi non credo avrebbe più fortuna, ma nei giovani disegnatori vedo molta consapevolezza politica. La meraviglia del fumetto è questa: può raccontare storie di fate oppure intitolarsi #FreePalestine. Oggi vedo molto calore e interesse per cause come queste e ciò mi lascia ben sperare per l’avvenire del fumetto stesso».
Intelligenza artificiale e disegno. Che rapporto ha con l’Ia? Come crede evolverà il panorama del fumetto in relazione a queste tecnologie?
«Ho provato a usarla: non funziona. Quando lavoro chiedo molto a me stesso, mi giudico, mi critico. Con lei è come lavorare con un leccaculo: non porta a nulla. Credo però che rappresenti una minaccia per altre professionalità del nostro settore: i traduttori, chi si occupa di lettering. Oggi in Francia sempre più editori usano l’intelligenza artificiale al posto delle persone per riempire i balloon. Il problema sta in chi la usa. Torniamo a una questione marxista di base: se il padrone adopera la macchina per sostituire un lavoratore, ma quel lavoratore non beneficia in alcun modo della sostituzione, allora le cose devono cambiare».
Quali sono i lavori che considera più importanti nel suo percorso? Cosa le resta del passato da disegnatore satirico e cosa porta nel fumettista di oggi?
«Non sono particolarmente fiero dei miei lavori. Dopo il 2015, dopo l’attentato, una parte di me è morta. Mi sono messo a ricostruire il mio mestiere un tassello alla volta, recuperando ciò che ritenevo importante, ciò in cui credevo. Oggi sono anche il prodotto di quel momento. Non credo esista una città migliore di Ravenna per parlare di un mosaico, no?».
Luz al Mar durante un incontro con gli studenti



