Rimangono pochi, ultimi giorni per visitare la mostra Pittura in Romagna, che raccoglie diverse opere di artisti romagnoli per nascita o adozione, appartenenti alle generazioni nate nei primi trenta anni del ‘900. In particolare, l’esposizione vaglia l’angolazione della pittura realizzata da poco più di una ventina di artisti nell’arco di tempo che va dalla metà degli anni ‘50 no al 1974, anno in cui il critico Raffaele De Grada realizzò alla Loggetta Lombardesca un’ampia esposizione per indagare la pittura in Romagna.
La mostra attuale, curata da Paolo Trioschi nelle sale di Palazzo Rasponi, è quindi un esplicito omaggio al critico italiano allora direttore dell’Accademia di Belle Arti di Ravenna e della stessa Loggetta – quella che oggi è il MAR – di cui sviluppa una sezione, quella che De Grada aveva dedicato ai contemporanei.
Per inquadrare le scelte di allora va chiarito il contesto intellettuale in cui si forma De Grada, cresciuto in una famiglia di artisti, che – nato a Zurigno nel 1916 – si trasferisce a Cremona e poi in altre città italiane, approdando a Milano, dove si lega alla rivista Corrente e al circolo che circonda la figura di Ernesto Treccani. A metà degli anni ‘30 inizia la carriera di critico d’arte, che si lega a un forte impegno antifascista; la scelta per De Grada signica il carcere e poi l’entrata in clandestinità come partigiano attivo nella lotta di liberazione. Nel dopoguerra lavora come giornalista per il Corriere della Sera e docente universitario a Milano, mentre ricopre nel frattempo l’incarico di direttore di numerosi istituti culturali italiani fra cui Ravenna. L’impegno politico nelle fila del Partito Comunista giustifica il suo interesse per alcune correnti artistiche legate a temi sociali, alle classi dei lavoratori, al Realismo pittorico e al dibattito che nell’Italia del tempo mette a confronto due linee di pensiero antitetiche fra un’arte impegnata e un’arte svincolata dalla partecipazione politica.
La professionalità di De Grada e la sua statura di intellettuale non gli impedisce di includere linee estetiche più periferiche alle sue preferenze, includendo artisti che si orientano verso uno sperimentalismo formale lontano dalla realtà. Per lui è completamente assente la riflessione per la creatività femminile ma va detto che sono decenni in cui le donne risultano essere alieni del tutto assenti dai radar culturali, e non solo da quelli. Gli artisti inseriti in questo omaggio – nati tutti fra il 1907 e il 1937 – non esauriscono forse il ricco panorama creativo romagnolo dell’epoca ma ne rappresentano una buona sintesi, che consente di comprendere la spiccata professionalità di alcuni protagonisti, il forte legame a certa tradizione pittorica territoriale, il legame che molti di questi pittori hanno con la formazione artistica sul territorio, brillantemente capillare a quei tempi.
Partendo da questo ultimo dato, si constata come la scuola d’arte di Cotignola – condotta per lunghi anni da Luigi Varoli – sia stata la fucina privilegiata per i primi passi di molti artisti di questa generazione ma non l’unica. Va inserita infatti anche la scuola d’arte di Fusignano sotto la direzione di Avveduti, quella di Massa Lombarda guidata da Francesco Verlicchi, inne la scuola di disegno faentina e il circolo raccolto attorno alla gura di Francesco Nonni. A queste iniziative vanno aggiunti gli iter formali del Liceo Artistico e dell’Accademia di Ravenna, frequentati ad esempio da Gaetano Giangrandi, da Baldo Guberti, Giovanni Maiardi, Giulio Ruffini, in modo da rendere la ricchezza di proposte artistiche per un territorio tutto sommato provinciale. A questa variegata proposta locale si somma l’Accademia di Bologna, che vede come allievi Luciano Caldari, Giovanni Cappelli, Umberto Folli, Anselmo Francesconi, Ettore Panighi e Antonio Rocchi, anche se non mancano gli outsider che preferiscono Roma, Torino e Milano, sia per continuare gli studi ma anche per partecipare alla vita culturale delle maggiori città italiane.
Pochi sono quelli che rimarranno fedeli alla patria e se un drappello si stacca per sempre dalla Romagna per vivere in altre città italiane o all’estero, quasi tutti – anche quelli che non recidono le radici e rimangono a lavorare e insegnare a Ravenna – viaggiano per confrontarsi con le esperienze europee, scegliendo Parigi come meta privilegiata per lunghi e medi periodi di permanenza. Alcuni di loro hanno un profilo professionale che viene segnalato dalla critica coeva e vengono invitati a varie edizioni della Biennale di Venezia, della Triennale di Milano e della Quadriennale di Roma. Purtroppo molti hanno perso attualmente lo status di grandezza che sicuramente hanno avuto durante l’attività e che potrebbero ancora meritare – si pensi a Mattia Moreni ma anche a Franco Gentilini – mentre di altri manca ancora un inquadramento che ne restituisca la statura reale. A riprova che la schiera dei romagnoli vada ben oltre i confini provinciali basti la verifica di alcuni stretti rapporti con gli artisti e intellettuali del tempo: le frequentazioni e collaborazioni di Demos Bonini con Guttuso e poi con Federico Fellini, l’amicizia di Gentilini con Dubuffet, quelle di Menghi, di Bonini e Adolfo Saporetti con De Pisis, l’apprendistato di Baldo Guberti con Dudovich e il lavoro di Rocchi per Chagall, rendono l’idea di un panorama creativo che forse è carente di memoria storica ma non di rilevanza artistica. Da ultimo, nei dipinti in esposizione si rileva una forte fedeltà alla figurazione, con l’esclusione del periodo astratto di Moreni e dell’approdo in tal senso di Claudio Neri alla fine degli anni ‘60. Va rilevata però l’apertura al linguaggio Pop di Pino Reggiani, i debiti a Morandi e la sintesi postcubista di Ruffini, che prosegue con un dialogo serrato e iperproduttivo con le novità che si affacciano al panorama artistico contemporaneo.
La figurazione segue i toni del realismo e non si distacca dai soggetti accademici privilegiando ritratti, paesaggi, fiori o nature morte – si vedano le opere di Caldari, Cappelli, Manlio Guberti Helfrich, Menghi, Rocchi e altri – ma spesso acquista una vena ironica, uno sguardo disincantato, che supera la vocazione iniziale. Cade a proposito il caso di Panighi, che nel suo stile da espressionista controllato incrocia i soggetti di Toulouse-Lautrec con la bidimensionalità e i colori squillanti di Maurice Denis, riattualizzandoli in un linguaggio che deve aver meditato non sullo stile ma sulla gravezza di Bacon.
“Pittura in Romagna. Verso il contemporaneo Omaggio a Raffaele De Grada”
Fino al 19 luglio Ravenna, Palazzo Rasponi dalle teste, p.zza Kennedy 12
orari: ma-ve 15.30-19; sa-do 11-19
Ingresso libero



