mercoledì
03 Giugno 2026
attivismo

“Per il Clima-Fuori dal fossile” immagina un nuovo orizzonte per la città: riforestazione, fotovoltaico e rilancio dei Fiumi Uniti

Pippo Tadolini richiama il nuovo Piano di ripristino della natura e le recenti normative europee per «per cambiare un po’ di mondo e un bel po’ di Ravenna»

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Riceviamo e pubblichiamo l’appello di Pippo Tadolini (Per Il Clima – Fuori dal Fossile) sul tema del contrasto alla cementificazione e del ripristino delle aree naturali in città. L’attivista propone «Un orizzonte, e qualche proposta concreta, per cambiare un po’ di mondo e un bel po’ di Ravenna», richiamando le recenti normative europee e il Piano di ripristino della natura. Tra le azioni suggerite, rimboschimenti, rilancio dell’impianto eolico offshore e del progetto per i Fiumi Uniti.

«Del tutto recentemente sono state formalizzate due realtà normative, che si pongono all’attenzione di società civile, amministratori della cosa pubblica, progettazioni urbanistiche e territoriali. Non vi è stato un grande impegno comunicativo, per cui forse verranno fatte apparire come questioni per “addetti ai lavori”, mentre si tratta di leggi che possono notevolmente incidere sulla vita reale. Parliamo del Piano per il ripristino della Natura, che discende direttamente dal “regolamento europeo per il ripristino della natura”, e della legge regionale sulle aree idonee per gli impianti di energie rinnovabili, che riprende la legge nazionale di riferimento. 

Il Piano per il rispristino della natura, per il quale si battono da tanti anni comunità scientifica, urbanisti, associazioni e (poche) forze politiche, impone ai Comuni il divieto assoluto di ridurre di un solo metro quadrato le aree verdi e la proiezione a terra della chioma degli alberi, e prescrive azioni di ripristino consistenti nella depavimentazione e rinaturazione del suolo. Si dovrà procedere non solo a nuovi impianti arborei, ma anche a scorticamento di aree pavimentate, rigenerazione di suolo e realizzazione di nuove coperture vegetali. La proposta di togliere asfalto e cemento, considerata fino a ieri piuttosto bizzarra da gran parte della politica, ha oggi un riconoscimento ad alto livello. Per i Comuni si tratta di un  possibile nuovo corso per il governo del territorio. E’ l’ occasione per attuare senza scuse gli articoli 9 e 117 della Costituzione, che prevedono la tutela del paesaggio e degli ecosistemi, e per attuare un’operazione di contrasto vero al degrado climatico.

L’altro provvedimento è la legge regionale sulle aree idonee, che noi della Campagna Per il Clima – Fuori dal Fossile (in quanto  aderenti a RECA, Rete Emergenza Climatica e Ambientale dell’Emilia Romagna) valutiamo criticamente, dal momento che affida ai meccanismi di mercato – anziché ad una reale pianificazione – la realizzazione di uno dei principali strumenti per la transizione ecologica. La valutiamo criticamente perché avremmo voluto, e abbiamo chiesto a gran voce, l’integrità di aree di pregio, percentuali di occupabilità del suolo agricolo più severe, migliore valutazione del fabbisogno dei singoli territori, più rispetto per l’ equilibrio fra i vari territori, nonché il principio della valorizzazione degli impianti di piccola scala. Pur  ben fermi in questa valutazione critica, riteniamo che ora la politica locale non si possa esimere dal farsi parte attiva ed elemento di regolazione. E’ il compito dei sindaci, degli amministratori, delle forze politiche, innanzi tutto, esercitando una fortissima “moral suasion” perché le indicazioni di legge vengano applicate in modo orientato ad una reale trasformazione ecologica, e  vigilando perché non si producano le solite tante deroghe e proroghe ogni volta che si tratti di interferire con interessi dei cementieri, dei padroni del gas, delle lobby dell’agricoltura intensiva.

Il piano prevede misure che tutto il Paese si deve impegnare a realizzare negli ecosistemi terrestri, costieri, d’acqua dolce, marini, urbani, agricoli, forestali che risultano degradati, fino a comprendere ciò che è necessario ad invertire il declino delle popolazioni di impollinatori, ripristinare la connettività fluviale e le funzioni naturali delle pianure.
Dal canto suo, la legge sulle aree idonee cerca di normare – pur con numerosi punti critici – volumi e tipologie degli interventi.

E qui noi avanziamo delle proposte sulle quali i Comuni, nel nostro caso il Comune di Ravenna, dovranno scendere in campo, esercitando ogni tipo di indirizzo che stabilisca un gradiente di priorità delle aree idonee, con assoluta precedenza a zone in cui il suolo è già ora cementificato e impermeabilizzato, ai parcheggi e tetti di supermercati e aree industriali, centri commerciali e poli logistici; si dovranno trovare gli strumenti per incentivare l’installazione del maggior numero possibile di impianti fotovoltaici domestici e favorire la creazione di comunità energetiche; si dovrà sostenere la proposta che individua la possibilità di costituire in “comunità energetica di fatto” tutte le utenze rinnovabili al di sotto delle cabine secondarie. Quindi, ricorrere all’utilizzo del suolo agricolo solo come ultima istanza, e sempre favorendo la realizzazione di impianti agrivoltaici (e non fotovoltaici “a terra”), adoperandosi affinché essi rientrino  in dimensioni medio-piccole e vigilando perché sia garantita la produzione agricola (oppure zootecnica, o finalizzata a rimboschimenti arbustivi carbocaptanti) delle superfici utilizzate; scoraggiare gli impianti di biogas, se non per strutture di piccola-media dimensione finalizzate prevalentemente all’autoconsumo; fare ogni tipo di pressione perché si entri nella fase operativa della realizzazione del parco eolico-fotovoltaico offshore al largo della nostra costa. Soprattutto, si deve  affermare il principio che dalle fonti fossili bisogna cominciare ad uscire subito, e quindi ad ogni KW prodotto in più dalle fonti rinnovabili deve corrispondere un KW in meno di derivazione fossile; cioè bisogna avviare finalmente il processo di dismissione del fossile.

Ma c’è un’altra proposta che vogliamo presentare, e che integra perfettamente le due situazioni normative oggetto di questo ragionamento. Ormai molti anni fa, a Ravenna ci fu un’esperienza di progettazione partecipata molto interessante, il “Progetto Fiumi Uniti per Tutti”. Il Comune di Ravenna, nel 2020, vinse anche un premio – emanato dal Touring Club Italiano – perché questo progetto venne apprezzato anche a livello sovra-locale. Si trattava di realizzare, lungo gli assi dei fiumi Montone e Ronco una sorta di Parco Fluviale, un “percorso tutelato” che unisse le esigenze di difesa della natura, di turismo responsabile e  contrasto al cambiamento climatico. L’idea è finita nei cassetti. La scelta post alluvioni di eliminare il grosso del patrimonio vegetazionale fluviale, ha allontanato di mille miglia  la possibilità di creare qualcosa di simile ad un parco fluviale. Sarebbe importante  che il progetto venisse ripreso.
Molto potrebbe essere ancora fatto, proprio in linea con il piano per il ripristino della natura, realizzando in queste zone una riforestazione degna di tale nome.  Lungo il corso del fiume Montone, per esempio, vi sono vaste estensioni agricole, che confinano con gli argini fluviali; ormai da molti anni la sofferenza del comparto agricolo le ha trasformate in gran parte in terreni dedicati a seminativo, talvolta per coltivare specie destinate poi alle biomasse o ai mangimifici per allevamenti intensivi. Terreni che vengono sventrati senza battere ciglio quando si tratta di costruirvi le onnipresenti strutture dell’estrattivismo (come il gasdotto della Linea Adriatica, che ha scavato solchi larghi anche cinquanta metri).

Se una parte di questi terreni venisse convertita a bosco, ciò darebbe un impulso importante alla lotta contro il cambiamento climatico, alla valorizzazione del paesaggio, all’incremento della biodiversità, alla stabilità idrogeologica, alle possibilità di allevamento non intensivo, a una proposta di fruizione ricreativa delle nostre campagne in equilibrio con il territorio, alla realizzazione di impianti energetici non invasivi e al servizio della zona interessata. Una proposta di lavoro, che unisce le competenze di diversi assessorati, urbanistica, verde pubblico, agenda 2030, partecipazione, eccetera.
Certo, c’è da investire in risorse. Un terreno seminativo nelle nostre campagne può costare 20-30mila euro per ettaro; un appezzamento di  venticinque ettari  verrebbe a costare alle casse pubbliche diverse centinaia di migliaia di euro. Ma si tratta di avviare un movimento  che rivendichi l’adeguato finanziamento del piano di ripristino della natura. E si potrebbe pensare di costituire società che coinvolgano anche altre istituzioni (Regione Emilia Romagna, comuni limitrofi), associazioni, aziende. Oppure si potrebbero proporre ai proprietari attuali dei meccanismi di incentivazione. Insomma, gli investimenti hanno un costo, ma ne vale la pena.

Gestione e manutenzione potrebbero in gran parte essere affidate al volontariato e all’associazionismo. E il luogo potrebbe anche essere oggetto di ricerca, sperimentazione, studio, attività ludiche, agricoltura biologica, magari  a vantaggio di soggetti fragili, installazioni energetiche rispettose, valorizzazione dei reperti storici e culturali.ti. A questo proposito mi preme segnalare, per esempio, che il Fiume Montone fa parte del cammino dantesco, e che nel territorio perifluviale vi sono ricordi importanti della Resistenza e delle stragi nazifasciste del 1944.

Attualmente la mentalità sul “verde pubblico” è rivolta soprattutto agli spazi strettamente urbani,  si dà per scontato che tutto sommato la campagna sia già per sé stessa uno spazio verde. Così non è, spesso in campagna la biodiversità è quasi azzerata, le emissioni (correlate ai sistemi dell’agricoltura industriale e spesso al traffico) competono con quelle delle città. Ed anche per un’auspicabile rinaturalizzazione dei corsi d’acqua, sarebbe certo molto utile che attorno vi fossero ambienti almeno un po’ naturali e non distese piatte e terreni compattati.

Nel giro di un paio d’anni si potrebbe concludere la ricognizione e l’acquisizione dei terreni, partire con le prime piantumazioni, iniziare le attività di coinvolgimento sociale. E al 2030 davvero ci potrebbe essere un primo “parco rurale” già ben impostato, e avviato a un futuro promettente. Forse mai prima d’ora abbiamo avuto tra le mani un’ opportunità del genere. È un gesto politico urgente, opportuno, di interesse generale, lungimirante, necessario in questo momento di crisi ecologica e culturale. Ravenna non deve perdere questa occasione».

                                                                                                                    Pippo Tadolini

 

 

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