Se dietro alla querela dell’Autorità portuale si nasconde altro

Sgombriamo il campo dai dubbi: il giornalismo non è intoccabile. La stampa può fare degli errori, in buona fede, o peggio può gettare discredito addosso a qualcuno per danneggiarlo volutamente. In entrambi casi la condotta può risultare diffamatoria ai danni di qualcuno. E questo qualcuno ha il diritto di avere giustizia. La diffamazione a mezzo stampa è un reato: a una terza parte spettano le valutazioni, a cui si arriva partendo da una querela.

Nave Gigante PortoPerò da un personaggio pubblico, che sulla stampa è abituato a comparire e della stampa conosce le regole, forse è legittimo aspettarsi una capacità autonoma di valutazione di uno scritto giornalistico prima di ricorrere al tribunale. O se quello non è un campo in cui si sente ferrato, ci si aspetta che attorno abbia persone per lo scopo e meritevoli di essere ascoltate.

Il presidente dell’Autorità portuale di Ravenna, Daniele Rossi, ha querelato Ravenna&Dintorni e il Corriere Romagna per degli articoli usciti a dicembre 2019. Ne abbiamo dato notizia sul nostro sito qualche giorno fa quando è arrivata l’archiviazione del gip. Epilogo giudiziario a cui si è giunti dopo che Rossi si è opposto alla richiesta di archiviazione già avanzata, con tanto di motivazioni ben circostanziate, dal pubblico ministero. «La pubblicazione non travalica mai i limiti del diritto di cronaca giudiziaria», ha scritto il gip.

Il presidente dell’Autorità portuale di Ravenna, Daniele Rossi

Noi saremo di parte, è vero, ma il diritto di cronaca e il carattere non diffamatorio dei testi ci sembravano così palesi che la querela ci ha davvero spiazzati. Ne abbiano saputo solo quando è stata fissata l’udienza a seguito dell’opposizione alle richieste del pm, cosa che ci ha ulteriormente sorpreso. Anche perché fino ad allora non un fiato era arrivato da via Antico Squero: il diritto di replica è sancito dalle regole e avremmo accolto volentieri le parole di Rossi (evitando altrettanto volentieri le spese legali da sostenere comunque anche con l’archiviazione).

Gli articoli riferivano di una lettera anonima recapitata a una consigliera comunale (Veronica Verlicchi della Pigna, a sua volta denunciata per un post su Facebook) con la lamentela di una frettolosa archiviazione senza motivazioni di una segnalazione di presunto mobbing a danno di alcuni dipendenti di Ap, fatta attraverso l’apposito portale previsto per le pubbliche amministrazioni in modo da consentire al personale interno di restare anonimi.

Le indagini suppletive proposte da Ap nel momento in cui si è opposta all’archiviazione – individuare l’indirizzo Ip del computer da cui è partita la segnalazione e una perizia calligrafica sull’indirizzo sulla busta recapitata a Verlicchi – sembrano più inquadrare i contorni di una caccia alla gola profonda piuttosto che la volontà di appurare l’effettiva diffamazione. In ogni caso non è un scenario entusiasmante. E c’è davvero qualcosa di curioso nel fatto che i vertici di una pubblica amministrazione vogliano risalire all’autore di una segnalazione – definendolo “diffamatore originario” – in un sistema che vuole garantire l’anonimato apposta per favorire la trasparenza negli enti pubblici.

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