giovedì
11 Giugno 2026
la riflessione

La comunità sul palco. Lido Adriano e il destino comune

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Mentre le immagini della guerriglia urbana a sfondo razzista a Belfast mostrano strade incendiate e cacce all’uomo alimentate dall’estrema destra, e mentre nei salotti televisivi italiani si dibatte di confini, “remigrazioni” e identità esclusive, dal litorale ravennate arriva un segnale di segno opposto. Al Cisim di Lido Adriano ieri sera (10 giugno) ha debuttato Viaggio in Occidente, una produzione del Grande Teatro di Lido Adriano inserita nel programma del Ravenna Festival. L’opera è un riadattamento, curato dal drammaturgo Tahar Lamri (qui l’intervista di Federica Angelini), del celebre romanzo del XVI secolo Viaggio in Occidente, pietra miliare della letteratura classica cinese. La trama originale narra l’epopea del monaco buddhista Tang Sanzang nel suo viaggio verso l’India – l’ovest – alla ricerca dei testi sacri, protetto da tre discepoli leggendari Sun Wukong (Re Scimmia), Zhu Bajie (Maiale) e Sha Wujing (Monaco Sabbia) a cui la tradizione attribuisce, rispettivamente, l’indole geniale e irrequieta, l’impulsività e la fiducia. Un viaggio che rappresenta un percorso interiore di elevazione spirituale, di autodisciplina e di cammino verso l’illuminazione buddhista.

Nella riscrittura andata in scena ieri sera, quel cammino millenario conserva la sua originaria tensione all’elevazione spirituale, ma si trasforma al contempo in una metafora contemporanea: il viaggio non è più solo uno spostamento geografico, ma un percorso intimo e politico di trasformazione e incontro tra culture apparentemente lontane. La regia di Luigi Dadina, la direzione artistica condivisa con Lanfranco “Moder” Vicari, l’aiuto regia e collaborazione artistica di Spazio A Teatro con Camilla Berardi, Marco Montanari, Marco Saccomandi, la direzione organizzativa e logistica curata da Federica Francesca Vicari, la scenografia di Nicola Montalbini, hanno tradotto la teoria in prassi teatrale, portando sul palco oltre 130 cittadine/i-attrici/attori. Il coro, composto da residenti di un’età compresa tra i 4 e gli 86 anni insieme a giovani e rifugiati del territorio, è il risultato di otto mesi di laboratori comunitari. Sulle partiture musicali composte da Francesco Giampaoli, le diverse voci e generazioni si sono fuse in un unico corpo scenico, annullando distanze anagrafiche e linguistiche. Il debutto di Viaggio in Occidente supera la dimensione del puro evento artistico assumendo precisa valenza civile. Laddove il dibattito pubblico tende a strumentalizzare le paure sociali, la pratica del teatro di comunità del Cisim ha dimostrato, ancora una volta, che la convivenza interculturale è una realtà concreta e già operativa. Questa riscrittura scenica mi ha ricordato il nucleo teorico del concetto di “comunità di destino” di Edgar Morin. Come teorizzato dal filosofo francese da poco scomparso, una “comunità di destino” non si definisce attraverso l’omogeneità dei suoi membri o una presunta purezza delle origini, ma si fonda sulla capacità di connettere e far coesistere le differenze nello spazio comune del pianeta che li ospita: l’esperienza corale di ieri sera ne ha dato forma visibile.

Le repliche di “Viaggio” in Occidente proseguono al Cisim fino al 14 giugno.

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