Una raccolta di ritratti in primo piano, accompagnati da una didascalia che stringe in cinquecento caratteri la storia di una vita. “@Volti.italiani.storie” è il progetto social nato nell’aprile 2025 dalla trentenne Victoria Karam, assistente parlamentare dell’eurodeputata Annalisa Corrado. Nata in Italia da genitori brasiliani, ha dovuto aspettare ventidue anni per essere riconosciuta dallo Stato come cittadina. L’obiettivo era costruire una campagna di sensibilizzazione in vista del referendum di giugno 2025 sulla revisione della legge sulla cittadinanza. Nonostante l’esito negativo delle urne, il progetto continua anche fuori dai social, con la pubblicazione del libro Volti Italiani (Castelvecchi), una raccolta di quindici testimonianze selezionate tra le decine sottoposte alla pagina. Karam sarà a Ravenna venerdì 19 giugno per una riflessione sul diritto alla cittadinanza insieme a Michele de Pascale e Ouidad Bakkali al Cortile di via Paolo Costa 31, alle 18.15.
Karam, come si è evoluto il progetto Volti Italiani, passando da una pagina social a una pubblicazione editoriale?
«In meno di un anno dalla nascita del progetto abbiamo raccolto oltre ottanta storie di persone con background migratorio e, nelle settimane precedenti al voto, abbiamo avviato anche una serie di incontri itineranti sul territorio nazionale. Anche se il referendum non è andato a buon fine, oltre dieci milioni di italiani si sono espressi a favore e non ci sembrava giusto lasciare cadere un tema così urgente e attuale. Abbiamo selezionato alcune storie, liberandole dai vincoli di brevità dei social e approfondendo i diversi percorsi di accesso alla cittadinanza italiana, come nascita, adozione, residenza. Si tratta di persone persone con trascorsi, caratteristiche e religioni molto diversi tra loro. Ad accomunarle, il sentirsi italiane pur non essendolo ancora per legge».
Il libro racconta anche la sua storia personale?
«Parte da quella, frammenti di una vita trascorsa in Italia, dove sono nata e dove ho studiato dalle elementari alla laurea. In casi come il mio non si può nemmeno parlare di integrazione, sono nata qui e cantavo l’inno nazionale già a tre anni. Eppure, a causa di un ritardo nella presentazione della domanda per la cittadinanza ho dovuto attendere fino a 22 anni per essere riconosciuta come italiana. Questo non significa solo non avere avuto lo stesso diritto di voto dei propri coetanei, ma anche essere limitati nelle scelte lavorative, dovendo rinunciare a incarichi statali, a una carriera nella magistratura o nelle forze dell’ordine. avere difficoltà per ottenere un mutuo, un affitto, o esperienze come l’Erasmus».
Cosa frena l’Italia dal cambiamento? Gli ostacoli sono solo burocratici o di principio?
«In un contesto governativo come quello attuale penso che sia impossibile vedere applicate soluzioni come Ius Scholae (riconoscimento della cittadinanza al termine di un ciclo di studi nel Paese ndr) o Ius Soli temperato (cittadinanza attribuita ai gli di stranieri che risiedono nel territorio nazionale da almeno 5 anni ndr). Al di là dei principi, però, la burocrazia è un problema reale. Aspettare tre anni per vedersi riconoscere un diritto è assurdo. Snellire le procedure è necessario, ed era proprio il cuore della proposta referendaria: mantenere solidi i requisiti per l’accesso alla cittadinanza, come conoscenza della lingua almeno a livello B2, stipendio stabile, nessun precedente penale, ma dimezzare i tempi per l’avanzamento della richiesta».
Le nuove generazioni sono più propense al cambiamento?
«Sono sicuramente più abituate alla diversità: crescono e frequentano la scuola insieme a figli di genitori stranieri, vedono ragazzi di seconda generazione distinguersi in competizioni musicali o sport, basta pensare a figure come Ghali e Paola Enogu. Tutto questo contribuisce a formare una mentalità più aperta tra i più giovani, ma non è sufficiente: resta necessario un intervento concreto da parte delle istituzioni. Servirebbero investimenti mirati, soprattutto per chi arriva in Italia in età adulta e ha bisogno di impararla lingua, trovare un lavoro stabile e costruire reti di socialità».
Nel dibattito pubblico attuale trova sempre più spazio la parola “remigrazione”. La spaventa?
«È naturale che spaventi. Ascoltare Vannacci che da Gruber parla di deportazione equivale a fare un salto nel periodo più buio della nostra storia. Bisogna fare molta attenzione a queste dinamiche: non solo delineano scenari incostituzionali e irrealistici, ma sono chiari tentativi di metterci l’uno contro l’altro. Sono proposte che parlano alla pancia della popolazione, ma è importante distinguere tra immigrazione regolare e irregolare, tra responsabilità individuali e collettive, tra diritto alla cittadinanza e temi legati alla sicurezza. Si sta cercando una categoria a cui attribuire tutti i mali del Paese: scarsa crescita economica, denatalità, caro energia, eppure il 9% del Pil italiano è sulle spalle di immigrati regolari, che rappresentano una componente essenziale della forza lavoro in settori come edilizia, agricoltura, ristorazione. Fare sentire queste persone ospiti indesiderati è una scelta miope».
Per quella che è la sua esperienza a Bruxelles, com’è percepito il tema a livello europeo?
«Ci troviamo in un periodo molto delicato per quanto riguarda le tematiche migratorie: la maggioranza del parlamento europeo è sbilanciata verso destra ed è facile alimentare fratture sociali invece che coesione. Il recente via libera sulla stretta ai rimpatri ne è un esempio. Crescono i consensi per moti estremisti come Rassemblement national in Francia, Alternative für Deutschland in Germania, Vox in Spagna o Freiheitliche Partei Österreichse in Austria. Allargando lo sguardo fuori Europa, ci scontriamo sempre più spesso con la violenza delle operazioni dell’Ice. È difficile restare ottimisti in un contesto simile, eppure il motto dell’Unione Europea è In varietate concordia, “Unita nella diversità”, ed è proprio a questo che dovremmo attenerci».
Il tema è stato anche al centro di uno dei quesiti referendari dello scorso anno, ma l’esito è stato negativo per via della scarsa affluenza al voto. Quali azioni si potrebbero mettere in campo, nel quotidiano, per alzare la sensibilità sul tema?
«Parlarne di più, implementare le ore di educazione civica a scuola, conoscere storie di chi come me è nato in Italia ma ha dovuto lottare per farsi riconoscere come italiano. La conoscenza genera curiosità, la curiosità porta all’empatia e sulla base dell’empatia si costruisce la comunità. Conoscere le storie degli altri prima di giudicarle e vedere le loro vite come un problema sarebbe un ottimo inizio».
Esiste qualche esempio virtuoso di inclusione interculturale in Italia che vale la pena citare? «Città come Firenze, Bologna o Bergamo, per citarne solo alcune, hanno introdotto lo Ius Scholae onorario: questo permette agli studenti che hanno concluso un ciclo di studi nel territorio comunale di essere riconosciuti come cittadini onorari. Un gesto simbolico e concreto al tempo stesso, che comunica un messaggio chiaro: “ti vedo, il tuo percorso ha valore, sei parte della comunità”. In questo modo si riducono le distanze e si contrasta il senso di esclusione».



