Riceviamo e pubblichiamo un intervento di Marina Mannucci
Negli anni Ottanta, appena arrivata a Ravenna – ebbene sì, anch’io nelle vesti di “fuori sede” e “forestiera” –, partecipai con un progetto per l’epoca all’avanguardia al “Piano Giovani”, un programma culturale e politico promosso dall’Amministrazione Comunale per integrare le nuove generazioni nella vita cittadina attraverso il sostegno a spazi di socialità, teatro e doposcuola. Dopo aver vinto il bando, avviai in via Paolo Costa il primo doposcuola sperimentale: un luogo che, oltre all’assistenza nello studio, offriva momenti dedicati al teatro, alla musica, all’attività fisica e alla manualità. La scuola si trasformò rapidamente in uno spazio d’incontro e in un vero e proprio laboratorio vivo, dove esperte/i e professioniste/i di vari settori condividevano le proprie competenze con bambine e bambini.
Questa esperienza ravennate si inseriva in quel fermento pedagogico emiliano-romagnolo che, proprio in quegli anni, vedeva la nascita e il consolidamento delle esperienze pedagogiche del Reggio Emilia Approach di Loris Malaguzzi. Quell’approccio pionieristico, tuttora studiato in tutto il mondo, scardinava l’idea di una didattica passiva per mettere al centro la creatività, l’espressività e i “cento linguaggi” di bambine/i. Il doposcuola di via Paolo Costa ne condivideva le linee guida: trasformare lo spazio educativo in un’officina di relazioni e scoperte, dove l’arte e l’esperienza manuale diventavano strumenti fondamentali per lo sviluppo di una cittadinanza attiva e consapevole fin dall’infanzia.
Quel primo laboratorio d’avanguardia ha segnato l’inizio di un mio lungo cammino nella scuola e per la scuola. Per oltre vent’anni ho ideato progetti pilota sul territorio, mantenendo sempre viva quella vocazione alla ricerca e alla qualità dei servizi educativi. Uno dei traguardi è stata la progettazione e l’avvio del micro-nido aziendale Domus Bimbi per la clinica Domus Nova: un’esperienza pionieristica nel welfare aziendale locale, nata per rispondere concretamente ai bisogni di conciliazione tra tempi di vita e di lavoro delle famiglie, portando l’eccellenza pedagogica direttamente nei luoghi della quotidianità adulta.
Proprio alla luce di questa traiettoria professionale, osservo con profonda preoccupazione una latente tendenza alla militarizzazione delle scuole, che si insinua persino nei materiali ludici e didattici pensati per la primissima infanzia. In questi giorni ho ricevuto le immagini di un quadernino didattico ideato, impaginato e distribuito dallo Stato Maggiore dell’Esercito – Ufficio Marketing e Regolamenti e utilizzato durante un laboratorio in una Scuola dell’infanzia di Ravenna. Accanto ai classici giochi di logica come labirinti e “trova le differenze”, il quaderno propone a bambine e bambini delle vignette da colorare che ritraggono la mascotte “Lupetto Vittorio” in abbigliamento militare, impegnato a esercitarsi in vere e proprie missioni.
Vedere lo strumento del disegno e del colore – che per la pedagogia democratica rappresenta la massima espressione della libertà e della fantasia infantile – piegato alla normalizzazione della cultura bellica e della divisa suscita un allarme etico. Contro questa progressiva ed esplicita penetrazione delle forze armate e delle logiche geopolitiche nei luoghi di formazione si batte l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università. Questa realtà indipendente monitora, denuncia e contrasta questi progetti, ricordandoci che la scuola pubblica deve rimanere un presidio laico, un laboratorio per l’educazione alla pace e un’officina di pensiero critico, rifiutando fermamente qualsiasi tentativo di propaganda ideologica o di addomesticamento culturale di bambine e bambini.



