domenica
28 Giugno 2026
l'intervento

«La panchina come presidio democratico: l’arredo urbano è la misura del nostro welfare»

Sulla rimozione di quelle all'ingresso del palazzo della Provincia di piazza Caduti

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Da alcune settimane sono state rimosse le panchine di piazza Caduti, in centro a Ravenna, all’ingresso del palazzo della Provincia, spesso al centro del dibattito perché avrebbero favorito bivacchi. Sul tema, riceviamo e pubblichiamo un intervento delle attiviste Marina Mannucci e Barbara Domenichini.

Nel dibattito sulla qualità della vita nelle nostre città, tendiamo spesso a dimenticare che il grado di civiltà e di accoglienza di una comunità si misura nei dettagli più semplici e apparentemente banali. Tra questi, panchine, fontanelle e bagni pubblici rappresentano i pilastri di un welfare inclusivo di prossimità: elementi gratuiti e accessibili a tutti che sanciscono il diritto fondamentale a vivere lo spazio pubblico. La panchina non è un mero oggetto d’arredo, ma una “macchina sociale intelligente”. Svolge la funzione vitale di accogliere chi non ha la possibilità economica o la volontà di consumare all’interno di un’attività privata, opponendosi alla logica mercantile che vorrebbe ogni sosta a pagamento. È un ponte generazionale e sociale: permette a persone anziane di riposare, a giovani di fare gruppo, a persone più vulnerabili pause di tregua, a sconosciuti di incontrarsi. Tuttavia, assistiamo oggi a un fatto che desta profonda indignazione: la scelta di rimuovere le panchine di piazza dei Caduti. Sradicare una panchina per evitare “bivacchi” o frequentazioni sgradite è un atto di resa culturale e sociale. È la scorciatoia di un’amministrazione che, invece di gestire le complessità della convivenza urbana e i disagi sociali con politiche di inclusione, mediazione e sicurezza reale, sceglie la via della punizione collettiva.

Togliere le panchine significa punire le persone più deboli, privandole del loro diritto alla città per l’incapacità di governare lo spazio comune. Non si risolve il degrado cancellando i luoghi della sosta; si produce solo un deserto urbano ostile e sterile. La progressiva rimozione o riprogettazione delle panchine – la cosiddetta “architettura ostile” – non è infatti una semplice scelta estetica. È un modo “politicamente scorretto” per espellere fasce più fragili di persone dallo spazio visivo collettivo, negando il diritto alla sosta, alla riflessione e, in ultima analisi, all’esistenza stessa nello spazio urbano. La convivenza non si affronta sottraendo welfare, ma moltiplicando la cura e la presenza delle persone. Ripensare lo spazio pubblico significa rimettere al centro la dignità umana, ribadendo un concetto oggi più che mai irrinunciabile: lo spazio pubblico appartiene a tutte/i e deve saper includere tutte/i, nessuna/o escluso. La panchina rimane, in conclusione, un’utopia materiale: la democrazia del riposo. Un luogo dove solitudine e contemplazione possono ancora esistere e coesistere. Ci auguriamo di vedere presto le panchine, e l’intero e vitale ecosistema che autogenerano, tornare al loro posto.

Barbara Domenichini e Marina Mannucci

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