Alla clinica privata Maria Cecilia Hospital di Cotignola, ospedale del gruppo Gvm convenzionato con il sistema sanitario e riconosciuto come istituto di ricovero e cura a carattere scientifico (Irccs), l’équipe di Cardiologia interventistica guidata dal professor Fausto Castriota ha eseguito con successo una procedura ad alto rischio: una nuova valvola transcatetere impiantata all’interno della precedente, in un paziente di 90 anni.
La storia clinica del 90enne Pietro Giunchi di Cesenatico comincia circa otto anni fa quando era stato sottoposto a una cosiddetta Tavi, la procedura che consente di sostituire la valvola aortica attraverso un approccio transcatetere, senza ricorrere alla chirurgia a cuore aperto.
A distanza di anni, la protesi biologica aveva iniziato il fisiologico deterioramento. Ricoverato in un altro ospedale, all’uomo era stato riferito che non c’erano possibilità di reintervento: l’età avanzata e la presenza di una precedente Tavi rendevano particolarmente complessa l’ipotesi di una nuova procedura. La moglie dell’anziano ha contatto la clinica di Cotignola e il caso è stato valutato attraverso un’attenta analisi della precedente protesi e dell’anatomia del paziente. La possibilità di intervenire nuovamente è stata presa in considerazione, pur trattandosi di una procedura ad alto rischio.
«La soluzione individuata è stata una Tavi-in-Tavi – spiega una nota del Maria Cecilia –, ovvero l’impianto di una nuova valvola transcatetere all’interno della protesi già presente. Si tratta di una procedura “valve-in-valve”, che permette, in pazienti selezionati, di trattare una bioprotesi deteriorata senza dover necessariamente ricorrere alla sostituzione chirurgica». Nel caso specifico, la procedura ha richiesto di tenere conto delle caratteristiche della valvola precedentemente impiantata e di individuare la soluzione più appropriata per il nuovo impianto. L’équipe dell’Irccs aveva già maturato esperienza in procedure analoghe, ma la combinazione delle caratteristiche anatomiche e delle protesi rendeva il caso particolarmente delicato.
«La Tavi-in-Tavi è una procedura che viene ancora eseguita in un numero relativamente limitato di casi – spiega il prof. Castriota – anche perché le protesi transcatetere hanno dimostrato una buona durata nel tempo. Ma oggi dobbiamo iniziare a confrontarci con una nuova fase: i pazienti sottoposti a Tavi dieci o più anni fa stanno invecchiando e molti di loro sono ancora in buone condizioni generali e desiderano mantenere una buona qualità di vita. Per questo è importante poter disporre di strategie che consentano, quando le condizioni cliniche e anatomiche lo permettono, di intervenire nuovamente per via transcatetere».
La Tavi è una procedura sempre più utilizzata per il trattamento della stenosi aortica e, con l’aumento dei pazienti trattati e il progressivo allungamento della loro sopravvivenza, la gestione nel tempo delle protesi transcatetere rappresenta una delle sfide con cui la cardiologia interventistica dovrà confrontarsi sempre di più.
«Sono tornato alla mia vita di sempre – ha raccontato il paziente –. Faccio il mio giretto in bicicletta, quattro o cinque chilometri, cammino un po’ e poi nel pomeriggio torno al muretto di Cesenatico, dove mi aspettano i miei amici. Siamo tutti novantenni ma siamo ancora in gamba, soprattutto di testa. Adesso che ho compiuto 90 anni ho festeggiato con loro, 90 anni sono tanti e bisogna celebrarli».


