mercoledì
20 Maggio 2026
la recensione

«Visita guidata, mostra, spettacolo teatrale? La “Città di carta” è un viaggio attraverso le epoche»

Ultimo fine settimana per assistere allo spettacolo itinerante di Alessandro Renda (Albe/Ravenna Teatro) negli spazi dell'Archivio di Stato

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Ultimi appuntamenti con La città di Carta, lo spettacolo itinerante tra i corridoi dell’Archivio di Stato firmato da Alessandro Renda per la rassegna “Storie di Ravenna”. Dopo il debutto dello scorso fine settimana, le repliche conclusive sono in programma giovedì 21 e venerdì 22 (ore 18 e ore 20.15) e sabato 23 maggio, alle 11.
A raccontarlo, è Federica Angelini, che l’ha visto per noi.

Visita guidata, mostra, spettacolo teatrale? Difficile tracciare un confine netto, perché La città di carta ideato e diretto da Alessandro Renda di Albe/ Ravenna Teatro è un po’ di tutto questo. Soprattutto è un’esperienza coinvolgente e divertente per il pubblico che viene accompagnato alla scoperta non solo di un luogo, ma anche di ciò che contiene e di ciò che vi accade. È così che l’Archivio di Stato di Ravenna, un edificio che non ha particolari meraviglie da svelare (a parte forse le vedute dalle finestre), si è trasformato per qualche ora in una sorta di labirinto delle storie e, appunto, delle carte. Tra mappe dei beni ecclesiastici e registri di conventi, pergamene “firmate” da papi vissuti oltre mille anni fa che discutevano e trattavano di Sant’Apollinare in Classe, fascicoli del tribunale, manifesti e articoli di giornale che raccontano cosa fu il 1968 nella Bassa Romagna, quello proposto è un viaggio attraverso le epoche sulla base di documenti unici e originali accompagnati da sette attori/archivisti.

È così che il pubblico li osserva mentre sono al telefono, mentre rispondono a richieste che davvero ricevono ogni giorno o organizzano visite guidate allo sterminato patrimonio di cui sono custodi. Da spettatori si ha a tratti la straniante sensazione di essere invisibili e poter “spiare” il lavoro altrui in quelle stanze che sono uffici come tanti altri. Una finzione scenica che si alterna invece a momenti in cui i visitatori diventano un vero pubblico per racconti buffi, drammatici, storici. Ecco allora che si scopre la ricetta di un notaio del ‘700 per produrre il proprio ottimo inchiostro o guardando cartografie del seicento e settecento letteralmente si vede l’opera idraulica di Alberoni sui Fiumi Uniti scoprendo così, incidentalmente, anche l’origine di Punta Ravenna. E ancora, la morte per annegamento di una ventitreenne di Sant’Alberto ci porta sull’orlo delle lacrime come un romanzo ben scritto mentre di nuovo si tratta di documenti che di fiction non hanno proprio nulla. Ed è certo non meno interessante il fascicolo che riguarda la morte di una donna trovata morta a Mandriole da alcuni bambini che portavano i tacchini al pascolo…

In mezzo a plichi centenari si celano anche piccoli oggetti, perché allora ogni prova che veniva raccolta durante le indagini finiva lì, nello stesso fascicolo, comprese le maschere usate da banditi senza scrupoli. Una città nella città fatta di migliaia di vite e storie uniche e irripetibili immortalate durante una visita per la leva, una morte sospetta, una rapina, una deposizione in tribunale. E a questo proposito, grazie a una recente e quanto mai preziosa acquisizione dell’Archivio, ascoltiamo con autentico interesse quella di Nullo Baldini sull’assalto al palazzo delle cooperative, che riprende vita attraverso la voce di Alessandro Argnani (altre voci sono quelle di Laura Redaelli e Roberto Magnani, sempre di Ravenna Teatro). Nel mondo del virtuale, dell’AI, dei big data center, l’odore di polvere della carta assume un valore oserei dire sentimentale e induce a riflettere sul senso della memoria quasi in una sorta di vertigine. Al termine di questo viaggio, vogliamo sapere chi siano gli attori che hanno interpretato gli archivisti e scopriamo che non ce ne sono. Alessandro Renda ci rivela che tutti i protagonisti (Maria Desantis, Michela Dolcini, Fabio Lelli, Marco Mascia, Carmen Morelli, Vito Ronchi e Pamela Stortoni) in realtà interpretano se stessi e quindi a loro va un doppio applauso, perché sembrano invece un cast ottimamente scelto.

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