Attrice e conduttrice – in una parola, ci dice in questa chiacchierata, “fantasista” – Ambra Angiolini è tra i volti più popolari di questa nuova edizione del Ravenna Festival, dove porterà in scena La misteriosa scomparsa di W, spettacolo tratto da Stefano Benni e da lei stessa diretto. L’appuntamento è per il 14 giugno all’Arena dei Pini di Milano Marittima.
Ambra, come nasce il progetto?
«Si tratta di un monologo che ho portato in scena per ben tre anni, molto tempo fa, e che è stato recensito: il primo anno molto male, il secondo anno bene, il terzo meravigliosamente. E mi è stato, tra virgolette, offerto in dono da Giorgio Gallione. È stato lui a farmi prendere coraggio e a iniziare con me questo percorso da monologhista — lo dico ironicamente — cioè una che fa monologhi in teatro e cerca di essere solida, non una che parla da sola. In questa fase della mia vita ho sentito l’esigenza di ripartire da qualcosa che quindi esisteva già. Da una parte per ringraziare Stefano Benni, dopo la sua scomparsa — pur avendolo ringraziato molto in vita — perché credo che quando una persona ci lascia sia molto importante rimetterla subito sul palco, soprattutto una persona come lui. E dall’altra perché questo testo oggi dice ancora di più. Anni fa raccontavamo di una donna che aveva perso il senno, oggi purtroppo raccontiamo di un mondo che ha perso completamente la brocca. Quindi non sono ripartita da zero».
E cosa l’ha convinta ad affrontare anche la regia?
«Ho sentito il bisogno di diventare la tutrice legale e creativa di questo progetto e di accompagnarlo in una nuova fase. È stato quindi il mio primo passo naturale verso la regia, verso una responsabilità creativa più ampia. E da lì è nato un collettivo, che ironicamente porta il mio nome — “Collettivo Ambra” — ma che in realtà è fatto di persone che nutrono la mia visione. Il light designer Marco Filibeck perché da Oliva Denaro mai più senza. Il producer, musicista e compositore Dario Faini, in arte Dardust con la sua partitura dirigerà il “suono biologico” della mia W. La scenografa Chiara Modolo al suo debutto, nella quale credo moltissimo e con la quale abbiamo lavorato per ogni singolo frammento di visione. La Cracking Art per la creazione artistica del Coniglio e il loro impegno sempre in trasformazione. E Gentucca Bini, che ha portato nel costume di scena anche quell’impegno e quella ricerca anche storica e sociale che voglio dentro ogni lavoro che “vedo, vivo e realizzo”».
Pochi possono vantare una carriera così varia come la sua: cosa risponde a chi le chiede che lavoro fa?
«Guardi, io a questa domanda rispondo sempre che, per me, è una domanda sbagliata. Nella vita ho deciso di fare la fantasista. E spero che ne nascano tante altre, o che quelle che già ci sono comincino a dichiararsi e a considerarlo davvero un mestiere. Ci sono antenati che sono stati fantasisti illustri, prima di noi e che non cito per non spaventarmi. Io continuo sulla loro scia per evitarne l’estinzione. Non mi interessa essere definita, sono nata artisticamente in modo diverso dall’essere conforme. E, a dirla tutta, non mi interessa neanche piacere a tutti. Mi interessa essere credibile in quello che sento e faccio. E soprattutto mi interessa condividere con il pubblico. Un pubblico che mi ha dato una fiducia enorme in teatro — con l’attenzione, con i sold out — e che mi ha permesso di trasformare quello che era un desiderio in un mestiere. Un mestiere continuativo, solido. Forse il più solido di tutta la mia carriera, quello che mi sono scelta. Ma quello che gli ha dato la cassa di risonanza più forte è stato proprio il pubblico».
C’è stato un momento chiave, una svolta, della sua carriera?
«La svolta della mia carriera è stata — al contrario di come spesso succede — la maternità. Viviamo in una società curiosa: penalizza le donne che diventano madri per scelta e penalizza anche quelle che scelgono di non diventarlo. Nel mio caso, invece, diventare madre mi ha restituito una dolcezza e una fragilità nuove, ma allo stesso tempo anche un’energia molto più forte, più visibile. Un’energia che è arrivata chiaramente a chi poi ha deciso di ridarmi un’opportunità nel cinema: Ferzan Özpetek, e il casting director — che nessuno nomina mai ma che per noi attori è centrale — Pino Pellegrino. “Gli altri ti vedono solo quando inizi a riconoscerti”».
Ci sono cose che non rifarebbe?
«Ma io rifarei tutto. Per rivivere ogni volta quel brivido del non sentirmi pronta a fare quello che mi veniva chiesto. Perché quel brivido è il patto di immortalità che stringi con il tuo mestiere. Non sono una che si pente. Anzi. “Io gli errori li ho sempre trasformati nella mia firma”».
Cosa rappresenta per lei il teatro? Come resiste oggi tra streaming, social e intelligenza artificiale?
«Il teatro è la prova di quanto siano necessari gli organi vitali. Di quanto sia importante continuare a far produrre — dentro di noi — ciò che ci rende diversi da un’applicazione, che sarà sempre la versione meno evoluta di un essere umano. Il teatro non mi fa perdere questa consapevolezza. Anzi, mi incoraggia a difenderla, in un mondo che sembra averne sempre meno bisogno. Io voglio essere ogni anno più umana dell’anno prima. Anche a costo di vivere come i divergenti nei film di fantascienza».
Crede che l’arte debba essere “politica”?
«Ho scoperto nel tempo — evolvendomi a vista, quasi come in un reality non richiesto, avendo iniziato da bambina davanti a tutti — che le persone che ammiro di più sono artisti che hanno scelto, prima di tutto, l’impegno. L’impegno come patto con il pubblico: per riflettere attraverso l’arte, per commuoversi, per rivendicare nella vita reale i propri diritti, e anche, attraverso la risata, per riconoscere ciò che va denunciato. E allora ho capito che l’impegno politico — soprattutto quello legato alle politiche sociali — era qualcosa che volevo come pavimento. La base. E forse è per questo che oggi mi sento solida, anche mentre sto cambiando tutto l’arredo — biologico, mentale e sociale»
Quali messaggi vorrebbe lanciare alle nuove generazioni?
«Non amo dare messaggi. Però posso dire quello che è servito a me. I pregiudizi fermano la crescita — ma soprattutto di chi li ha. Ho capito che evolversi non deve diventare un sogno nel cassetto: è un fatto naturale, non significa invecchiare ma semplicemente trasformarsi come è insito nell’essere umano E forse la chiave è proprio questa: restare l’unica applicazione che vale davvero la pena “scaricare”. Essere umani».



