martedì
16 Giugno 2026
L'intervista

Pablo Trincia e la lezione di Truman Capote: «Così ho imparato a non giudicare»

Il celebre giornalista e podcaster a Cervia

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Sono passati sessant’anni da quando lo scrittore Truman Capote, anche drammaturgo e sceneggiatore teatrale, pubblicò il suo best seller A sangue freddo. Il racconto dello sterminio di un’intera famiglia del Kansas poteva sembrare un romanzo d’invenzione, ma era una storia vera. E così Capote inventò la non-fiction, un nuovo genere letterario.
«La lettura del libro mi ha ispirato a dedicarmi allo storytelling e al racconto crime», dice Pablo Trincia, una delle voci più celebri della scena italiana del podcast. E così il 49enne, nato a Lipsia da padre italiano e madre iraniana, porterà a Cervia un reading dell’opera di Capote (17 giugno alle 21.30 all’arena dello stadio dei Pini per “Il Trebbo in musica”). Una lettura tesa e appassionante, intrecciata alla musica del pianoforte di Leonardo Marino, per scoprire gli espedienti narrativi utilizzati dallo scrittore americano e accorgersi che nella cronaca può annidarsi il brivido del romanzo.

Trincia, in altre interviste ha già raccontato che la lettura di “A sangue freddo” è stata uno spartiacque per la sua carriera. Com’è stato quel momento?
«Ero un giovane giornalista freelance in cerca di storie da piazzare ai giornali. La lettura del romanzo mi ha fatto scoprire una prospettiva diversa su come raccontare i fatti: utilizzare le tecniche della letteratura e del cinema, senza modificare i fatti, è un mezzo potente per arrivare al pubblico con una storia di cronaca».
Ha un esempio?
«Capote va in Kansas e si approccia al racconto come un alieno che non sa nulla e non dà nulla per scontato, nemmeno la terra su cui cammina. Mi ha fatto capire quanto è necessario dare importanza ai dettagli».
È utile solo per il lavoro di giornalista o narratore?
«Guardo le vicende che devo raccontare dall’alto, con una prospettiva a volo d’uccello che mi aiuta a prendere una distanza e inquadrare il contesto più generale. E mi accorgo che forse faccio la stessa cosa nella vita quotidiana, guardo tutto con uno sguardo registico che insegna a non giudicare o farlo meno possibile».
Il libro di Capote è ancora attuale?
«Lo sarà per sempre, è un libro eterno. A prescindere dalla storia specifica, è il modo di guardare le cose che fa la differenza. Si può applicare per raccontare praterie popolate da vacche o città con veicoli volanti».
Lo spettacolo è più reading o commento?
«Entrambe le cose. Leggo e commento. Cerco di portare il pubblico nella testa dell’autore e mostrare i suoi espedienti narrativi».
Fra sessant’anni come racconteranno gli espedienti narrativi del podcaster Trincia?
«Io cerco sempre l’umanità nei miei racconti, cerco l’individuo, cerco di raccontare lo stato d’animo di chi ha vissuto le storie. Come si sentivano e quali erano le emozioni di chi è coinvolto in una vicenda credo che sia parte del racconto di quella vicenda».
Qualcuno direbbe che è un approccio “che parla troppo alla pancia” delle persone…
«È una critica che non ho ricevuto, ma qualcuno potrebbe pensarlo. Io dico che la pancia esiste, non possiamo ignorarla. Parlo alla pancia, ma anche alla testa e al cuore. Se facessi letteratura erotica parlerei agli organi genitali. Io cerco di trovare un significato nelle storie, di mostrare l’invisibile che si nasconde dietro ai fatti di
facciata».
Prima di essere un romanzo, “A sangue freddo” è uscito a puntate sul periodico New Yorker. Oggi Capote farebbe un podcast?
«Probabilmente sì, sarebbe una delle prime opzioni. Ma anche se cambia il mezzo, non cambia il senso».
Se fosse un podcast si troverebbe in concorrenza con la vasta produzione di questi tempi. È stata superata la fase sperimentale ed è un prodotto che si regge economicamente?
«Parlo alla pancia, ma anche alla testa e al cuore Cerco di trovare un significato nelle storie, di mostrare l’invisibile che si nasconde dietro ai fatti di facciata» «Vedo troppi prodotti identici fra loro, è pieno di talk che invitano sempre le stesse persone. Fare una serie come le mie richiede tempo per la scrittura. Però siamo ancora indietro per poterlo considerare un business che funziona. Nel mio caso realizzo prodotti che si accompagnano con docuserie per rendere la cosa sostenibile. Credo che la strada da percorrere possa essere coinvolgere di più i privati che vogliono in− vestire per essere editori e farli diventare sponsor. Vedo più difficoltà da parte delle
piattaforme».
La disponibilità di materiale audio e video ha un peso nella scelta dei progetti?
«È cruciale. Bisogna sempre chiedersi quanto materiale originale puoi avere, quante persone sono disponibili a parlare, quanto puoi filmare. Ci sono storie che possono essere valide come contenuto ma non diventeranno una docuserie per mancanza di questi materiali».
Nel successo di un podcast ha un ruolo il timbro di voce di chi parla?
«Aiuta, ma non penso che sia la questione centrale. Barbero non ha una bella voce, ma è un grande narratore. Conta di più l’intenzione, la capacità di coinvolgere».
Quindi è sempre meglio che a leggere sia l’autore senza ricorrere a doppiatori?
«In linea di massima sì, ma chi non ha esperienze di voice coaching poi risulta troppo impostato al microfono e diventa un problema opposto».
Oggi esistono già programmi di intelligenza artificiale in grado di generare dialoghi audio a più voci partendo da una serie di testi generici dati in pasto alla rinfusa. Chi farà ancora i podcast?
«Magari mi sbaglierò, anche se spero di no, ma sono convinto che a un certo punto la gente si stancherà dell’intelligenza artificiale perché vorrà che emergano l’essere umano e la sua umanità. L’Ai può creare anche un’ottima voce, ma quando ascolto un podcast voglio sapere che dietro c’è una persona che ha lavorato con i suoi dubbi e le sue imperfezioni. I podcast mi sembrano uno di quegli spazi in cui rimarrà la ricerca di prodotti fatti dalla passione umana, come succede a teatro dove per la mia esperienza non credo che un robot sarà mai in grado di tenere in silenzio duemila persone».
Nel suo lavoro fa uso di qualche strumento di intelligenza artificiale?
«Uso cose pratiche come la trascrizione delle registrazioni audio delle interviste, ma rileggo tutto. Non affido mai alla tecnologia la scrittura di testi, non potrei mai rinunciare all’uso della mia testa».
Uno dei suoi ultimi podcast è dedicato alla morte del calciatore Donato Bergamini che era originario di Argenta, ma ha giocato anche a Russi e di Russi è anche una delle persone che sono comparse negli anni nel corso delle indagini. Che storia è stata?
«Molto lunga e difficile, c’è stato un lavoro di diversi mesi con tanti documenti da leggere. C’era del buon materiale video di quell’epoca e poi abbiamo deciso di fare delle ricostruzioni con degli attori che sono un espediente ormai utilizzato in molti prodotti».
È forse un raro caso in cui a poca distanza di tempo sono usciti due podcast con visioni opposte sulla vicenda. Il suo “Il cono d’ombra” segue l’ipotesi dell’omicidi uscita dalla sentenza di primo grado con la condanna dell’ex compagna. Invece “Tu non puoi capire” di Selvaggia Lucarelli, dove per la prima volta parla proprio la ex di Bergamni, sostiene che sia un suicidio. Questo ci dice che delle vicende ci sono sempre più punti di vista?
«Dipende. Noi abbiamo fatto un lavoro capillare, ci siamo letti tutta la documentazione e rispetto a Lucarelli la vediamo in maniera diametralmente opposta. Però non sempre c’è spazio per due visioni. Ci sono storie di cui puoi mostrare i punti incerti e infatti non è un caso la scelta del titolo “Il cono d’ombra”, ma è difficile dire in modo così netto che ci sono certezze granitiche. Anche noi avevamo contattato Isabella Internò ma non volle parlare».
L’ultima domanda non può che staccarsi dalle questioni professionali per toccare un aspetto più personale. Suo nonno materno, Ehsan Tabari, è stato un filosofo, poeta e politico iraniano in esilio fino al 1979 quando tornò in patria a seguito della Rivoluzione khomeinista per poi ritrovarsi incarcerato e morire nel 1989 ai domiciliari. Come ha vissuto l’attacco di Israele e Stati Uniti contro Teheran?
«Male. Ma non tanto per questioni strettamente personali, perché non ho più familiari in Iran. L’ho vissuta male perché è un momento terribile per la storia, il mondo è nelle mani di un gruppo di pazzi come Trump, Putin e Netanyahu e i leader europei, fatta eccezione per la Spagna, sono totalmente asserviti. Stiamo rivedendo quanto già successo in Iraq quando abbiamo dato corda a uno che aveva inventato le armi di distruzione di massa».
Un commento abbastanza eloquente è stato un post su Instagram a fine marzo: un suo primo piano con il dito medio alzato e la scritta “Fuck Israel”.
«Israele è uno Stato genocida e non lo dico io. Sta avvenendo davanti ai nostri occhi e c’è tutta la frustrazione di non poter fare qualcosa per fermarli».
Un giornalista può anche alzare il dito medio?
«Il giornalista non è un ipocrita che fa finta che le cose non esistano. E oltre a quello sono anche un attivista e un essere umano. Poi ognuno decide: se la gente vuole smettere di seguirmi per quel gesto lo faccia, io ho i miei valori e i miei ideali che mi fanno svegliare al mattino».

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