mercoledì
17 Giugno 2026
l'intervista

Peppe Barra e il presepe napoletano tra sacro e profano in scena al Ravenna Festival

L'attore presenta la sua Cantata dei pastori «Penso di non aver ancora finito con il teatro: vorrei mettere in scena il Sogno di una notte di mezza estate»

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L’estate non è la stagione del presepe, ma quest’anno al Ravenna Festival si fa un’eccezione. Il 18 giugno Peppe Barra mette in scena all’Alighieri la sua Cantata dei pastori, che dal 1975 porta nei teatri di tutto il mondo la tradizione partenopea della natività. Si tratta di una trasposizione in prosa del presepe napoletano, nella quale il divino e il grottesco si intrecciano di continuo. «Di solito lo spettacolo viene rappresentato d’inverno, ma mi è già capitato di recitarlo in primavera in Sudamerica», racconta Barra, attore e cantante 82enne con una lunga carriera sul palco.

«Ho sempre e solo fatto questo lavoro sin da bambino; sono figlio d’arte», spiega. «Sono cresciuto nell’isola di Procida, da dove provengono i miei genitori. Mio padre era attore circense, mia madre cantante e attrice, le mie zie e i miei nonni lavoravano in teatro. Ce l’ho nel sangue». Barra si è in seguito trasferito a Napoli, dove ha iniziato la carriera professionale al Teatro Esse e alla Nuova compagnia di canto popolare. La Cantata dei pastori è la sua seconda opera autoriale e da mezzo secolo va in scena ogni dicembre al Trianon di Napoli, ma è stata rappresentata anche in altri paesi d’Europa e oltreoceano. Il testo è ispirato all’opera di teatro religioso in versi pubblicata nel 1698 dal drammaturgo gesuita Andrea Perrucci, in cui viene rappresentata la nascita di Gesù.

«Una straordinaria e sacra rappresentazione – la descrive Barra – che racconta la storia più universale e affascinante del mondo, quella della natività. Il titolo del testo originale seicentesco è “Il vero lume tra le ombre, ovvero la spelonca arricchita per la nascita del verbo umanato”. Già da questo si può intuire la complessa stratificazione stilistica dell’opera, che è unica nel suo genere». Nel secolo successivo la Cantata dei pastori fu riscritta da altri autori che introdussero alcuni personaggi comici rimasti ancora oggi nell’immaginario popolare, tra cui il deforme Sarchiapone, reso famoso in tutta Italia dal cabarettista Walter Chiari. Nel tempo il tono dell’opera virò sempre di più dal sacro al profano, tanto da venire sospesa nel 1889, per poi essere riscoperta e rivalutata nel corso del Novecento.

La messa in scena di Barra torna alle origini della prima versione di Perrucci, ma senza risparmiare l’ironia. Lo spettacolo è infatti un intreccio di più storie, ognuna raccontata con un tono diverso: al nucleo narrativo più aulico, quello del viaggio di Giuseppe e Maria verso Betlemme e del successivo arrivo dei Re Magi, si aggiungono le comiche disavventure di Sarchiapone e Rozzullo. Quest’ultimo, un uomo bizzarro e perennemente affamato, è impersonato da Peppe Barra. «La caratteristica principale dell’opera, narrata principalmente in dialetto napoletano, sta nella forte improvvisazione e nel coinvolgimento diretto del pubblico», rivela l’attore. Napoli ha un legame storico e profondo col presepe, che rappresenta uno dei rapporti più forti e identitari nella cultura italiana. Ma secondo Barra «il testo della Cantata dei pastori va oltre i confini del tempo e dello spazio. Per questo ha avuto successo anche all’estero in altri periodi dell’anno».

Il presepe nella città partenopea non è solo una tradizione religiosa, bensì una forma d’arte che si è sviluppata soprattutto nel Settecento, durante il regno dei Borbone, diventando una rappresentazione della vita quotidiana oltre che della natività cristiana.
Più recente è invece un’altra tradizione napoletana diventata nota in tutta Italia, quella della canzone neomelodica. Nata a cavallo tra gli anni ’70 e ’80, è salita alla ribalta grazie alla vittoria di Sal Da Vinci all’ultimo festival di Sanremo col brano “Per sempre sì”, che ha fatto discutere tanti italiani per i pregiudizi culturali nei confronti di questo genere musicale e per il testo che contiene una visione tradizionale del rapporto di coppia. Sollecitato su questo, Peppe Barra è perentorio: «Non ne voglio parlare, non mi interessa, non mi riguarda e non mi stimola. Quella non è cultura. Faccio teatro da una vita a un livello culturale molto alto. A Sanremo la cultura non c’è. È solo una gara di cattivo gusto».
L’artista preferisce parlare del suo lavoro, che non accenna a fermarsi nonostante la lunga carriera alle spalle: «Non smetto mai di imparare e penso di non avere ancora terminato il mio percorso nel teatro», chiosa. «Ho affrontato quasi tutti i grandi classici, ma mi resta un grande sogno nel cassetto: mettere in scena il Sogno di una notte di mezza estate di Shakespeare»

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