Carlo Conti la chiama «Emma», rispondendo a una domanda in conferenza stampa, posta da Maria Elena Barbi di Gente sulla scarsa presenza (in proporzione) di donne rispetto agli uomini, nel cast dell’ultimo Festival di Sanremo. Gli vengono fatti nomi di cantanti o cantautrici femmine che avrebbero potuto partecipare e lui dice che solo «Emma», tra queste, aveva presentato un pezzo, che il direttore artistico del Festival aveva deciso di non selezionare per la gara. Better luck next time, come si dice.
È uno dei tanti modi che possiamo utilizzare per cercare di introdurre il personaggio di Emma Nolde. Le voci di una sua partecipazione a Sanremo si inseguivano da diversi mesi tra gli addetti ai lavori del giro alternative italiano, e in qualche modo sembravano congrue con la parabola della musicista di Empoli – in qualche modo, sembra sempre che il posto in cui si trova in un certo momento sia troppo piccolo per contenerla.
La testa corre inevitabilmente alla prima volta che mi capitò di vederla dal vivo – arrivava al bronson di Ravenna assieme a Generic Animal, nel 2021, nel contesto di una serie di concerti organizzati da “Biglia – palchi in pista”. Di lei non conoscevo nulla se non il nome, e scoprirne la musica fu uno shock: un concerto con una ventina di paganti e di una bellezza insensata di voce, chitarra. batteria e nient’altro. A quel
punto della sua vicenda artistica era già uscito un disco intero, intitolato Toccaterra. Nolde, al secolo Emma Maestrelli, aveva vent’anni e le idee già piuttosto chiare. Prende il nome d’arte da quello del pittore Emil Nolde, che a sua volta lo prese dal villaggio danese in cui era nato. Non obbligatorio, ma nemmeno vietato, cercare paragoni tra l’approccio espressionista del maestro tedesco e la sua musica. Che
quella sera suonava già più grossa di quel che ci si potesse aspettare: come fossimo a conoscenza di un segreto che sapevamo già sarebbe trapelato, e avrebbe cambiato un sacco di cose.
Nolde ha continuato a fare la sua cosa: due dischi e un passaggio di etichetta (da Woodworm a Carosello), altri concerti, altre alleanze. Tre anni dopo lo stesso locale semideserto in cui l’avevo vista la prima volta era pieno fino all’orlo, e in qualche modo il suo nome suonava ancora come quello di un segreto mal conservato. Ma che in qualche modo va messo in un certo contesto. Negli ultimi anni, a forza di insistere, sembra che l’universo femminile abbia guadagnato un pochino di terreno su un gap storico che ha azzoppato la musica italiana (in particolare quella alternativa/indipendente) per diversi decenni. O comunque questa è la percezione da qui: una volta le varie Consoli o Donà erano trattate come eccezioni meritevoli in un sistema che non sembrava prevederne l’esistenza, e men che meno la conservazione di lungo periodo; ai giorni nostri è impossibile parlare di musica italiana, soprattutto di quella che dà la sensazione di essere in divenire, senza parlare di nomi come Joan Thiele, Marta Del Grandi, Any Other, Birthh, Koko Moon, La Niña. E molte altre. Una situazione da cui, ovviamente, scaturiscono poi le domande in conferenza stampa a Sanremo.
Nel senso che in questo particolare momento della cultura musicale italiana abbiamo comunque un certo numero di cantanti donna che spaccano le classifiche e riempiono gli stadi e i palazzetti (nomi relativamente freschi come Annalisa o Elodie, la vecchia generazione delle Giorgia/Pausini/Elisa) e un parterre dei
nomi di cui sopra, che spopola nel circuito di appassionati. Emma Nolde oggi (assieme a Joan Thiele) è la più seria candidata a mettere i due mondi in comunicazione. Lo si è visto piuttosto chiaramente all’uscita di Nuovospaziotempo, il suo ultimo disco in ordine di tempo. In particolar modo l’attenzione della stampa
più legata al mainstream: è evidente, anche e soprattutto grazie alla solidità dei brani, che su di lei stanno puntando in parecchi.
E la musica di Emma Nolde è cambiata e ha abbracciato in certa misura queste aspettative, lo si riconosce dalle produzioni molto più complesse di questo disco e dall’idea generale di renderlo appetibile a chi si trovi a sentirlo per caso (passaggi radio, comparsate televisive e via di questo passo). Questioni che in fondo, per chi ha imparato ad amarla da prima, sono poco importanti, perché tutto quello che ce l’ha fatta amare continua a svilupparsi sotto il vestito: la capacità di suonare pianissimo e fortissimo, il bisogno di esplorare la propria emotività in un modo fin troppo personale, e una concezione dello scrivere canzoni che è diversa
da tutto quel che c’è in giro. Il che, com’è ovvio, rende l’appuntamento lughese con La Corelli (il 28 giugno al Pavaglione) un’occasione piuttosto ghiotta. Nell’attesa di vederla su palchi e contesti ancora più grandi di questo.



