venerdì
24 Luglio 2026
Intervista

Stefania Auci, la “signora dei Leoni”: «Parlare oggi di letteratura popolare è snob e classista»

L’autrice della celebre saga dedicata ai Florio sarà a Milano Marittima il 24 luglio: «Ho iniziato con il romance, come scrittrice e lettrice»

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«Cu nesci, arrinesci» (Chi esce, riesce). È con questo proverbio siciliano che si apre la saga dei Florio. Il significato è circa questo: chi ha il coraggio di abbandonare ciò che conosce per cercare nuove opportunità può costruirsi un destino migliore. Eppure, nel caso dell’autrice Stefania Auci, si può dire che la fortuna sia arrivata seguendo il percorso opposto, con un viaggio “a ritroso” da Firenze alla sua Sicilia: è proprio il legame con la sua terra, il radicamento delle vicende nella storia e nelle geografie del territorio a trascendere i confini dell’isola e a rendere i suoi romanzi un caso editoriale contemporaneo. Dopo I Leoni di Sicilia (Nord, 2019) e L’inverno dei Leoni (Nord 2021) oggi Auci torna in libreria con L’alba dei Leoni (Nord, 2026), un passo indietro verso le origini della famiglia calabrese, prima del trasferimento a Palermo. L’autrice sarà a Milano Marittima venerdì 24 luglio (ore 19), ospite al MarePineta Beach Club nell’ambito della rassegna La spiaggia ama il libro.

La saga dei Florio non segue un percorso cronologico: parte dal centro della vicenda, prosegue e poi torna alle origini. Come nasce quest’ordine?
«Un ordine anarchico, lo riconosco. Una volta concluso il secondo romanzo ho sentito che c’era ancora qualcosa da raccontare. Non guardando avanti, ma indietro, alle dinamiche familiari tra Paolo, Giuseppina e Ignazio. Galeotta è stata la serie tv: vedendo sullo schermo la scena della partenza dei Florio, l’unica parte romanzata della storia, per via della scarsità di fonti materiali dell’epoca a disposizione, ho deciso di voler indagare più a fondo e “tirare fuori” altro».

Dietro ai suoi romanzi c’è un lavoro di ricostruzione storica quasi manzoniano, che ha sicuramente contribuito al successo della serie. Qual è il suo approccio alla documentazione?
«Mi ha aiutata molto la mia formazione accademica: sono laureata in giurisprudenza, e la scrittura dei miei romanzi nasce come una tesi di laurea: parto da un paio di testi fondamentali, poi approfondisco rimandi e note, ampliando sempre di più le conoscenze sul tema e trovando via via nuovi spunti e collegamenti».

C’è la paura di tradire la storia?
«Sì, ma non ci si può lasciare bloccare. Bisogna mantenere la coerenza interna di ciò che si scrive e assumersi le proprie responsabilità. Una parola forse fuori moda, ma per me centrale. Tutto ciò che nei miei romanzi accade dopo il 1783 ha riscontri oggettivi nella realtà, le vicende precedenti invece sono meno documentate e hanno richiesto un lavoro di ricostruzione diverso, più romanzato ma attento al reale contesto dell’epoca. L’ambientazione calabrese de L’Alba dei Leoni è stata più difficile, perché la Calabria del ’700 è una regione raccontata pochissimo e ancora quasi sconosciuta. Mi ha aiutata l’avere vissuto in Calabria per tre anni, nei primi 2000, in un viaggio di “riavvicinamento” alla Sicilia iniziato da Firenze».

I Florio hanno rilanciato il sottogenere delle saghe familiari, sempre più presenti in libreria. Si sarebbe mai aspettata un successo simile? Si riconosce nel ruolo di pioniera di questo genere?
«L’ho notato anche io, ma i pionieri non possiamo essere noi di questo secolo. Il pioniere è stato Manzoni, e guardando ancora più indietro sono stati Omero e i suoi epigoni. Noi, come autori contemporanei, ci limitiamo a mettere su carta pezzi di vita. Non mi piace parlare di “filoni”: credo che ogni autore abbia uno sguardo differente e restituisca una storia o un territorio in modo unico. Per quanto riguarda il successo della saga, credo sia come chiedere a una madre se si aspetta che il proprio figlio diventi Einstein o un serial killer. Nel campo della narrazione è ancora più evidente: ci sono film con cast e budget stellari che floppano e piccole produzioni che diventano cult, è del tutto imprevedibile».

Si è fatta un’idea nel tempo di chi sono i suoi lettori?
«Non del tutto. Sicuramente la percentuale maggiore del pubblico è femminile, azzarderei un 70 percento. Sono comunque molti gli uomini interessati alle vicende dei Florio e sono felice di trovarmi spesso davanti a un pubblico eterogeneo e trasversale durante le presentazioni»

Chi invece critica i suoi libri parla di “letteratura popolare”, per lei esistono ancora divisioni di questo tipo?
«Anche Dickens veniva tacciato di scrivere opere popolari. Non mi sto paragonando a lui, ma credo che queste battute appartengano almeno a due secoli fa. Una scrittura semplice non è per forza banale. In un periodo storico dove l’editoria italiana è in forte crisi, fare gli snob e negare dignità di lettori che non vogliono accostarsi a testi complessi ora, ma che magari lo faranno in futuro, è deleterio. Qualcuno mi ha detto in tono sprezzante “persino la mia parrucchiera l’ha letto”: questo commento non è solo snobista, ma classista. E nel 2026 è mortificante per chi lo fa, non per chi lo riceve».

Oggi molte donne in Italia approcciano alla letteratura (come autrici o lettrici) con il romance. Cosa ne pensa del genere e della presa che ha sui più giovani?
«Confesso che io per prima ho iniziato con il romance, sia come lettrice che come scrittrice. Credo che sia positivo che le ragazze si cimentino a scrivere su Wattpad, che si mettano in fila per ore al firmacopie della loro autrice preferita. Molti librai sono i primi ad avere la puzza sotto al naso, ma è una visione miope: molti ragazzi che oggi leggono romance domani leggeranno altro, perché i gusti si evolvono. Far sentire i giovani giudicati per le proprie scelte li allontana dalla lettura e soprattutto dalle librerie. E non ci si può lamentare se poi finiscono ad acquistare su Amazon…»

E lei invece, che libri ha sul comodino?
«Quelli di molte autrici siciliane. Sto seguendo poi il repêchage di Astoria, un lavoro di innovazione del catalogo con autori stranieri. Ultimamente ho letto in anteprima La regina della palude di Anna North, un testo complesso che racconta il lavoro psicologico su due piani temporali, il 500 d.C. e il 2018 e Enigma di Jan Morris, la storia di una delle prime donne trans. In generale amo i mattoni, l’estate è il periodo della lettura di almeno un testo voluminoso».

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