Da oltre trentacinque anni la raccolta della cozza selvaggia nelle acque di Ravenna rappresenta una delle attività più identitarie dell’Adriatico romagnolo. Un prodotto unico: non viene allevato, ma cresce spontaneamente aggrappato alla parte sommersa dei piloni delle piattaforme offshore di estrazione gas e agli scogli dei moli guardiani. Proprio questa unicità richiede un lavoro di raccolta fatto da operatori specializzati, capaci di coniugare competenze subacquee, conoscenza del mare e rispetto di un delicato equilibrio naturale.
Oggi sono due le cooperative che si dividono il lavoro alle piattaforme, grazie a un accordo con Eni. Una di queste è la Nuova Conisub di cui fa parte il 41enne Alan Barberini (l’altra coop è La Romagnola).
Come è organizzata oggi la vostra cooperativa?
«La Nuova Conisub è nata come una realtà familiare, fondata circa 35 anni fa da mio padre e mio zio. Con il passare del tempo, siamo entrati anche io e mio cugino. Per molti anni siamo stati noi quattro a gestire l’impresa, fino a quando mio padre è andato in pensione e mio zio è venuto a mancare. Nel frattempo, la normativa è cambiata, rendendo necessaria l’introduzione di nuove figure professionali. Oggi la cooperativa si avvale quindi anche di personale dipendente. Oltre alla raccolta, gestiamo anche il centro di depurazione Ulisse, che garantisce la tracciabilità della filiera, i controlli sanitari e il confezionamento della cozza destinata alla vendita. Il prodotto non viene modificato o lavorato, perché la sua caratteristica principale è proprio quella di essere una cozza selvatica che conserva le proprie qualità naturali».
Barberini, come si svolge la raccolta della cozza selvaggia a Marina di Ravenna?
«È un’attività molto particolare e selettiva, svolta esclusivamente da personale qualificato. Complessivamente sono otto le imbarcazioni coinvolte, quattro per ciascuna cooperativa, con equipaggi composti da quattro operatori tecnici subacquei, i cosiddetti Ots».
Com’è la vostra giornata tipo?
«Inizia molto presto, generalmente tra le quattro e le cinque del mattino. Le piattaforme disponibili sono 63 e ogni giorno viene stabilita quella da raggiungere: alcune si trovano a pochi minuti di navigazione, mentre per altre possono servire anche tre ore e mezza di viaggio. Una volta arrivati sul posto, il lavoro viene svolto dai subacquei direttamente sulle strutture sommerse, seguendo procedure precise e nel rispetto delle norme di sicurezza».
Quali competenze servono per svolgere questo lavoro e quanto è difficile avvicinarsi oggi a questa professione?
«Prima di tutto serve una grande passione per il mare e per la subacquea. È un mestiere impegnativo dal punto di vista fisico, che richiede esperienza e capacità di lavorare anche in condizioni meteorologiche difficili. Il requisito fondamentale da qualche anno è il brevetto di Ots, obbligatorio per poter operare. Il percorso dura circa quattro mesi, viene organizzato soltanto in poche sedi in Italia, e ha un costo intorno ai cinquemila euro. È un investimento importante che può rappresentare un ostacolo per molti giovani che vorrebbero avvicinarsi al settore».
C’è spazio per le nuove generazioni in questo mestiere?
«Le opportunità esistono, ma oggi è un lavoro molto diverso rispetto al passato. La stagionalità si è accentuata, i costi di accesso sono aumentati e gli obblighi normativi sono più stringenti. Questo rende più difficile per un giovane scegliere questa professione come percorso stabile. Tuttavia, resta un mestiere unico, che unisce competenze tecniche, tradizione e un rapporto diretto con il mare. La sfida per il futuro sarà riuscire a trasmettere queste conoscenze alle nuove generazioni, trovando un equilibrio tra innovazione e rispetto della tradizione».
Quali sono oggi gli investimenti più importanti per mantenere l’attività?
«La sicurezza è sicuramente la voce principale. Servono continui investimenti per collaudi, certificazioni, manutenzioni e attrezzature. Anche mantenere un’imbarcazione conforme alle normative richiede costi elevati e un aggiornamento costante».
Come è cambiato il lavoro negli ultimi anni? La tecnologia ha modificato il modo di operare?
«Per quanto riguarda la raccolta della cozza selvatica, il metodo è rimasto sostanzialmente invariato: il prodotto continua a essere raccolto manualmente dai subacquei. Allo stesso tempo, però, stiamo cercando nuove soluzioni per affrontare i cambiamenti in corso. Recentemente abbiamo ottenuto una concessione per realizzare un vivaio sommerso, un sistema diverso dai tradizionali allevamenti sospesi in superficie. L’obiettivo è sperimentare nuove modalità di gestione mantenendo comunque il principio della raccolta manuale».
Il cambiamento climatico sta influenzando la produzione?
«Sicuramente sì. Fino a circa vent’anni fa si lavorava quasi tutto l’anno, mentre oggi la stagione produttiva è molto più breve e concentrata principalmente tra maggio e settembre. L’aumento delle temperature, le mareggiate più intense e alcuni eventi estremi hanno avuto un impatto importante sulla disponibilità del prodotto. Allo stesso tempo, ci sono anche altri fattori ambientali da considerare: ad esempio, la riduzione dell’utilizzo dei fertilizzanti in agricoltura potrebbe aver favorito in alcune zone una maggiore presenza di cozze. Il futuro resta difficile da prevedere, perché il mare è un ambiente in continua trasformazione».
Dove viene distribuita la cozza selvaggia e quale valore rappresenta per il territorio?
«È un prodotto di nicchia, legato soprattutto al territorio ravennate. La nostra produzione rappresenta circa il 3 percento di quella regionale e, proprio per la sua disponibilità limitata e per le sue caratteristiche qualitative, ha un valore commerciale superiore rispetto alle cozze d’allevamento. Viene venduta principalmente agli stabilimenti balneari della costa e attraverso il nostro punto vendita diretto. È un prodotto che mantiene un forte legame con la comunità locale».
Quali sono le principali difficoltà e quali invece le soddisfazioni più grandi di questo mestiere?
«Le difficoltà principali oggi sono legate soprattutto alle condizioni climatiche. Negli ultimi anni si sono verificati fenomeni che in passato erano molto rari: basti pensare ai periodi con l’acqua arrivata a 30 gradi per diverse settimane, che hanno provocato la morte di cozze e altri molluschi, oppure agli effetti dell’alluvione. Rispetto al passato c’è molta più incertezza: il mare è cambiato e anche il lavoro deve adattarsi continuamente. La soddisfazione più grande, però, resta quella di poter continuare un’attività che rappresenta una tradizione di famiglia e che permette di vivere ogni giorno a stretto contatto con il mare».



