martedì
12 Maggio 2026

Eni: «Il Comune di Ravenna sapeva da mesi della demolizione delle torri Hamon»

Il sindaco ha reso noto l’intervento all’opinione pubblica due giorni prima della partenza dei lavori. La multinazionale fissa la costruzione dei manufatti tra il 1958 e il 1963. L’area di 44 ettari verrà acquistata da Ap per fare un campo fotovoltaico. La prima bonifica del comparto finita nel 2021, un altro intervento nel 2027

Foto Alessandro RandiNell’area ex Sarom a Ravenna, dove dal 1985 sono cessate le attività di raffineria, nel 2021 si è conclusa la bonifica dei suoli e nel 2027 si completerà la bonifica del sistema di messa in sicurezza delle acque sotterranee. Il Comune di Ravenna è informato da mesi che le due torri Hamon costruite e collaudate tra il 1958 e il 1963 sarebbero state demolite (abbattimento cominciato il 29 marzo scorso) nell’ambito della procedura di cessione del lotto da Eni all’Autorità portuale che realizzerà un campo fotovoltaico nell’area destinata a un utilizzo di tipo industriale/commerciale dove non risultano vincoli di tutela in accordo alla normativa vigente. Sono informazioni apprese da Eni il 3 aprile mentre tra via Trieste e il canale Candiano la gru è al lavoro per cancellare i manufatti di cemento armato di 55 metri di altezza.

L’ufficio stampa di Eni ha fornito alcune risposte alle domande di Ravenna&Dintorni. «Nel 2021 l’Autorità portuale ha manifestato interesse ad acquisire l’area per la realizzazione di un impianto di produzione di energia elettrica rinnovabile, ed è stato firmato un protocollo d’intesa per la finalizzazione dell’operazione, che ha consentito all’Autorità portuale di concorrere per i fondi del Pnrr. L’operazione è stata definita a fine 2023, il rogito per la compravendita e il passaggio di proprietà verrà stipulato al completamento delle attività in corso, già previste e comunicate nei mesi scorsi sia al Comune che a Ap».

Ap ha individuato in quel comparto a ridosso del Candiano l’area giusta per un progetto che insegue da tempo: una distesa di 25 ettari di pannelli fotovoltaici che producano energia al servizio del porto, in primis per il nuovo terminal crociere di imminente costruzione a Porto Corsini in modo da consentire alle navi attraccate di spegnere i motori alimentandosi a energia elettrica e ridurre così inquinamento acustico e dell’aria. L’investimento da circa 25 milioni di euro in totale beneficerà di un contributo di 10 milioni dal Pnrr.

La demolizione della torre Hamon più a ovest (foto di Adriano Zanni scattata il 4 aprile 2024)L’ex raffineria, avviata all’inizio degli anni ‘50 dal gruppo industriale di Attilio Monti, occupava un’area di 55 ettari lungo la banchina destra: erano quattro le torri di raffreddamento a convezione naturale dette Hamon. Secondo Eni sono state costruite e collaudate negli anni 1958-1963. Circa dieci ettari sono già stati ceduti a terzi, ora Ap ne acquisirà 44.

L’ingegnere Roberto Rimondi, incaricato da Ap, ha stimato un valore di 6,4 milioni di euro (Iva esclusa) per l’area ex Sarom e il 5 dicembre scorso Eni ha accettato l’offerta di pari valore di Ap. Il 15 dicembre Ap ha versato 640mila euro come garanzia per l’acquisto. La compravendita non è stata ancora conclusa (del rogito se ne occuperà lo studio notarile Bugani con una parcella da 20mila euro) e questo fa sì che formalmente le torri siano ancora di proprietà privata (per quanto Eni sia di fatto un’emanazione statale).

L'area Sarom quando era ancora in attività (foto dal sito Adrijo.eu)Tra il 2006 e il 2008 è stato effettuato lo smantellamento e demolizione di tutti gli impianti e serbatoi dell’area e a seguire è stata effettuata la rimozione delle strutture interrate. È stata quindi avviata la bonifica delle matrici ambientali nelle aree della raffineria, ex Gpl e nell’area serbatoi.

Altre domande rivolte da R&D a Eni sono rimaste senza risposta. Cosa dice l’ultima perizia sullo stato di conservazione delle torri che ha determinato l’abbattimento? Quanto costa l’intervento di demolizione? Esiste una stima di quanto sarebbe servito per la messa in sicurezza conservativa? La demolizione è una condizione espressamente inserita tra le clausole richieste dall’Autorità portuale?

Rissa tra ragazzi ai giardini Speyer. Aggredito un agente

Un ragazzo è stato fermato e portato in questura. Coinvolti anche giovanissimi

Rissa giardini speyer 4 aprileRissa ai giardini Speyer, nella zona della stazione di Ravenna, nel tardo pomeriggio di giovedì 4 aprile.

Due gruppi di ragazzi, alcuni dei quali molto giovani, si sarebbero sfidati, per motivi ancora da chiarire.

Sul posto polizia e carabinieri, coadiuvati dai vigili.

Un ragazzo se l’è presa anche con un agente della polizia, aggredendolo. Bloccato, è stato poi portato in questura per accertamenti.

La nipote di Antonioni sulle Torri Hamon: «Salviamone almeno una»

«Fatelo per la città, per il cinema e per il ricordo di Michelangelo»

Monica Vitti Deserto Rosso

Le torri Hamon dell’ex Sarom sono diventate un simbolo di Ravenna anche grazie al film Deserto Rosso di Michelangelo Antonioni (nonostante quelle al momento in fase di demolizione non siano, come ormai noto, le stesse protagoniste della pellicola).

E a prendere la parola per difenderle dall’abbattimento è ora anche la nipote del grande regista, presidente dell’associazione Michelangelo Antonioni, nata nel 2011 per tutelarne, valorizzarne e promuoverne l’attività artistica.

«Speriamo di poterne salvare almeno una – dichiara Elisabetta Antonioni al Tg3 – perché secondo noi ha un significato per la città, per il cinema e per il ricordo di Michelangelo».

Ap vuole demolire le torri Hamon ma riceve fondi per tutelare la memoria del porto

Il presidente sminuisce i manufatti dell’ex Sarom perché non sono piramidi ma l’ente pubblico che rappresenta ha ricevuto quasi 300mila euro per progetti di valorizzazione del patrimonio storico degli scali

I lavori di abbattimento delle torri Hamon nell'ex Sarom (foto Andrea Garavini)L’Autorità portuale di Ravenna è apertamente schierata a favore della demolizione delle due torri Hamon nell’area ex Sarom, manufatti simbolici del passato industriale ravennate, e al tempo stesso è beneficiaria di fondi europei nell’ambito di un progetto italo-croato che aggrega otto porti per la valorizzazione del patrimonio storico e monumentale degli scali dell’Adriatico in ottica turistica. Il progetto è denominato Remember (“ricorda” in inglese), ha avuto una durata di 30 mesi (dal gennaio 2019 a giugno 2021) e all’Autorità portuale di Ravenna è stato assegnato un budget di 292mila euro (85 percento fondi Fesr e 15 percento Fondo di Rotazione).

Il presidente di Ap, Daniele Rossi, ha liquidato le torri Hamon con facilità, sminuendone il valore perché non paragonabili alle piramidi d’Egitto. Ma sul sito dell’ente di via Antico Squero si trova la comunicazione datata agosto 2023 riguardante la partecipazione di Ap nel progetto Remember: «Consentirà di realizzare percorsi turistici e interventi di valorizzazione del patrimonio storico e monumentale, che saranno parte di una strategia di promozione congiunta che avrà come target primario le compagnie di crociera. Il progetto ha una forte dimensione innovativa in quanto porterà anche alla realizzazione di 8 “musei virtuali”: nei porti di Ancona, Ravenna, Venezia, Trieste, Fiume, Zara, Spalato, Dubrovnik saranno realizzati interventi volti a virtualizzare e rendere interattivo il patrimonio monumentale e di conoscenze di ciascun porto».

E il museo virtuale del porto di Ravenna ha anche una sezione virtuale dedicata alle torri Hamon.

Basta poi andare sul sito internet dedicato proprio al progetto Remember e addirittura in home page c’è un video emozionale con immagini del film “Deserto rosso”. Di più: c’è anche una sezione dedicata alle torri Hamon. Che recita così: «Famosissime per la loro comparsa nel film Deserto Rosso, sono diventate simbolo della storia industriale del porto di Ravenna. Volute da Attilio Monti per la sua Società Anonima Raffinazione Olii Minerali, sono rimaste in attività fino al 1981, anno in cui lo stabilimento chiuse i battenti. Ma ancora oggi le torri svettano sul Canale Candiano, in attesa di scoprire il loro destino». Un destino che stanno scoprendo in queste ore: diventare macerie, con buona pace della memoria.

Petizione per chiedere che i frati restino a San Francesco, già raccolte 500 firme

Iniziativa di alcuni parrocchiani, si può sottoscrivere la raccolta in alcuni negozi del centro e all’uscite delle messe nei giorni festivi

La petizione per chiedere all’Ordine dei Frati Minori Conventuali della Provincia Italiana di Sant’Antonio di Padova (Nord-Italia) di non abbandonare la comunità di Faenza e il loro quartiere ha raccolto 500 firme nel primo weekend. L’iniziativa dei parrocchiani è iniziata giovedì 28 marzo in occasione delle celebrazioni del Triduo Pasquale. I sostenitori ritengono che il convento abbia un ruolo importante per la zona con l’attività pastorale, spirituale e sociale e per impedire un ulteriore abbandono in quella zona del centro cittadino.

La raccolta firme proseguirà nelle prossime settimane in alcuni negozi della zona (l’elenco in fondo all’articolo) e all’uscita dalla chiesa di San Francesco in occasione delle messe festive: quindi, sabato alle 17.30 e domenica alle 11.

I promotori ringraziano i tanti che in questi giorni, anche giovani, hanno aderito alla campagna e la stanno sostenendo in numerosi contesti. «Sentiamo un clima di interesse, vicinanza e sostegno da parte di una numerosa cittadinanza, che si è dimostrata attiva, consapevole e decisa nel tutelare un patrimonio storico, sociale, religioso e pastorale quale San Francesco, riconoscendo il valore della presenza dell’Ordine in termini di spiritualità, educazione e conforto. Un patrimonio di fiducia e speranza che vogliamo sperare non si scelga di disperdere. Rinnoviamo il nostro appello a tutti i faentini che hanno a cuore il centro storico della propria città, la sua identità storica-culturale e le realtà sociali e pastorali che vi sono presenti, che rappresentano un valore aggiunto per tutta la comunità di Faenza, per il decoro e la sicurezza del centro storico, per un reale sostegno materiale e spirituale a numerose situazioni di difficoltà, disagio e povertà».

Questi gli esercizi pubblici dove è possibile firmare la petizione:

Bottega della Pasta Fresca in corso Garibaldi 32/B Faenza; Insieme per crescere Onlus (Ex Moda Bettoli) in corso Garibaldi 39/A; Biondi Fabrizio Agenzia Immobiliare in via Marini 2; Lavanderia Speedy Gonzales in via Nuova 51; Tabaccheria del Ponte in corso Europa 2; Alessandro Borchi Occhiali in corso Mazzini 41; Oreficeria Donati in corso Garibaldi 36/A; Beauty Lab in via Minardi 25; Macelleria Faentina in piazza del Popolo 10, Faenza.

La scuola media Don Minzoni colpita da un incendio chiusa anche il 5 e 6 aprile

Le fiamme hanno distrutto un’aula il 2 aprile

Il Comune di Ravenna sta continuando a portare avanti tutte le attività propedeutiche alla riapertura della scuola media Don Minzoni, in via Cicognani, che nel tardo pomeriggio di martedì 2 aprile è stata interessata da un incendio che ha danneggiato un’aula. Sono in corso le operazioni di messa in sicurezza, pulizia e arieggiamento dei locali e sarà necessario sospendere l’attività didattica anche nelle giornate di venerdì 5 e sabato 6 aprile. Per quanto riguarda la settimana prossima, verranno dati ulteriori aggiornamenti appena possibile.

Pietro Babina porta al teatro Rasi la drammatica storia di Sole e Baleno

«La speranza è che assistendo ai mie lavori qualcuno cominci a porsi delle domande…»

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Pietro Babina (ph. Claudia Marini)

Il teatro Rasi ospita venerdì 5, sabato 6 (ore 21) e domenica 7 aprile (ore 15.30) Sole e Baleno. Una favola anarchica, il nuovo lavoro che Pietro Babina ha realizzato, dopo una lunga gestazione, insieme ad Alberto Fiori, con il sostegno di Ravenna Te-atro, Agorà, Spazio Zut e Compagnia Umberto Orsini.

Il testo si ispira a una storia realmente accaduta in Italia negli anni novanta, quella di Sole, una giovanissima ragazza argentina, e di Baleno, un anarchico italiano. A seguito di alcuni episodi di eco-terrorismo avvenuti in Piemonte, il tribunale di Torino individua nei due giovani attivisti i capri espiatori. Accusati di essere i responsabili di atti di sabotaggio a strutture pubbliche, vennero, senza prove evidenti, imputati di associazione sovversiva e per questo soggetti alla reclusione preventiva. La separazione e la reiterazione delle accuse li gettò nella disperazione ed entrambi finirono per suicidarsi, venendo poi giudicati innocenti e riabilitati. A Babina, che torna al Rasi dopo il potentissimo Macello del 2020, abbiamo chiesto un approfondimento sul nuovo spettacolo.

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Serena Abrami, Pietro Babina e Alberto Fiori (ph. Claudia Marini)

La genesi di Sole e Baleno è stata piuttosto lunga, quasi tre anni. Era partita da una tua personale riscrittura de L’Opera da tre soldi di Brecht, poi ha deviato sulla storia dei due anarchici. Qual è stato il percorso creativo dello spettacolo?
«L’Opera da tre soldi è sempre stata un mio pallino, ma è uno spettacolo praticamente impossibile da allestire in Italia, troppi costi, e comunque portarlo in scena in modo “classico” non mi interessava più di tanto. Comunque, siccome si erano sbloccati in teoria i diritti d’autore, in quanto sono passati i famosi settant’anni dalla morte dei due autori, Bertolt Brecht e Kurt Weill, avevamo cominciato a lavorarci focalizzandoci sulla questione musicale e cantata, che andava ad ampliare un po’ la mia direzione di ricerca sulla voce. Ma poi, dopo aver fatto ben tre residenze, è uscita una nuova legge europea che allargava i diritti a tutti coloro che avevano collaborato alla realizzazione de L’Opera da tre soldi. Ecco dunque che salta fuori Elisabeth Hauptmann (di cui io non avevo mai sentito parlare), traduttrice della Beggar’s Opera di John Gay del 1728 (dal cui adattamento Brecht ricavò la sua opera), che aveva collaborato per la messa in scena, ed essendo morta nel 1973 ha fatto sì che la possibilità di fare liberamente l’opera si sia spostata al 2046. A quel punto abbiamo contattato l’agenzia che a Berlino detiene i diritti spiegando il nostro progetto, ma non ci hanno dato il permesso di farla».
E qui entrano in gioco Sole e Baleno.
«Ci siamo ritrovati in uno stato di prostrazione, avevamo già realizzato tanto, cosa dovevamo farne di tutto il lavoro? Ecco però che, sempre con Alberto, tanti anni prima avevamo scritto un testo sulla vicenda di Sole e Baleno, una vera e propria opera con un libretto e le musiche fatte da lui. Ci è sembrato quindi naturale riprendere quel progetto, trasformarlo in teatro musicale e inserirlo nella struttura de L’Opera da tre soldi come svolgimento, come atti, quantità di scene, distribuzione della musica, creando un parallelo che ha funzionato. Perché, miracolosamente, c’erano delle affinità, tanto che un po’ la cosa mi diverte anche, in quanto l’operazione che ho fatto è in qualche modo come il nuovo adattamento che Brecht fece dell’opera dei mendicanti di John Gay; era una trascrizione e questa è una nuova trascrizione. Ovviamente la storia diverge abbastanza».
Una vicenda simbolica e quasi sempiterna.
«Sì, quel fatto era legato al movimento delle occupazioni, degli squatter, dei NoTav, soprattutto del mondo torinese, e fu emblematico di tutti quei movimenti di protesta nell’Italia degli anni ’90 a cui poi il G8 di Genova diede il colpo definitivo. Ma la storia di questi due ragazzi, che si amavano e che per colpa, diciamo così, del mondo esterno e di come funziona la società, finiscono per morire suicidi, assomiglia anche a quella di Romeo e Giulietta, ed è quindi molto interessante anche drammaturgicamente, oltre che politicamente».
Forse ancor più potente e legata al nostro contemporaneo di quanto potesse esserlo il Brecht da cui eri partito.
«Sicuramente è una questione più vicina a noi per tanti aspetti. Sulla vicenda di Sole e Baleno in passato è stato fatto un film e sono stati scritti alcuni libri, ma tutti lavori para-documentaristici, in cui erano i dati realistici la cosa importante, invece a me interessava fare un’operazione – con tutta la modestia del caso – più shakespeariana, dunque estrarre il plot, così umano e interessante, conservare il fatto che erano due anarchici, ma senza addentrarsi oltre nella realtà, anche perché la forma d’opera che abbiamo scelto non si adattava a fare un’operazione troppo documentaristica. La mia idea di fondo era di arrivare a un punto in cui certe figure devono diventare paradigmatiche e anche quasi eroiche; ti resta solo l’afflato dei due personaggi e di quello che significano, cioè una libertà giovanile, una voglia di definire un mondo che viene da un sistema di adulti e di potere che schiaccia sempre le visioni diverse delle cose. E poi c’è tutta la parte musicale: una ventina di canzoni più le partiture, che sono tutte di musica elettronica, molto contemporanea, diciamo, anche se il termine non mi piace».
A proposito di musica, nei tuoi spettacoli le partiture sono sempre parte imprescindibile della drammaturgia.
«Sì, nella drammaturgia per me tutto è musica, è un concetto esteso, ho sempre detto che per me le scene devono “suonare bene”, quindi occorre entrare in un certo tipo di mentalità: quando stai in scena, quando ti muovi e quando orchestri tutto l’allestimento, bisogna tener conto di questo tipo di logica, cioè che ci sia un’armonia, un flusso continuo, un viaggiare di tipo musicale».
Anche Macello era un lavoro a mio avviso in grado di scuotere l’anima. Affrontare certi temi come si riflette sulla sua vita, prevale l’aspetto catartico o quello della disillusione?
«Mi disillude più vivere nella realtà che nel teatro, quelli che affronto sono sicuramente percorsi esistenziali ma non nega- tivi; ho sempre lavorato su temi che sentivo urgenti. In Macello ci sono l’antispecismo e i diritti degli animali, questioni che erano diventate sempre più importanti per me e avevo bisogno di affrontare. Stare sei mesi in scena con quelle parole, quei temi, ti fa crescere enormemente, ma non ti rende cinico, è anzi un sincronizzarsi con un problema in modo molto più empatico, e questo ti dà una prospettiva diversa anche al di fuori dello spettacolo. E poi c’è anche la speranza che a qual- cuno, assistendo a lavori così, scatti qualcosa e cominci a porsi domande che prima non si poneva».

In centro a Ravenna una mostra fotografica sullo stato delle torri Hamon nel 2007

Il mercato coperto e Casa Spadoni ospitano una serie di immagini che illustrano lo stato dell’area della ex raffineria dove ora Eni sta demolendo le torri di raffreddamento

Torri Hamon nell'area ex Sarom
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In che condizioni erano l’area ex Sarom e le due torri Hamon a Ravenna nel 2007? La risposta è nella mostra fotografica intitolata “Le torri Hamon e gli stalker”, immagini di Stefano Tedioli e progetto di Roberto Papetti. L’inaugurazione è in programma per le 19 del 5 aprile al mercato coperto in piazza Costa e alle 19.30 a Casa Spadoni in via San Vitale, in entrambi i casi sarà visitabile fino al 21 aprile. Gli scatti raccontano lo stato della zona di proprietà di Eni che ora sta demolendo i manufatti dell’ex raffineria a lato di via Trieste.

Da un’idea di Papetti nasce nel 2007 il progetto “Stalker”, in collaborazione con l’amico fotografo Stefano Tedioli. I due si aggregano idealmente a collettivi internazionali di artisti e architetti, nati a negli anni ’90, che si definiscono Stalker. Il termine deriva dal verbo “to stalk”, inseguire di soppiatto, ma anche aiutare a passare di nascosto un confine. Questi artisti vanno in luoghi in dismissione e, girovagando, raccolgono cose come “xenocristalli”, oggetti o immagini che incorporano qualcosa di prezioso, inerente al mondo e alle sue trasformazioni.

«Lo stabilimento Sarom – scrivono affermano i promotori – è senza dubbio rappresentativo del momento in cui il territorio ravennate è stato investito da un potente sviluppo industriale che ha portato a mutamenti irreversibili dell’ambiente naturale e del paesaggio; le torri Hamon sono la parte più emblematica di tutto questo, tanto da spingere i due artisti a documentarle come testimonianza».

Camera di Commercio: «Nel 2023 l’economia ravennate ha frenato»

Tensioni geo-politiche e alluvione tra le ragioni del rallentamento accertato dai dati

Economia E FinanzaL’economia ravennate frena nel 2023. È quanto emerge dall’Osservatorio dell’economia della Camera di commercio che evidenzia un peggioramento dei giudizi sugli ordini, un aumento delle attese sulla produzione e una valutazione di lieve decumulo delle scorte. La frenata, secondo la Camera di Commercio, è condizionata in particolare dall’acuirsi delle tensioni geo-politiche, dalle condizioni finanziarie sfavorevoli per famiglie ed imprese e dalle pesanti conseguenze derivate da eventi climatici eccezionali, prima fra tutti l’alluvione dello scorso mese di maggio.

Per l’Industria manifatturiera la produzione si assesta a +3,9% con ordini che non superano il +1,6%; nelle Costruzioni il volume d’affari registra un -0,2%, mentre nel Commercio al dettaglio le vendite, sospinte da una inflazione ancora non del tutto assorbita, fanno registrare un +2%. Il trend di crescita del valore aggiunto ravennate per il 2023 (+0,4%) rimane sotto a quanto previsto per l’Emilia-Romagna (+0,9%) e per l’Italia (+0,7), mentre per il 2024 (+0,6%) appare perfettamente in linea con quanto previsto in regione (+0,6%) e supererà di qualche decimale la media italiana (+0,4%).

Per l’Industria manifatturiera ravennate il volume della produzione realizza un tendenziale +3,9% (contro il +6,6% del 2022); anche sul versante della domanda si registrano deboli valori positivi rispetto ad un anno fa (+1,6% per gli ordini complessivi; era +6,2%) ed il maggior rallentamento si rileva per la componente estera (appena un +0,1%, rispetto al 2022, e l’anno prima era un robusto +6,6%). Si abbassano sia il periodo di produzione assicurata dagli ordini (da 14,6 settimane a 12,4 di fine 2023) che il tasso di utilizzo degli impianti (da 81,3% a 77,3%), con tutte le difficoltà da scontare del post-alluvione. In affanno l’Artigianato manifatturiero, sia sul fronte dei volumi produttivi (-0,6%), sia per i risultati del processo di acquisizione degli ordini (-1,3%) e l’anno precedente entrambi i risultati erano ampiamente positivi. Ben lontano dal risultato del 2022 (+5,1%) il comparto delle costruzioni registra un risultato medio negativo del fatturato nominale (-0,2%). Per il Commercio al dettaglio, come detto, le vendite risultano in moderato recupero (+2%), diffuso generalmente tra quasi tutte le tipologie analizzate (più penalizzata la piccola distribuzione), con una crescita media annuale superiore a quella del 2022, tenendo conto degli effetti inflattivi in graduale rientro.

Calano, rispetto ai risultati record conseguiti nel 2022, le esportazioni (-8,7%), in particolare quelle dirette verso i Paesi UE, su cui pesano le difficoltà di Germania, Francia e Spagna, si attende però, in una visione ottimistica,  un miglioramento dei traffici ravennati sui mercati esteri (+2,1) per l’anno in corso.

Cresce la richiesta di cassa integrazione (+68,2%) da parte delle imprese ed, in particolare, la richiesta di CIG ordinaria, soprattutto nel 3° e 4° trimestre 2023.
Nel 2022 l’occupazione aveva avuto un andamento in positivo (+0,4%), tendenza che, secondo le proiezioni di Prometeia, prosegue anche nel 2023 (+0,3%). La crescita degli occupati in provincia di Ravenna è prevista anche quest’anno e con un rafforzamento del ritmo (+0,5%).

«Il costante aggiornamento e l’analisi sulle condizioni dell’economia ravennate sono cruciali per contribuire a disegnare e suggerire le misure più appropriate per una maggiore crescita economica”. Così Giorgio Guberti, presidente della Camera di commercio di Ferrara e Ravenna, che ha aggiunto: “Le imprese, per la Camera di commercio, sono al centro di un sistema di valori, non soltanto economici. Esse sono veicoli di crescita, di innovazione, di formazione, di cultura e di integrazione, ma sono anche agenti di libertà perché generano ricchezza e benessere diffuso. Occorre, dunque, affiancare le nostre imprese, sviluppando un contesto favorevole a farle crescere ed a esaltarne la capacità di trainare la ripresa economica, a cominciare dal creare una buona mobilità, investendo sulla sostenibilità e sbloccando opere attese da vent’anni anni, condivise con i territori e tutte le forze sociali. Due i driver di sviluppo prioritari per la Camera di commercio, valorizzare i giovani, risorsa essenziale per lo sviluppo sociale ed economico del territorio, accorciando la distanza tra loro e il mondo del lavoro e dell’impresa, e l’attivazione della Zona Logistica Semplificata, un volano di sviluppo per l’intero contesto produttivo, finalizzato a portare semplificazioni e incentivi per il sistema imprenditoriale, e attrazione di investimenti che diano impulso economico e logistico al territorio e stimolo al sistema portuale ed ai traffici mercantili marittimi. Un passaggio fondamentale per dare uno slancio alla crescita e alla fiducia, per generare valore pubblico e per  creare quelle condizioni affichè gli imprenditori possano fare al meglio quello che sanno fare, sentendosi meno soli».

 

Tour de France, la Coppa della Grand Départ in mostra a Cervia per tre giorni

Dal 5 al 7 aprile in occasione della Grand Fondo Via del Sale

Trofeo Tour De FranceDa venerdì 5 a domenica 7 aprile, in occasione della Gran Fondo Via del Sale, Cervia ospiterà la Coppa della Grand Départ (la Grande Partenza) del Tour de France. Dal pomeriggio di venerdì gli appassionati potranno ammirare il trofeo, che sarà esposto al Fantini Club, patron dell’importante gara che il prossimo fine settimana richiamerà in città migliaia di ciclisti.

Il trofeo è stato creato nel 2013, in occasione dei 100 anni del Tour de France. Da allora, al termine di ogni edizione, viene consegnato dal Paese ospitante dell’edizione conclusa a quello del successivo anno.

Lo scorso luglio, al termine dell’ultima tappa del Tour de France, la comunità ospitante del Grand Depart 2024 (Regione Emilia-Romagna, Città Metropolitana di Firenze, Regione Piemonte e Città di Torino) lo ha ritirato, a Parigi, dalle mani dei rappresentanti dei Paesi Baschi.

Firenze lo ha conservato e amministrato fino allo scorso 21 marzo. In occasione dell’evento dedicato ai -100 giorni dalla partenza della Grande Boucle, a Palazzo Vecchio, Firenze lo ha consegnato nelle mani di Giammaria Manghi, Capo della Segreteria Politica della Presidenza della Regione Emilia-Romagna e coordinatore del calendario di eventi della Sport Valley emiliano-romagnola, di cui il Tour de France rappresenta il fiore all’occhiello. Da quel momento il trofeo è stato esposto nel palazzo della Regione a Bologna e domani arriverà a Cervia.

Dopo il weekend della Granfondo Via del Sale, verrà portato a Rimini per una settimana, e poi per la stessa durata di tempo a Cesenatico, quindi a Parma per due giorni. Successivamente tornerà a Bologna e si muoverà verso Piacenza, per poi lasciare l’Emilia-Romagna e approdare in Piemonte, prima di essere portato a Nizza per l’arrivo della corsa previsto il 21 luglio.

La Grande Boucle per la prima volta quest’anno partirà in Italia. Cervia sarà protagonista della seconda tappa del Tour (Cesenatico-Bologna), il 30 giugno, che attraverserà tutta la provincia di Ravenna. Qui il percorso completo con tutte le località toccate.

Una mostra tra grafica e musica: i lavori di Gerbella allo spazio Dis-Ordine

Dal 5 al 26 aprile a Ravenna, in via D’Azeglio

Studio Gerbella Foto Eleonora Rapezzi

L’associazione Dis-Ordine, che svolge attività di promozione culturale e tutela delle specificità artistiche sul territorio, ospita dal 5 al 26 aprile in via Massimo D’Azeglio 42 a Ravenna, la mostra Graphic Beat, che fa parte di una serie di mostre con il Patrocinio del Comune che l’associazione ha dedicato al mosaico, alla fotografia, alla pittura e da ultimo alla grafica.

L’inaugurazione è in programma alle 18 di venerdì 5 aprile.

Il curatore della mostra Fabio Tramonti, illustratore e grafico a sua volta e socio del Dis-Ordine, ha ritenuto di proporre questa esposizione dei lavori grafici di Gian Piero Gerbella in virtù della sua caratterizzazione e della sua unicità nel panorama della grafica ravennate. Pur avendo lavorato per diverse tipologie di clienti, da aziende private all’ente pubblico, Gerbella in oramai 40 anni di attività, ha saputo mantenere una sua peculiare cifra stilistica in tutta la sua produzione. La grafica e l’illustrazione commerciale, oltre alla soddisfazione della committente, hanno – quando realizzate da competenti e capaci professionisti – una “mission” che è quella dell’educazione alla visione, «e si può parlare di una sorta di “poetica” di Gian Piero Gerbella, riconoscibile e riscontrabile in tutte le sue opere grafiche», si legge in una nota inviata alla stampa da Dis-Ordine.

Questa mostra, dedicata interamente alla parte “sonora” della produzione di Gian Piero Gerbella, è una sorta di percorso cronologico che racconta (nei limiti dello spazio disponibile) come e quanti festival, rassegne, concerti e dischi ha organizzato, prodotto e realizzato graficamente dal 1984 ad oggi.

Gian Piero Gerbella vive e lavora a Ravenna. Ha studiato alla scuola Albe Stainer e all’Istituto Europeo del Design. Dalle prime esperienze nella storica Supergruppo, alla fitta collaborazione con le agenzie del territorio. Suoi lavori, tra cui alcune campagne Nike Italy, sono stati pubblicati a più riprese su riviste di settore (Linea Grafica) e libri tematici sulla produzione grafica mondiale per le case editrici P.I.E.Books (Giappone) – Red Publishing (Italia). Con la propria Associazione Norma si è occupato di iniziative culturali e musicali sostenute da Assessorato alle Politiche Giovanili e circoscrizione 1 per le quali ha curato, tra l’altro, una mostra sulla Resistenza (Giovani, Belli e Resistenti) e seguito la formazione e la promozione dei gruppi musicali di base nella manifestazione Around The Rock, fino alla 25a edizione. Tra gli eventi più celebri, il Moondogs Rock and Roll Festival. Per il Comune di Ravenna e in due casi per Confcommercio, tra il 1986 e 1995 ha organizzato e promosso graficamente con Fabio Tramonti, Ravenna Blues Festival e In Centro c’è Spettacolo con decine di artisti durante il mese di settembre e spalmati in tutta l’area storica cittadina. Ha realizzato copertine di LP e Cd, soprattutto di musica Blues / Roots di autori italiani, Inglesi e americani prodotti in Italia. Ora, per quanto riguarda organizzazione, cura e immagine, progetta rassegne per i locali che lo ospitano assieme al partner in crime Mauro Ciancone.

E se San Marino chiudesse i confini? Il primo romanzo di Restivo, autore di Cattelan

Ravennate “di cuore”, lavora per la tv, in radio conduce Cater XL, è tra gli organizzatori del festival Ghe pensi mar. «Il ricordo più emozionante? Forse aver lavorato a un’edizione dei David di Donatello. Ma gli aneddoti davvero belli non posso dirli…»

luca restivo

San Marino Goodbye è il primo romanzo di Luca Restivo. Nato a Castel San Pietro ma ravennate di cuore più che d’adozione, Restivo è autore televisivo per La7, Sky e Rai, conduttore radiofonico ed è conosciuto da queste parti per essere tra gli organizzatori del festival estivo Ghe pensi mar, che da due anni porta al bagno Polka di Marina Romea alcuni dei nomi
più importanti del jet set nazionale.
San Marino Goodbye (Blackie edizioni, 2024) è un romanzo umoristico, che parte da un’intuizione fantapolitica paradossale e azzeccata, di questi tempi: cosa succederebbe se la vilipesa e ridicolizzata Repubblica di San Marino decidesse un giorno di chiudere i suoi confini? Da questo spunto si dipana una narrazione surreale e grottesca, zeppa di personaggi idioti e particolari jacovittiani (ho contato più di 7 cappellini descritti), che mescola la commedia all’italiana con la Hollywood demenziale di Mel Brooks e Zucker-Abrahams-Zucker.
A partire da una semplice sbarra di dogana abbassata, l’escalation della stupidità è vertiginosa: un effetto domino che porterà il micro-stato sammarinese sul piede di guerra. Così San Marino diventa una lente d’ingrandimento per vedere meglio le nostre storture, ridere dei nostri tic e delle nostre nevrosi identitarie.

Dalla televisione alla narrativa. Come sei arrivato al romanzo?
«Faccio l’autore televisivo e mi occupo di intrattenimento e di commedia. Lavoro da qualche tempo con Alessandro Cattelan, per Stasera c’è Cattelan, ma ho collaborato anche con Crozza e con altri programmi comici. Tutti i programmi che ho fatto andavano in quella direzione: anche il programma radio che conduco, Cater XL, per Radio Rai 2, si occupa di vedere l’attualità in chiave, se non proprio satirica, almeno divertente. Questa è la cifra attraverso cui guardo il mondo, per deformazione forse, e mi è molto difficile mettere un altro paio d’occhiali. Quando ho trovato la storia che davvero mi convinceva, la chiave della satira è la prima che mi è venuta in mente».

Abiti a Milano ma sei molto legato a Ravenna. Che rapporto hai con la città? E come è nato il festival Ghe pensi mar?
«Metà della mia famiglia, quella da parte di padre, è di Ravenna, città in cui mi trovo benissimo. Quando vengo qua mi si stacca il cervello e mi rilasso. Conosco molte persone che vengono da Ravenna e dintorni, e tutti volevano realizzare qualcosa qui, in questi luoghi. Così, dopo la pandemia, abbiamo trovato un bagno, il Polka di Marina Romea, che ci ha dato ospitalità. Da lì è nato Ghe pensi mar, che è un modo per farsi pagare dal Polka una vacanza con gli amici di Milano, in cambio di qualche presentazione! A parte gli scherzi, l’idea è portare delle persone qua, farle star bene come solo si può stare da queste parti, parlare di cose serie e di cavolate, di sport, di spettacolo. Il fatto che siano gli stessi ospiti a chiamarci per venire l’anno seguente vorrà dire qualcosa».

Lavorando in televisione ne devi aver viste delle belle. Ci racconti un aneddoto divertente sul tuo lavoro come autore televisivo?
«Volendo fare ancora per molto tempo questo lavoro, le cose davvero belle non posso dirle. L’unica cosa che voglio dire è che in oltre 12 anni di esperienza e di copioni da dover stampare all’ultimo, le fotocopiatrici di ogni redazione televisiva sembrano intuire la necessità dell’urgenza e si inceppano sempre nel momento peggiore. Spesso a pochi minuti dalla diretta quando tutti, dal regista fino all’ultimo cameraman, urlano di volere il copione. Non sta a me giudicarmi come professionista, ma credo di essere tra i migliori riparatori di fotocopiatrici autodidatti d’Italia».

C’è un programma a cui hai dato un contributo di cui vai particolarmenteero, a cui ripensi sempre con soddisfazione?
«Ho avuto la fortuna di lavorare con artisti che sono dei personaggi incredibili sia in scena che fuori. Amando molto il cinema, aver avuto l’opportunità di lavorare a un’edizione dei David di Donatello è forse il ricordo più emozionante. Il momento rimasto indelebile di quella serata fu il ringraziamento “infinito” di Valeria Bruni Tedeschi sul palco, un numero perfetto in quanto del tutto improvvisato».

Parliamo del tuo libro. Da dove ti è venuta questa insana passione per la Repubblica “più antica del mondo”? I suoi usi e costumi sono descritti nel dettaglio: devi aver studiato tanto.
«Sì, ho iniziato a lavorare al romanzo nel 2017. Ci ho messo appena sette anni per portarlo a termine! San Marino mi ha sempre interessato. Quand’ero piccolo c’era questa leggenda metropolitana sui sammarinesi che non pagavano le multe e potevano andare forte con la macchina, parcheggiare ovunque. Ma il romanzo nasce perché volevo raccontare la cosa che mi fa più ridere in assoluto: l’ottusità. Non c’è nessuno di più ottuso di un burocrate, e nessuno più di un burocrate che lavora in una dogana. Ho pensato: qual è la dogana più assurda che possa esistere? Quella di un micro-stato. E il micro-stato più vicino a me è San Marino. Sono andato a farci un giro, da solo, e quando ho visto che sulla dogana di San Marino sta scritto, a caratteri cubitali, Benvenuti nell’antica terra della libertà, ho capito che era il luogo perfetto. Così ho iniziato a leggere tutto quello che riguardava la storia di San Marino, che ha passato vicende incredibili. Indipendente dal 301 d.C.; una popolazione pari a quella di Lugo, ma con una corte costituzionale, un parlamento, due presidenti, un carcere… Un sistema gigantesco per poche persone, ma al quale sono tutti molto attaccati. Il valore della libertà è molto sentito».

Colpisce la grande quantità di personaggi che fai agire nella storia: doganieri, coppie di tiktoker, nostalgici fascisti, giornalisti, piccoli e grandi burocrati ministeriali…
«Volevo scrivere una satira sul potere e sulla stupidità umana, che è alla base del 99% delle nostre azioni. Ma il potere è sempre distribuito fra tante persone: ognuna concorre all’idiozia generale. Così ho preso spunto dalla migliore tradizione cinematografica italiana, Monicelli, Germi; ma anche da film più recenti, come Siccità di Virzì o Don’t look up!, di Adam McKay, che partono da un what if gigante, condiviso fra tanti personaggi. La coralità era la chiave giusta. Viviamo in un’epoca in cui è facile trovare un capro espiatorio. Ma io non ci credo, credo che la colpa sia di tutti. E per dire che la colpa è di tutti, servono tanti personaggi».

Scrivere per la televisione ti ha formato, dal punto di vista letterario? Se sì, in che modo?
«Mi ha aiutato a capire che per il tipo di romanzo che volevo scrivere (non dico che per tutti debba essere così, ma lo è per me) usare un linguaggio semplice ma mai semplicistico era un obiettivo da tenere sempre a mente».

Maestri letterari?
«Il primo Ammaniti, Jonathan Coe».

Hai altri progetti in mente?
«Poche storie, non tantissime. Non sono affascinato dalla serialità. Poche cose, che vorrei cercare di fare al meglio. Ma lo sguardo sarcastico da stronzetto ce l’avrò sempre. Difficile che possa scrivere un dramma famigliare…»

Nel libro hai inserito una citazione di Giuseppe Cruciani: “Oggettivamente San Marino non ha senso di esistere”. Sei d’accordo?
«No! Hanno resistito così tanto, non vedo motivi per interrompere adesso la loro storia secolare. Almeno finché il libro è in vendita».

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