Torna a Ravenna (al Teatro Socjale di Piangipane domenica 14 dicembre alle 11, lunedì 15 dicembre alle 20 e martedì 16 dicembre alle 10) L’Europa non cade dal cielo. Cronistoria sentimentale di un sogno, di un’idea, di un progetto, uno spettacolo prodotto dalle Albe/Ravenna Teatro che, dopo il debutto nel 2023, ha girato tutta l’Italia e viene ora riproposto per un’occasione speciale. Tre giorni dedicati a un affondo sulla storia dell’Unione Europea, pensati e organizzati anche grazie alla collaborazione con Europe Direct Romagna nell’ambito del progetto Sounds of Europe.
Lunedì 15 dicembre dopo lo spettacolo interverrà Pier Virgilio Dastoli, giurista, già assistente di Altiero Spinelli e oggi presidente del Movimento Europeo Italia, per un incontro sull’Unione Europea e sul suo futuro. Lo abbiamo intervistato.

Come ha trovato lo spettacolo?
«Devo dire di averlo visto un po’ di tempo fa ormai e non ricordo molto, ma ritengo efficace la modalità di racconto, con due giovani attori molto bravi».
Cosa significa secondo lei “Non cade dal cielo”? Quali sono stati i momenti fondamentali della storia degli ultimi secoli, non solo del 900, che hanno portato all’Unione Europea?
«L’idea di Unione non è figlia del XX secolo, Dante Alighieri vedeva l’ipotesi di un continente unito già nel medioevo, l’università ha giocato un ruolo fondamentale, facendo circolare saperi da regioni divise, e l’illuminismo va rivalutato. Papa Prevost ha da poco incontrato un gruppo parlamentare europeo di conservatori e ha ribadito le radici giudaico-cristiane del nostro continente, ma secondo me dimentica un aspetto fondamentale: l’integrazione è iniziata, prima che con la religione, con la scienza e la filosofia. Gli articoli 10 e 21 della Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea parlano di libertà di coscienza, non di cristianesimo. Un cardinale una volta mi disse che non sono importanti le radici, ma i frutti, dobbiamo difendere l’albero e ciò che ci dà».
Secondo lei sta funzionando secondo le idee che avevano Spinelli, Rossi e Colorni e gli uomini che l’hanno fondata?
«Oggi siamo lontani dalle idee che avevano gli uomini che hanno scritto il Manifesto di Ventotene. Viviamo in un’Unione che sta rinnegando forse il più importante dei principi fondativi, ovvero la pace. Spinelli non parlava solo di istituzioni, ma di una dimensione sociale, culturale comune. Sono parti del Manifesto che spesso dimentichiamo. Quando aveva le deleghe europee all’industria e alla tecnologia fu uno dei primi, cinquant’anni fa, a parlare di ambiente, anche questo deve tornare al centro del dibattito. Quella frase, “Non cade dal cielo”, che Spinelli ha coniato, richiede una mobilitazione su più fronti e oggi non sta succedendo. Questo 19 marzo la premier Meloni ha polemizzato sull’idea di rivoluzione di Ventotene, ma si parlava di democrazia non di rovesciamento del sistema; date le tendenze nazionalistiche di oggi quelle idee sono ancora più attuali».
I popoli europei si sentono europei? Si sono mai sentiti europei? E oggi come vivono questa Unione?
«I sondaggi d’opinione sono chiari: molti europei vorrebbero più Europa. Opposizioni e tabloid cercano di raccontare che esiste un gap ma non è così. Poi è chiaro che i cittadini sentono un’appartenenza profonda al loro Stato o alla regione se non alla città, ma vorrebbero più interventi europei. Non esiste un “patriottismo costituzionale” come quello di cui parla Habermas (sociologo e politologo tra i fondatori della scuola di Francoforte, ndr), non ci si identifica nell’Ue o nella Commissione, che ultimamente sta facendo scelte profondamente divisive, penso al ReArm Europe per esempio, ma molti vorrebbero più presenza politica e sociale dell’Europa. In tedesco ci sono due parole per descrivere la patria: Vaterland e Heimat, la prima è la madrepatria in senso stretto, la seconda appartiene all’anima; noi dovremmo cercare una Heimat europea, i movimenti transitori, le istituzioni non ce l’hanno fatta a crearla. Per esempio la marcia per la pace Perugia-Assisi non è europea, è italiana. La “Vecchia Europa”, pacifista e costruttiva, che i francesi hanno invocato nel 2003 al momento dell’invasione Usa in Iraq, non esiste più ma i cittadini la rivorrebbero».
Proprio Jurgen Habermas ha scritto nel suo ultimo saggio L’Europa deve ballare da sola: “[Parlando di un’ulteriore integrazione europea] … non credo sia mai stata così vitale per noi come oggi. E mai così improbabile”. Cosa ne pensa?
«Io credo sia un’affermazione troppo pessimista, non siamo ancora a questo stadio. Noi abbiamo bisogno di una “dichiarazione di indipendenza” da Washington; Kennedy nel 1962 parlava di interdipendenza, oggi non vale più, non se gli Stati Uniti producono documenti come il National Security Strategy dove ci descrivono deboli e incapaci. Ricordiamoci di essere le più avanzate democrazie del mondo e i migliori esempi di giustizia e protezione sociale che siano mai esistiti e ripartiamo per riunire le coscienze contro il nazionalismo e la tirannia».
Oggi una delle narrazioni dominanti vede l’Europa fuori dalla storia degli imperi, che si nutre solo di una dottrina economicistica, che vive fuori dal mondo, mentre Cina, Russia, Usa si spartiscono la Terra. Cosa ne pensa?
«Noi non siamo Stati autonomi, non abbiamo materie prime o minerali rari fondamentali, siamo costretti nella situazione in cui siamo. Dovremmo a mio avviso stringere partenariati con stati africani che rischiano di essere colonizzati dalla Cina per ragioni di risorse e aprirci alla Cina, ora che gli Stati Uniti stanno diventando un rivale, dovremmo ritrovare un’autonomia operativa che abbiamo perso delegando difesa e produzione».
Siamo in pericolo? Mark Rutte, Segretario Generale della Nato, ha appena detto che siamo il prossimo obiettivo della Russia, come Europa. È d’accordo? Questa potenziale minaccia giustifica il ReArm Europe e l’obiettivo al 5% del Pil in spese militari imposto dalla Nato?
«Io non credo ci attaccheranno, e dobbiamo anche capire che non serve spendere di più e basta: i paesi dell’Unione Europea sommati spendono in armi come Russia e Cina messe insieme, non abbiamo bisogno di più denaro ma di spenderlo meglio. Occorre investire nei rapporti tra forze armate, abbiamo 27 eserciti, 26 aviazioni e 23 marine che non si coordinano per davvero, dovremmo lavorare insieme senza comprare dagli americani, dovremmo pensare a strumenti di deterrenza per evitare la guerra a tutti i costi creando una sorta di Schengen per la difesa, solo così arriveremo a una reale autonomia».
Qual è il futuro dell’Unione Europea?
«Se non si cambia rotta si va dritti verso l’iceberg. Abbiamo quaranta mesi prima delle elezioni del 2029, bisognerebbe essere in grado di costruire forze costituenti che cambino le regole del gioco, che riportino le idee fondamentali al centro del tavolo, altrimenti, nella migliore delle ipotesi si rimane fermi, ma noi stiamo già vivendo un regresso».
Dastoli con il Presidente della Repubblica Mattarella (Foto di Antonio Di Gennaro)



