Tom ha cinquantacinque anni ed è docente di diritto, cattolico, è sposato con la bella e ricca Amy, ebrea, con cui ha due figli, Michael, che vive a Los Angeles, e Miriam, che sta per partire per il college. Il romanzo si apre sull’ultima gita nella casa di famiglia di Cape, poi un party con gli amici in cui Amy si ubriaca e infine Tom che accompagna da solo in auto la figlia al college, a sette ore d’auto di distanza da Scarsdale, dove vivono. Una volta arrivati alla meta, però, invece di tornare a casa, Tom prosegue il viaggio verso ovest e attraversa gli Usa facendo tappa dal fratello, da un amico dell’università che vive a Denver, dall’ex fidanzata a Las Vegas, fino a raggiungere il figlio a Los Angeles. Si lascia condurre in un viaggio che appare casuale, pur seguendo una sua rotta, e di cui non capiamo le ragioni.
Il resto della nostra vita di Benjamin Markovits (autore peraltro di una trilogia dedicata a Byron mai tradotta in italiano) è appena stato pubblicato da Einaudi nella traduzione di Federica Oddera ed è per certi versi un viaggio archetipico della letteratura e della storia statunitense da Est a Ovest. Una sorta di pellegrinaggio tra passato e futuro del protagonista e nel presente vivo degli Stati Uniti di oggi. Tom ha una vita come tante e come tutte unica nella sua ordinarietà, che ci viene raccontata da un io narrante quasi inconsapevole delle scelte che sta facendo, che quasi si osserva dall’esterno. E racconta ciò che vede tutt’intorno, incrocia a più riprese il tema del cosiddetto “politically correct” e il fenomeno degli Angry White Men, passa del tempo con i figli. Al centro delle sue riflessioni restano il matrimonio e la famiglia, fondamenta dei ricordi e dei possibili bilanci di ciò che è stato. Un libro molto profondo, interessante nella sua introspezione mai verbosa, fatta anche di molti vuoti e silenzi. Interessante è soprattutto il punto di vista maschile, che scava sotto la superficie delle apparenze, che appassiona per l’onestà con cui il protagonista affronta quasi a ritroso la sua vita, cerca di riparare in qualche modo a un torto subito senza però sentimenti di rivalsa, quasi un antidoto a quella che oggi siamo abituati ormai a chiamare “mascolinità tossica”.
Lui stesso sembra in balia di una sorta di inerzia che lo sorprende e lo interroga. Una letteratura che può ricordare per certi versi Stoner, per certi versi la Strout, nell’empatia umana verso vite qualsiasi che contengono una miriade di storie che possono risultare banali solo a chi non ne sa cogliere allo stesso tempo l’unicità e l’universalità. Perché questo è un libro anche sulla fragilità della condizione umana e la capacità di riparare e accettare le imperfezioni nelle relazioni. Una sorta di controcanto al libro che vinse il Booker nel 2025, Nella carne di David Szalay, e per cui era in corsa anche questo romanzo. Due voci maschili per certi versi antitetiche e che ci raccontano molto su cosa significa essere uomini oggi.


