Sabato 9 maggio (ore 20) il Polis Teatro Festival ospita all’Almagià Radvila Darius, figlio di Vytautas, lavoro di un team creativo lituano capitanato dal regista e filmmaker Karolis Kaupinis e prodotto da Operomanija. Si tratta di un dialogo tra musica dal vivo eseguita da quattro musicisti e frammenti video provenienti dagli archivi della Radio e Televisione Lituana, a seguito della caduta della censura imposta dal regime sovietico. Karolis Kaupinis, raggiunto telefonicamente mentre è in Giappone, ci racconta qualcosa in più sullo spettacolo e sul suo Paese.
Cosa ha rivelato l’analisi di materiali d’archivio risalenti a trentacinque anni fa? Cosa è emerso dopo la revoca di una censura di lunga data?
«Dall’inizio dell’occupazione della Lituania, per 50 anni il regime comunista sovietico ha controllato tutti i media e, come è accaduto in tutti i paesi comunisti, questi trasmettevano solo ciò che loro volevano che ascoltassimo, ossia quasi sempre i grandi risultati ottenuti dal regime. Nel 1988 iniziano i
movimenti di liberazione e nel giro di un anno la censura nella televisione di stato cade e ciò significò che un sacco di giovani giornalisti iniziarono a dare vita a trasmissioni improvvisate in diretta, basate soprattutto sulla vox populi, su interviste con persone comuni per strada, da cui emergevano problemi di ogni sorta. Improvvisamente nacque dunque un’onda di risentimento, la gente cominciò a dire ad alta voce cose che non si dovevano dire, lamentele, si parlava di problemi che erano stati soppressi in qualche modo per anni e anni e di cui nessuno parlava mai. Ho trascorso parecchio tem- po a recuperare questi materiali, del periodo 1988-1991, e ho notato che gli argomenti di cui parlava la gente allora in realtà non sono molto diversi da quelli di oggi: l’identità nazionale, chi siamo, questioni ambientali, relazioni uomo-donna, la corruzione in politica, progetti mai realizzati, infrastrutture mai completate, ma anche piccole questioni di tutti i giorni e anche argomenti esistenziali di una piccola nazione. Ho avuto la sensazione che, sebbene quelle interviste fossero state fatte trentacinque annifa, e nel frattempo la Lituania è cambiata moltissimo, i commenti potessero tranquillamente arrivare dall’oggi. Sono cambiate le abitudini, le mode, l’aspetto delle persone, il modo in cui si parla; allora era tutto molto più modesto, ma non sono cambiati gli argomenti di discussione, ed è per questo che ho pensato che recuperare quei materiali fosse un buon modo per parlare della contemporaneità, approcciando diversamente il passato. La mia idea è che non si fa mai un film o uno spettacolo sul passato se questo non dice nulla dell’oggi. Il tempo, per me, è sempre uno spazio che permette di parlare dell’oggi».
Che tipo di contrappunto crea la musica jazz dal vivo con le immagini che ha scelto?
«La relazione tra musica live e i video è in pratica quella che c’è nel cinema muto, la musica è pensata per sottolineare maggiormente le emozioni e interagire con il video. Tecnicamente avevamo cercato spunti musicali all’interno dei video stessi, è un metodo che ho visto usare dal musicista francese Christophe Chassol, che consiste nell’armonizzare e mettere in musica suoni della vita reale, voci, rumori o immagini, trasformandoli in composizioni musicali. Su quelli si crea musica e impro free jazz, ed era perfetto per i musicisti coinvolti, che sono dei grandi improvvisatori dal vivo. È musica che dà una sorta di movimento ai video, cerca di interpretare e creare un dialogo con i video, che sono perlopiù fatti di interviste».
Che cosa è diventata la Lituania dopo la liberazione dall’Unione Sovietica?
«Per rispondere a questa domanda avrei probabilmente bisogno di qualche ora. Dunque proviamo a stare in tre questioni fondamentali. La prima è il benessere economico. In Lituania abbiamo raggiunto la situazione in cui, a livello economico, viviamo meglio che in nessun altro momento nella secolare storia del paese. La liberazione dall’Unione Sovietica, nel corso di 35 anni di duro lavoro, ha creato un welfare senza precedenti. Ad esempio, se confrontiamo la crescita del nostro Pil con quello dell’Italia scopriamo che mentre trent’anni fa potevamo solo sognare una qualità di vita pari a quella italiana, ora siamo praticamente allo stesso livello, quando veniamo in Italia non c’è più nulla che ci sorprenda. Un’altra questione è la libertà che abbiamo ottenuto. Ciò è più difficile, credo, da capire per la gente, specialmente per le vecchie generazioni: libertà si porta dietro anche responsabilità. Molte persone hanno inteso la libertà nel modo in cui l’ha descritta il famoso filosofo politico Isaiah Berlin, quando parla di “libertà negativa”, ossia la gente pensava di essere libera da tutto, senza essere responsabile di nulla. Ma senza responsabilità credo non si possa creare una società coerente, in cui le persone sono empatiche verso gli altri. Dunque in merito a questo aspetto credo che abbiamo ancora molte lacune.La terza cosa, che vedo molto grave in questo momento, è che nel momento in cui le strutture liberali stanno collassando in tutto l’Occidente, cosa succederà a noi, che siamo una piccola nazione, dove finiremo? Riusciremo in qualche modo a sopravvivere in questo mondo moderno come nazione indipendente, con la sua identità peculiare?»

La situazione politica mondiale odierna sembra senza speranza: oltre alle guerre e alla violenza, la cultura viene emarginata, i governi si comportano come aziende private, la censura è più viva che mai. Come descriverebbe lei questo momento? Ci troviamo di fronte a una profonda crisi della democrazia?
«Sì, credo che ci troviamo in una profonda crisi della democrazia e della società, ma la risposta chiave a ciò, per me, è la partecipazione. Sono convinto che per lungo tempo la gente in Occidente ha goduto dei frutti della democrazia ma ha evitato di dare qualcosa in cambio, ossia la partecipazione politica, il coinvolgimento nella vita delle comunità. In questo momento mi trovo in Giappone e vedo come tutti contribuiscano grandemente a ogni questione quotidiana, la società qui è basata molto sul contributo e la partecipazione di tutti. Ricordo una canzone italiana dai miei studi a Roma che diceva “la libertà non è stare sotto un albero, non è neanche il volo di un moscone” (è La libertà, di Giorgio Gaber, ndr) e che finiva con “la libertà è partecipazione”. Sono convinto che la cura per molti dei nostri problemi sia agire di persona nella società, questo riguarda ognuno di noi. Non dobbiamo aspettare che gli altri facciano qualcosa».
Come è stato accolto lo spettacolo? Qual è, secondo lei, il suo punto di forza?
«Lo spettacolo per ora non è uscito dall’Europa, ed è percepito in modo diverso nell’Europa dell’Est, dove la gente lo accoglie più ironicamente, con più humor. Nell’Europa occidentale la gente, probabilmente a causa di una scarsa conoscenza di come viviamo in Lituania, crede che conduciamo tuttora vite povere, come si vede nei materiali video d’archivio dello spettacolo. Dunque scatta un sentimento di solidarietà, come dire “poveri lituani”, laddove all’Est invece capiscono benissimo che si sta parlando di “cattivi tempi andati”. Ora non vedo l’ora di vedere come lo accolgono gli italiani».



