Tra gli appuntamenti più attesi per gli amanti della narrativa allo Scrittura Festival 2026 c’è sicuramente quello dell’8 maggio alle 21 alla Classense con Veronica Raimo, scrittrice e traduttrice, che arriva a Ravenna a poche settimane dall’uscita per Einaudi del suo ultimo, straordinario, romanzo Non scrivere di me.
Classe 1978, Raimo ha all’attivo diversi libri in cui si è distinta per un uso della lingua particolarmente attento, preciso, talvolta crudo, senza orpelli. Nel 2022 con Niente di vero ha vinto lo Strega Giovani. L’abbiamo contattata per una breve chiacchierata in vista dell’appuntamento di venerdì. Il romanzo racconta la storia di una protagonista femminile che a un certo punto è vittima di violenza, un evento raccontato in modo molto duro e diretto, che condiziona la sua vita e le sue (non) scelte successive.
Nonostante i suoi libri siano sempre stati quanto di più lontano si possa immaginare dal didascalico, qui dobbiamo forse trovare un messaggio per tutte le donne?
«No, non direi, volevo usare la letteratura per raccontare cose oscene, perché credo che la letteratura possa offrire questo tipo di spazio. Ma non si tratta di una storia in alcun modo esemplare. Anche perché sì, è vero, c’è una violenza, ma in realtà è la storia di un’ossessione che inizia prima e continua anche dopo quell’episodio. Non c’è davvero nulla di edificante e di educativo. Ed è a dire il vero anche un libro su tanto altro, come la precarietà sul lavoro, certe estetiche che si stanno diffondendo».
Nel libro la protagonista, poco più che trentenne, lavora in un bar dove si servono vini costosi e bagel con salmone in busta, ma dove il proprietario, dopo aver gentrificato mezzo quartiere, compra la Gazzetta da lasciare sul tavolo per dare un sapore di “popolare”… La sensazione è di vedere un mondo in trasformazione attraverso il suo sguardo.
«Sì, in effetti ho pensato a una ragazza che lavora come cameriera perché mi sembrava un punto di vista interessante sia sulla condizione in cui si trovano tante persone che credo guadagnino più o meno quanto guadagnavo io a fare quel lavoro vent’anni fa, persone che spesso fanno questo lavoro magari senza volerlo davvero, e che quindi possono esprimere anche una rabbia sociale, ma allo stesso tempo possono avere un punto di vista interessante su ciò che accade in un locale pubblico, tra i colleghi, ma anche nell’osservare gli avventori».
In effetti personaggi come Serial Tinder non si potrebbero trovare altrove. La protagonista vive in particolare quel lavoro come un fallimento rispetto alle aspettative sue e della famiglia, ma tutto sommato con una certa serenità di fondo. Dal romanzo emerge un’idea di fallimento nuova rispetto a quella delle generazioni precedenti.
«È così. La storia è una parabola di fallimento, ma la protagonista rivendica in qualche modo la possibilità di fallire in santa pace. Rispetto ad altre generazioni, non c’è più l’epica del cosiddetto beautiful loser; oggi c’è l’ansia di riuscire e di farcela perché siamo costantemente monitorati ed esposti, in rete, ma nel momento in cui ti ritiri da questa visibilità, semplicemente scompari. Non c’è l’aura e il fascino del fallito che vediamo, per esempio, anche in un film come Le città di pianura».
Il titolo Non scrivere di me mi ha fatto pensare a Niente di vero, mi sono sembrati un po’ come ossimori, visto che di fatto negano il contenuto in un gioco quasi di specchi. Ma qual è il rapporto tra verità e fiction, che posto ha l’autofiction nella sua scrittura?
«Per quanto anche in Niente di vero la parte autobiografica era stata uno spunto molto rielaborato, dopo quel libro ho sentito il bisogno di tornare a inventare un personaggio completamente. E devo dire che ci ho messo anche un po’ di tempo a trovare la voce giusta per farlo, come dicevo lo sguardo della cameriera mi è parso particolarmente interessante, ma in questo c’è anche qualcosa di mio, visto che amo passare tantissimo tempo nei bar».
Le parti del romanzo dedicati alla vita del bar e del lavoro, ma non solo, sono quelle in cui non rinuncia alla vena di ironia e sarcasmo che tanto la caratterizza, sempre usando una lingua senza mai sbavature. Ha qualche autore di riferimento in questo senso?
«Ci sono alcuni dei grandi amori, certo, come Albert Camus e Joan Didion. Oggi amo tantissimo in particolare Yasmina Reza».
E invece da traduttrice, quale autore ha trovato più lontano dal suo sentire e quindi più difficile da tradurre?
«Direi le Cronache marziane di Ray Bradbury, che usa una lingua piena di immagini poetiche, gioca molto con le ripetizioni, che però in inglese hanno un peso specifico ben diverso rispetto all’italiano. Ci ho messo moltissimo ed è stato molto complicato, forse non dovrei essere io a dirlo ma penso che sia stata la mia migliore traduzione, molto diversa da come sono abituata a scrivere, con uno stile quasi barocco».
Domanda del 2026, chi spera che vinca lo Strega quest’anno?
«Beh, mio fratello. Ma non solo per ragioni affettive, il suo L’invenzione del colore è davvero un bel romanzo, lui è stato molto bravo».
Un fratello e una sorella quasi coetanei, entrambi scrittori. Ma ce ne sono altri o siete un caso unico? Come sono le conversazioni in famiglia? E come vi “dividete” i ricordi da usare nei romanzi?
«In effetti nemmeno a noi sono venuti in mente altri esempi di due fratelli scrittori, magari nella musica o nel cinema… Sui ricordi, beh, Christian ha uno sguardo più politico, in questo romanzo c’è nostro padre, è vero, ma c’è la fabbrica, il lavoro degli operai, la trasformazione sociale. Direi che lui è più focalizzato sul contesto forse. Le nostre conversazioni? Ieri al telefono mi ha attaccato una pippa sull’intervista di Veltroni all’AI… »
Eccola la domanda d’obbligo: l’intelligenza artificiale la preoccupa, la interessa, la spaventa?
«Sì, mi spaventa, mi preoccupa, anzi mi angoscia molto. Non voglio essere luddista, ma non mi sembra uno strumento neutro da nessun punto di vista, soprattutto considerando come è finanziato e il fatto che è in mano a pochi; come per Amazon, o i social, mi angoscia l’idea di queste grandi oligarchie da cui diventeremo sempre più dipendenti senza che ci sia una minima forma non solo di resistenza, ma direi proprio di ribellione attiva. Personalmente non riesco nemmeno a cazzeggiarci, mi sembrerebbe di prendere parte al male. Quindi, no, non la uso».
Un’ultima curiosità: ascolta gli audiolibri dei suoi romanzi? Cosa ne pensa?
«Sì, li legge Cristina Pellegrino che è una mia amica e un’attrice secondo me bravissima, quindi ho insistito io all’inizio che fosse lei a leggerli e infatti la cosa ha funzionato molto bene, e ora chiamano sempre lei».



