Lo spettacolo tremolo, conferenza performativa sul piacere sessuale, in prima nazionale il 6 maggio alle 21 al Teatro Rasi (e in replica mattutina il giorno dopo per le scuole superiori), nell’ambito di Polis Teatro Festival (info qui) sarà accompagnato da un momento di dibattito tra le artiste e Giulia Blasi, scrittrice, public speaker e formatrice che affronta quotidianamente aspetti legati al femminismo e all’inclusione sociale. Le abbiamo chiesto di condividere con noi una riflessione sulle dinamiche culturali messe in luce dallo spettacolo.

Giulia, perché ancora oggi è difficile parlare di piacere femminile?
«Viviamo in una società profondamente sessuofobica: la sessualità è una forma di libertà, l’annullamento delle gerarchie, e reprimerla aiuta il controllo. Le religioni e le ideologie conservatrici sono un chiaro esempio di questo meccanismo. Oggi sappiamo che la sessualità “tradizionale”, la coppia nucleare composta da maschio e femmina, è estremamente riduttiva rispetto all’esperienza umana, ma fa ancora comodo reprimere la sessualità al coito coniugale con fine riproduttivo. In questo scenario, la donna diventa una soggettività doppiamente controllata: non può ribellarsi, o crollerebbe la struttura patriarcale; può essere un oggetto sessuale, ma non un soggetto sessuale. La sua sessualità rimane subordinata al desiderio maschile».
Le donne tendono a sottovalutare la salute sessuale?
«Tantissimo, ma comunque meno degli uomini. In quanto donne, siamo più “medicalizzate”, ad esempio seguite da un ginecologo fin dalle prime mestruazioni. Tendiamo però a sottovalutare il lavoro sul piacere e sull’espressione sessuale, su cui c’è ancora un forte stigma. Il discorso sulla salute femminile ha solitamente a che fare con la salute riproduttiva».
L’arte può essere un mezzo che “libera” le donne da questi preconcetti?
«Sì, lo è da sempre. Vediamo artiste come Sabrina Carpenter che stanno costruendo un’intera poetica sul piacere femminile, ma attraverso la musica le donne hanno sempre parlato di piacere e sesso, anche con metafore potentissime. Basta pensare alle nostre Mina, Ornella Vanoni… Possiamo dire però che oggi non se ne parla abbastanza, negli anni ’70 c’era molta più libertà. Il tema della menopausa ad esempio è completamente dimenticato: una donna ci arriva senza sapere nulla di quello che le sta succedendo. È per questo che ho deciso di parlarne io».
L’uomo può essere spaventato dal piacere femminile inteso come forma di libertà e autodeterminazione?
«L’uomo è spaventato dalla libertà femminile in generale. La maschilità si basa sul controllo delle situazioni, dei territori, delle persone. Se togli a un uomo la possibilità di controllare la donna che gli sta accanto va nel panico. Spesso, chi preferisce una donna con meno esperienza a livello sessuale desidera in realtà una donna più controllabile e con meno termini di paragone per quanto riguarda le sue prestazioni».
Lo spettacolo a cui prenderà parte viene dalla Lituania, pensa che l’Italia sia “indietro” su queste tematiche?
«L’Italia è indietro sulla maggior parte dei temi che riguardano la società, soprattutto sull’incorporare la sessualità come parte dell’esperienza umana. Siamo tra i pochi paesi occidentali a non avere un programma di educazione sessuoaffettiva nelle scuole, nonostante sappiamo che le famiglie non hanno la capacità per educare all’emotività sessuale, al riconoscimento dei desideri, l’accettazione del rifiuto, la costruzione di un’identità non defi- nita dal desiderio altrui. Questi insegnamenti influenzerebbero le gerarchie di potere e, in una sfera politica prettamente maschile, diventa difficile accettarli da parte di tutti i colori: è un pensiero istituzionalizzato a destra, ma “strisciante” anche a sinistra».
Questo spettacolo si definisce una “forza gentile”: quanto è strategica oggi la gentilezza nel fare attivismo?
«Per alcuni versi è fondamentale, ma bisogna fare attenzione. La gentilezza è importante come la risata, l’ironia, la cura, ma sono necessari anche i momenti di rabbia. Un’emozione molto compressa, soprattutto nelle donne. Spesso abbiamo un problema reciproco di gentilezza: dobbiamo imparare sia a stimolare la cura che a esprimere la rabbia».
Quanto invece la comunicazione può aiutarci a cambiare il mondo?
«Tutto è narrazione e tutto ciò che viene vissuto può essere raccontato. È importante l’intenzionalità, la narrativa empatica e mai didascalica. Bisogna fare attenzione al linguaggio perché la lingua aiuta a creare il mondo, ma è giusto giocare e sperimentare. La rigidità non fa bene a nessuno. Per citare la filosofa e attivista Judith Butler, “Non dobbiamo diventare la polizia del linguaggio: io ho paura della polizia”».
Le nuove generazioni vengono spesso indicate come più inclusive e sensibili sul tema, ma nel suo libro Rivoluzione Z (Rizzoli) sostiene il contrario. Cos’è mancato e cosa si può fare?
«Sono estremamente polarizzati, “talebani” in un senso o in un altro: c’è una fetta di attivisti che vorrebbe parlare costantemente di corpo e sessualità e un’altra parte estremamente bacchettona che critica a Elodie il fatto di spogliarsi troppo. In generale sono molto giudicanti, anche più dei boomer. Tra le cause troviamo sicuramente gli influssi della pandemia, che ha causato handicap pesanti a livello relazionale: i giovani fanno più fatica a uscire e, stando ai dati, praticano anche meno sesso rispetto alle generazioni che li hanno preceduti. Bisognerebbe intervenire su socialità e autocoscienza».
Una foto dallo spettacolo "tremolo"



