sabato
31 Ottobre 2026
l'intervista

Disegnare la sofferenza della Palestina. «Il boicottaggio di Israele è una forma di resistenza»

Il fumettista Mohammad Sabaaneh sarà il 4 novembre a Ravenna alla biblioteca Oriani: «Attraverso l’arte cerco di riaffermare l’umanità di un popolo che la narrazione coloniale tenta di disumanizzare»

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Mohammad Sabaaneh, artista e fumettista palestinese conosciuto e premiato a livello internazionale, da anni racconta attraverso le sue opere la vita e le sofferenze della popolazione palestinese, dalla Striscia di Gaza alla Cisgiordania occupata. Ha collaborato con diverse testate del mondo arabo e non solo e nel 2017 è stato invitato alle Nazioni Unite per rappresentare i palestinesi, in qualità di intellettuale più influente.

Sabaaneh sarà protagonista di un incontro il 4 novembre a Ravenna, alle 18.30 nella sala Spadolini della Biblioteca Oriani (organizza Dock 61, Mesogea e Falastin Hurrà), in dialogo con l’autrice Elettra Stamboulis e Alino (fondatore del Comicon di Napoli e organizzatore di mostre ed eventi sul fumetto). Lo abbiamo intervistato.

Images (4)Le sue opere, da 30 seconds from Gaza a Racconto Palestina, raccontano la sofferenza del popolo palestinese. Qual è l’obiettivo del suo lavoro?
«Far conoscere al mondo la sofferenza del popolo palestinese e contrastare una narrazione colono-colonizzato che cerca continuamente di demonizzarlo e disumanizzarlo, descrivendolo come qualcosa di diverso da un essere umano. Attraverso la mia arte, che si tratti di vignette politiche o di fumetti, cerco di riaffermare l’umanità dei palestinesi, la stessa umanità che l’occupazione tenta di cancellare. Rappresentarli come esseri disumani serve a legittimare il furto della loro terra e il loro allontanamento, come se non fossero degni di viverci. Il mio lavoro è una sorta di intervento umanitario che cerca di smontare questa narrazione coloniale».

Qual è oggi la situazione in Palestina, lo stato del conflitto, in particolare dal punto di vista della popolazione civile?
«Prima di tutto, non parlerei di un conflitto: siamo di fronte a una realtà coloniale, in cui c’è chi occupa e chi è occupato, non a uno scontro tra parti alla pari. Le condizioni a Gaza sono catastrofiche: oltre due milioni di palestinesi vivono in tende, tra fame e bombardamenti incessanti. Ma anche in Cisgiordania la situazione è estremamente pericolosa. Qui, accanto all’esercito, agiscono gruppi organizzati e sostenuti dallo Stato, come gli “Hilltop Youth”, che si appropriano delle terre, impediscono la raccolta delle olive e attaccano i palestinesi, spesso sotto la protezione dei militari. Lo Stato israeliano sostiene che questi gruppi siano bande di estremisti, ma allo stesso tempo li finanzia e li arma. Oggi i palestinesi in Cisgiordania vivono in territori frammentati, come in cantoni, essenzialmente prigioni circondate dagli insediamenti. Quello a cui assistiamo, a mio giudizio, è un genocidio volto a sfollare i tre milioni e mezzo di palestinesi che vivono nella regione».

Il tanto discusso documentario prodotto dal Guardian, Naza, racconta il funzionamento e la storia della macchina genocida israeliana. Lo ha visto? E quale ruolo possono avere progetti di questo tipo nel suscitare una reazione internazionale?
«Non ho visto il documentario, ma ne ho sentito parlare e ho letto diversi articoli. È positivo che alcune voci dell’opinione pubblica israeliana denuncino i crimini e gli scandali legati al proprio esercito, ma credo che questo, da solo, non sia sufficiente. Molti politici e cittadini israeliani utilizzano produzioni di questo tipo per sostenere che Israele sia una democrazia in cui la libertà di espressione è garantita. Così, mentre lo Stato continua a esercitare una violenza estrema contro i palestinesi, questi film possono contribuire a proiettare all’estero un’immagine democratica di Israele».

Che cosa può fare un cittadino europeo per sostenere i palestinesi?
«Non spetta a me dire al pubblico europeo come debba agire, ma gli strumenti a disposizione sono diversi. Sostenere la produzione culturale palestinese è un modo importante per dare forza alla nostra voce. Credo inoltre che il boicottaggio dei prodotti israeliani, non soltanto di quelli provenienti dagli insediamenti, possa essere una forma di resistenza praticabile anche in Europa e avere un impatto sulle merci e sull’economia israeliana. È fondamentale dare spazio alla cultura palestinese nei Paesi europei e contrastare la propaganda che descrive i palestinesi come sorta di animali».

La satira e l’arte politica possono cambiare il mondo?
«Non sono così romantico da pensare che l’arte, da sola, possa cambiare radicalmente il mondo. Gli equilibri globali sono determinati da interessi, accordi e alleanze che affondano le radici nella politica, nell’economia e nell’ideologia. Credo però sia fondamentale continuare a usare l’arte come forma di resistenza e attivismo: può contribuire a cambiare le narrazioni e a mettere in discussione le percezioni, anche se non è l’unico elemento necessario per arrivare a un cambiamento».

Quale futuro attende Gaza?
«Israele vuole espellere la popolazione di Gaza, così come punta a sfollare i palestinesi della Cisgiordania. Non credo che le scelte o le iniziative israeliane possano andare incontro agli interessi del popolo palestinese: l’obiettivo resta, a mio avviso, l’espulsione permanente, lo sfollamento e l’annientamento dei palestinesi. È difficile immaginare che le elezioni in Israele possano produrre cambiamenti significativi. Oggi i partiti utilizzano il sangue dei palestinesi come strumento di propaganda elettorale. Non credo che l’opinione pubblica israeliana sia oggi in grado di promuovere soluzioni pacifiche».

Come verrà ricordata questa lunga vicenda: come una guerra dei cent’anni vinta da Israele o come una lotta per la libertà e per un diritto riconosciuto a livello internazionale?
«Noi palestinesi esistiamo indipendentemente da qualsiasi etichetta o classificazione. La nostra resilienza e la nostra resistenza nascono dal diritto alla nostra terra, non dal riconoscimento di altri. Se Israele si considera vittorioso, bisogna ricordare che può contare sul sostegno dell’intero sistema internazionale. Le posizioni europee sono spesso critiche verso l’estremismo dell’attuale governo israeliano, ma non si traducono necessariamente in un sostegno concreto ai diritti dei palestinesi. I governi europei non sono riusciti a raggiungere la pace e le soluzioni politiche proposte, a partire dagli Accordi di Oslo, sono state ignorate per oltre quarant’anni. Questi tentativi non hanno cambiato la realtà sul campo, ed è questa la situazione in cui ci troviamo oggi».

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